#Detroit di Kathryn Bigelow (2017). La recensione di Francesco Fabio Parrino

Francesco Fabio Parrino* è il nostro guest-editor della settimana. 

The Loving Memory ringrazia per la recensione e l'insight su
Detroit, il nuovo film di Kathryn Bigelow, 
presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2017 
(#RomaFF12).

Luglio 1967, Detroit, Michigan.

Quella che avrebbe dovuto essere una comune operazione di polizia, una retata in un locale notturno privo di licenza per gli alcolici, meglio noto con il termine slang di Blind Pig (“maiale cieco”, uno dei sinonimi usati per evocare gli “speakeasy” nel corso degli anni ’20 e del proibizionismo) finisce per scatenare un’autentica guerriglia urbana, che trascinerà la città di Detroit nel caos più totale, per quella che agli onori della cronaca internazionale resta nota come “La Rivolta della 12th Street”.

La retata non era altro che l’ennesima azione della White Supremacy (“supremazia bianca”) l’ennesimo capitolo della sua prepotente e inumana violenza, perpetuata ai danni della comunità nera nella città di Detroit.

Tra il 23 e il 27 Luglio il bilancio degli scontri tra i rivoltosi, la Guardia Nazionale del Michigan inviata dal Governatore Romney, l’Esercito degli Stati Uniti inviato dall’allora Presidente Lyndon B. Johnson e le forze di Polizia presenti sul territorio fu di 43 morti, 1189 feriti, 7200 arresti e più di 2000 edifici distrutti.
A distanza di cinquant’anni, la regista Premio Oscar 2010 KATHRYN BIGELOW (Strange DaysThe Hurt LockerZero Dark Thirty) dirige DETROIT (2017), ricordando così al pubblico l’orrore che la comunità nera dovette subire in quei lunghissimi 4 giorni dell’estate 1967.

Sin dalla sequenza iniziale della retata, magistralmente diretta, risulta ben conclamato il ritmo della prima parte di pellicola, veloce, incalzante, frenetico, senza dare allo spettatore un attimo di tregua. La sensazione che l’abile montaggio del veterano del cinema action William Goldenberg (HeatArgoZero Dark Thirty) intende dare è l’essere al centro della guerra, il tutto amplificato dall’ambiente urbano, il quale rende il conflitto ancora più vicino e intimo, esaltato dalla fotografia asciutta e fortemente realistica di Barry Ackroyd, autore feticcio di Ken Loach, che torna a collaborare con Kathryn Bigelow dopo The Hurt Locker (2008).

In questo affresco di corruzione e violenza la Bigelow decide di presentarci gradualmente i personaggi del film. Facciamo così la conoscenza della guardia giurata che viene dal ghetto, vogliosa di far sempre la cosa giusta, poi del front-man di una band stile Harold Melvin & The Blue Notes, il cui unico sogno è quello di sfondare nel mondo della musica, quindi di un reduce del Vietnam, in cerca del proprio posto nel mondo; infine di alcuni poliziotti bianchi razzisti e 2 adolescenti del Minnesota in cerca di una avventura, il tutto attraverso una struttura narrativa corale, che rievoca fortemente quel capolavoro che è Nashville (1975) di Robert Altman (MASHIl lungo addio, America Oggi), in cui ogni protagonista ha le sue aspirazioni, le sue aspettative e i suoi ideali, che andranno lentamente a perdersi in una spirale di dolore, da cui forse è impossibile uscire illesi.

Dalla seconda parte di pellicola, Detroit cambia radicalmente, presentando toni ancora più forti e un ritmo maniacalmente cadenzato, che consente di assaporare ogni momento, e la foto-sequenza di un interrogatorio/fucilazione di rara brutalità, come non si vedeva da tempo nella Settima Arte. Questo grazie al lavoro del giornalista-sceneggiatore Mark Boal (Nella Valle di ElahThe Hurt LockerZero Dark Thirty), autore di una sceneggiatura come fosse un corpo vivo, dinamica, in continuo mutamento e con forze opposte, in una mescolanza di toni e ritmi (anche in forte contrapposizione tra loro) sapientemente gestiti e alternati dalla regista Kathryn Bigelow, una veterana del cinema bellico contemporaneo, che con Detroit arriva alla terza collaborazione con Boal, in una sorta di ipotetica Trilogia della Guerra.

Detroit, a perfetta cornice in una pellicola bellico-urbana fatta di interpretazioni convincenti, in un continuo susseguirsi di scontri fino alla scena (già cult) dell’interrogatorio, presenta un fortissimo sotto-testo sociale, che rende automaticamente il film un capolavoro della storia del cinema.

La Bigelow si serve della  Rivolta della 12th Street in modo funzionale, come metafora del periodo storico-sociale che stiamo vivendo e come denuncia della nuova (o forse mai realmente sopita) ondata di razzismo che caratterizza questo primo scorcio di XXI° Secolo. Poco importa se certe scene sono di una violenza straripante: è funzionale alla causa. Tutti indizi che fanno di Detroit il papabile candidato da battere nella corsa all’Oscar per il Miglior Film 2018.

#Detroit #Bigelow (2017)

Il cast corale scelto dalla Bigelow è capitanato dagli astri nascenti John Boyega (Star Wars: Il Risveglio Della ForzaPacific Rim: Uprising) e Will Poulter (Son of RambowThe Revenant), autori entrambi di una prova maiuscola, rispettivamente nei panni della guardia giurata Dismukes e dell’agente di Polizia Krauss, che rappresentano un po’ l’anima positiva e maligna della pellicola.

Completano il cast, tra gli altri, Jack Reynor (MacbethFree FireSing Street), Jason Mitchell (Straight Outta ComptonKong Skull Island), John Krasinski (American LifeThe Office13 Hours), Anthony Mackie (Million Dollar BabyThe Hurt LockerCaptain America: Civil War) rispettivamente nei panni dell’agente Demens, il cecchino Carl, l’Avvocato Auerbach e il Veterano Greene. Nota di merito speciale per il (quasi) esordiente Algee Smith nei panni del cantante Larry, autore di una performance vibrante e di grande impatto.

Detroit non è una di quelle pellicole che ricorderete di aver visto per chissà quale virtuosismo tecnico; è piuttosto un manifesto razziale, un documento artistico che celebra la cultura afro-americana in tutte le sue declinazioni, che utilizza un evento del passato per far riflettere lo spettatore sul proprio presente. La Bigelow ci riporta nuovamente in guerra, e stavolta il conflitto non è in terre lontane come Iraq o Afghanistan, ma in città, nelle nostre strade, accanto al pub dove uno qualunque tra i protagonisti potrebbe essere proprio ora, seduto con un amico a prendere una birra.

 

*La BIO d Francesco Fabio Parrino

"Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, 
ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. 
Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita 
a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa 
Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie 
sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, 
si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: 
studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire la sua 
personale Morte Nera.”

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