DARK NIGHT di Tim Sutton. La recensione di Fabio Giagnoni

#1Marzo
Nuovo guest editor per THE LOVING MEMORY è FABIO GIAGNONI*

Questa la sua recensione di DARK NIGHT, il film di Tim Sutton 
dedicato al "Massacro di Aurora", in sala da oggi:
"Una pellicola straniante in cui il mostro delle sparatorie 
di massa è il vuoto nella vita degli adolescenti americani."

 

Il sonno della ragione genera mostri.

Questa celebre citazione, titolo dell’acquaforte di Goya n. 43 della serie “I capricci”, sembra incubare la nascita di tutti gli stragisti americani che periodicamente da decenni riempiono le pagine di nera dei giornali di mezzo mondo. Capricciosi appunto, come il giovane pistolero di questa pellicola, un bambinone viziato dallo sguardo assente, o ideologizzati, ma quasi sempre maschi bianchi con problemi mentali: queste schegge impazzite di una società in cui o sei un vincente o non vali niente rappresentano una delle più grandi ferite aperte del Paese che non si rimarginerà finché non verrà approvata una legge seria sul controllo delle armi, cui la lobby dei produttori, La National Rifle Association, strenuamente sempre si è opposta, aprendo solo sotto l’amministrazione Trump a marginali limitazioni finalizzate a riabilitare la sua immagine. Immagine che negli anni s’è fatta sempre più dark: lugubre, dato che i suoi membri si riunivano nei luoghi di ogni massacro per benedire l’uso dei loro amati fucili, superati in cattivo gusto solo dall’attuale presidente, che vuole armare anche gli insegnanti.

Dark night”, la notte oscura, perpetua, in cui ogni tanto qualche sonnambulo obnubilato apre il fuoco. E poco importa che accada nell’ennesima scuola, a un concerto o, caso da cui prende le mosse questa specie di documentario dell’orrore, nel cinema di una cittadina del Colorado, durante la proiezione dell’episodio “The dark knight rises” (“Dark knight” si pronuncia senza la k), di Batman, un altro “Cavaliere oscuro” nascosto dietro una maschera che si erge a farsi giustizia da sé.

Tim Sutton ha girato il tutto in poco più di due settimane. Si percepisce quest’ansia di arrivare allo scioglimento finale, che nonostante sia il centro e la causa efficiente dell’opera neanche è rappresentato, ma solo accennato, tragedia etimologicamente oscena: all’esterno dalle scene, prodotto degli schemi atomizzanti in cui sono bloccati i giovani personaggi, adolescenti isolati per scelta, per paura o per forza, come se i proiettili e il sangue possano essere l’unico punto di contatto nell’ambiente sociale a stelle e strisce, intriso di egoismo, ambizione, violenza. Quindi, mentre la scena finale che coincide con il cuore dell’opera non esiste, quella iniziale è un canto di dolore, colonna sonora di tutto il film, di una prefica addolorata ma anche come addormentata, ipnotizzata, sedata dalla ricorrenza di questi bagni di sangue senza un perché.

L’America tutta è sotto i riflettori, ben rappresentata da una ragazzina sovrappeso e miope che prende il sole dentro una piscina in una villa circondata da filo spinato: immensi spazi vuoti resi ancora più desolati dalle nenie lamentose di Maica Armata che canta soavemente “moriresti?”, sirena attraente, sibilla fatale e al contempo miglior ruolo femminile del film, particolarmente toccante quando la sua voce apotropaica nel famoso verso “please don’t take my sunshine away” fa ritirare la canna di un M16 già puntato inconsapevolmente su di lei.

Vuoto degli spazi comuni, piscine parcheggi strade, vuoto culturale nella società dell’apparenza, vuoto emotivo dei bulli a scuola e dei reduci traumatizzati, vuoto dei selfie che sostituiscono la personalità, vuoto della vita solo virtuale degli sparatutto e degli smartphone, vuoto dei giovani che non trovano un senso da dare alle loro vite, tra tinte sgargianti, piercing, trasgressioni di gruppo poco trasgressive, vaghi riti di passaggio, come inalare la nicotina del vaporizzatore che “sa di candele” o passare le giornate a fare acrobazie sugli skate per non collezionare armi d’assalto che prima o poi incutono la tentazione d’essere usate, vuoto negli occhi gelidi del “bambino” assassino, milked under Reagan, un latte amaro che puntualmente viene rigettato insieme a urla e munizioni.

Il vuoto è il vero protagonista di questo docufilm dell’orrore, che è esso stesso un vuoto, horror vacui, la paura più antica, quella dell’ignoto, resa perfettamente nelle parole tentennanti del giovane videogiocatore iperprotetto da una madre che lo ha posto su un altarino, condannandolo a domiciliari aurei autoindotti, spaventato dalle creature supposte letali di cui pullula il bosco (simbolo di quel fuori che è la vita reale), quando la morte velenosa, inaspettata, si nasconde tra noi, è l’ossessione dei suoi compagni di banco silenziosi e assenti.

dark night 3

 

“Non vuoi che gli altri siano contro di te quando stai crescendo: distrugge la tua personalità”, a queste parole segue il pazzo allo specchio mentre indossa varie maschere da mostro e infine quella da Batman (realmente ritrovata in casa del 24enne pluriomicida), il supereroe nero nella buia notte della mente che miete morti.

L’America è una vecchia signora ripiegata su se stessa che un cancro al cervello ha privato della testa.

 

*FABIO GIAGNONI: Scrittore e cinefilo per passione, pirata 
criptovalutario per deontologia, apocalittico fino al midollo.

 

 

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