ESCOBAR – IL FASCINO DEL MALE. La recensione del film con Javier Bardem e Penelope Cruz

di Fabio Giagnoni

L'8 Maggio Penelope Cruz e Javier Bardem apriranno il Festival di 
Cannes con l'anteprima mondiale di Everybody knows (Todos los saben),
atteso nuovo film di Asghar Farhadi (regista iraniano 2 volte 
premio Oscar con Una separazione e Il cliente). 

La coppia di star (che nella vita reale è felicemente sposata 
da 18 anni) intanto è al cinema con il controverso 
Escobar - Il fascino del male: presentato in anteprima alla 
Mostra del Cinema di Venezia, il film è numero 1 al Box Office.

La recensione del nostro guest editor Fabio Giagnoni.

Pablo Escobar. Anche solo il suo nome è leggenda. E finalmente assistiamo a una elaborazione artistica degna di tanta malvagia magnificenza, tratta da Loving Pablo, hating Escobar, la (auto)biografia della giornalista colombiana Virginia Vallejo, prima sincera e spavalda amante di Pablo, poi spaventata e spietata delatrice di Escobar. A interpretarla con intensità e misura, grazie a circa 800 ore di registrazioni video studiate, è Penélope Cruz, già premio Oscar come migliore attrice non protagonista in Vicky Cristina Barcelona (Woody Allen, 2008), sua precedente collaborazione con il protagonista indiscusso di questo biopic, nonché uno dei produttori, Javier Bardem, altro Oscar per Non è un paese per vecchi. I due grandi attori spagnoli hanno girato altri due film insieme: The counselor (Ridley Scott, 2013) e Prosciutto, prosciutto (Bigas Luna, 1992), questa contiguità di lungo corso permette a Bardem di elogiare così la collega: “Ci sfidiamo sempre l’un l’altro ad andare più lontano, più in profondità. Sappiamo come relazionarci tra noi e sperimentare cose diverse. Quella fiducia che abbiamo l’uno nell’altra è una cosa grandiosa”. Se al duo aggiungiamo il pluripremiato regista e sceneggiatore Fernando León de Aranoa, iberico anche lui e amico di Bardem col quale esordì ne I lunedì al sole e che l’ha coinvolto nel progetto, otteniamo una miscela esplosiva: il lungometraggio ha quel ritmo, quel brio e quella ferocia che lo rende opera pregna, attendibile, all’altezza di rappresentare il criminale più ricco della storia. Il suo patrimonio sporco di sangue fu stimato, nei primi anni ’90, attorno ai 30 miliardi di dollari americani, oggi sarebbero quasi il doppio. E proprio dalla sua spropositata opulenza parte la cronista d’assalto (è proprio il caso di dirlo!), le origini di tanta fortuna ancora non erano ancora risapute in pubblico e il boss passava per essere un imprenditore parvenu in ascesa. La facilità con cui la Vallejo si lascia scivolare in questo mondo d’oro, di neve e di sangue, assieme a particolari inquietanti e brutali – quali le taglie diffuse e pagate nelle baraccopoli sulla testa delle guardie a seconda del loro grado, riconoscibile dal distintivo strappato dal cadavere, all’assassinio del ministro della giustizia la cui colpa fu cercare di minare la carriera politica del mammasantissima colombiano, riuscito a farsi plebiscitariamente eleggere parlamentare (la scena delle cravatte è spassosissima), – fa comprendere allo spettatore europeo la profondità della corruzione delle repubbliche delle banane e gli orrori che ne conseguono. Circa 3000 morti pesano su questa vicenda, conclusasi solo con l’uccisione della mente dietro la guerra dichiarata a due stati, il suo e gli USA, vera fonte della forza finanziaria dei cartelli sudamericani: è stato calcolato che all’apice della sua diffusione, la cocaina di Escobar copriva circa l’80% del consumo a stelle e strisce. Strisce soprattutto. A proposito del rapporto fra le due nazioni, Escobar è la naturale prosecuzione di Blow, altro biopic del 2001 in cui il pluripremiato Oscar Johnny Depp interpreta George Jung. Nome sconosciuto ai più, egli fu la testa di ponte del Re della cocaina negli Stati Uniti appunto, ma mentre Blow scandaglia la miseria dei tradimenti e le pazze, patinate feste hollywoodiane, Escobar lo surclassa in violenza, verità, miseria e paura. Sì perché alla P di Pablo sono associate soprattutto Povertà, in grado di rendere chiunque un cieco esecutore a basso costo, e Paura, onnipresente e necessaria per ottenere omertà e riverenza necessarie a tenere in piedi qualsiasi impero criminale. Pablo teneva prigionieri numerosi animali esotici nella sua immensa tenuta, il suo preferito era l’ippopotamo, gli ricordava se stesso, lento, massiccio e inesorabile. “Vederlo nel suo habitat naturale crea dipendenza”, commenta la sua amante giornalista che gli insegnò come parlare in pubblico e ne registrò le gesta. Dell’ippopotamo il boss aveva anche la stazza e qui ammiriamo gli sforzi anche fisici dell’altrimenti atletico Bardem, ingrassato a dismisura e ridicolo in quella scena in cui scappa nudo in mezzo alla foresta dagli elicotteri dell’esercito che lo inseguono. L’attore afferma di aver lavorato molto anche sul tono della voce e sugli sguardi che, a giudicare dalle foto d’archivio, gli riescono addirittura più truci.  Terrorizzante come la bara fatta pervenire ai cancelli della villa di un giudice non connivente, infartato a quella lugubre vista, “Il terrorismo è la bomba atomica dei poveri”: si difende il Re della cocaina, mentre fa squartare con la motosega i suoi compagni di una vita alla prima mancanza di rispetto. “Così mi spezzi il cuore”, ruggisce l’Ippopotamo mentre si massaggia la pancia, comica replica alle prime minacce della Vallejo di cantarsela coi federali, fatto che contribuirà in seguito a porre fine al suo regno. E fra “Ahi, Maria!” (la moglie o la Vergine?) e “Malparido/a!” (insulto traducibile letteralmente come “malnato”, ma più pesante) ripetuti folkloristicamente da quelle labbra abituate a dare solo ordini, si srotola la vicenda di questo personaggio inquietante e affascinante allo stesso tempo, che riuscì a divenire il settimo magnate più ricco del mondo e su cui è stato detto e scritto moltissimo. Ma ascoltiamo anche l’opinione del suo interprete: “Uno dei temi su cui abbiamo lavorato è il significato della parola abbastanza. C’è un limite al voler raggiungere un certo livello? Al voler avere sempre di più, voler essere migliori, più grandi, più forti? Cosa scaturisce nella mente di una persona quando non ne ha mai abbastanza? Niente era mai abbastanza per Pablo. Escobar voleva sempre di più, e aveva tutte le risorse e gli strumenti per diventare più forte, più potente. E questo può portare a distruggere la mente di una persona”.

Fu una chiamata di troppo ai figli, cui teneva moltissimo, che ne decreterà la sconfitta: anche in quel caso fu lui a decidere.

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