La Profezia dell’Armadillo: la recensione in anteprima. #Venezia75

di Marta Zoe Poretti

*la recensione è pubblicata anche su L’indiependente

“Spero che il film sia bello come tutti quelli che sono affezionati a quella storia. E so che chi c’ha lavorato è bravo e regolare. Però ecco, non me rompete er cazzo.” – Zerocalcare

Già nel mese di Luglio, con 3 tavole e questa battuta Michele Rech (alias Zerocalcare) tagliava corto e squarciava la coltre di mistero, rumors e pettegolezzi intorno all’adattamento della sua prima graphic-novel: La profezia dell’Armadillo.

In concorso nella sezione Orizzonti della 75. Mostra del Cinema di Venezia, la versione cinematografica dell’Armadillo arriva dopo una serie complessa di difficoltà produttive. Una su tutte: l’abbandono di Valerio Mastandrea, scelto inizialmente come regista, oltre che autore della sceneggiatura (firmata con Zerocalcare, Oscar Glioti e l’ineffabile critico in maschera, inventore delle Recinzioni, noto col nome di Johnny Palomba).

Adattare per il grande schermo quello che non è banalmente un fumetto, ma “il manifesto della generazione di tagliati fuori”, era di per sé materia incandescente. Per compiere l’impresa, Fandango sceglie un regista al suo primo lungometraggio: Emanuele Scaringi. Non che la stampa o i fan di Zero fossero in trepidante attesa: stavano proprio al varco, molti col coltello tra i denti.

Molti non erano convinti della natura stessa del film, che non è un lungometraggio d’animazione, ma un tradizionale film di fiction, con attori in carne e ossa. Inevitabile che qualcuno si chieda: perché trasformare la prima avventura di Zero in un certo tipo di cinema, demolito, desacralizzato e deriso in tanti suoi lavori, a partire da quello stesso libro?

Per stare ai fatti: nelle sequenze d’inizio e chiusura, i disegni non sono di Zerocalcare. Il fatto che Michele Rech fosse alla Mostra del Cinema, ma non abbia partecipato all’anteprima, ha alimentato ogni sorta di speculazioni. Eppure, la sua posizione era già chiara: l’adattamento cinematografico è sempre un’opera di traduzione, non è questo il mio mestiere.

Questa distanza non comporta necessariamente un giudizio di valore. Anzi, se proprio dobbiamo avere una certezza: la trincea di fischi, insulti e polemiche, in generale è la vergogna di Venezia 2018. Una vergogna di cui deve rispondere la stampa on-line, ogni anno più simile al tifo da stadio.

Ci scusiamo per la digressione, e ci scusiamo soprattutto con lo stadio: un approccio così povero e violento non c’entra con lui, ma con il clima politico di un paese allo sbando.

Questo sbando era già al centro de La profezia dell’Armadillo: pubblicata in una prima edizione auto-prodotta da 500 copie, quindi edita nel 2011 da Bao Publishing (per oltre 100.000 copie vendute).

Il film di Emanuele Scaringi riprende la storia di Zero (Simone Liberati), quasi-trentenne cresciuto a Rebibbia. La sua routine è fatta di tavole a fumetti, illustrazioni e poster punk hard-core, che realizza per il Forte Prenestino e gli altri Centri Sociali romani; dimensione che alterna alle ripetizioni di francese e al lavoro precario nell’Aeroporto di Fiumicino. Come supporto ha 2 amici fidati: un grosso Armadillo (Valerio Aprea), sua ingombrante coscienza critica, e un soggetto meno immaginario, detto il Secco (Pietro Castellitto). Quella di Zero è un’inquietudine così costante che è perfino tranquilla. Almeno, finché la cognizione della morte non irrompe sulla scena, con la notizia della scomparsa di Camille (compagna di scuola e grande amore non corrisposto).

La struttura del film rappresenta una tra le mille possibili traduzioni di una graphic-novel che nasce già multilevel-drama: ogni singola tavola di Zerocalcare contiene un’orda di citazioni, allusioni, ironia e riflessioni complesse, che attraversano con disinvoltura realtà e metafora.

Il film sceglie un approccio più lineare, dove trova particolare risalto la dimensione del flashback. Per raccontare l’adolescenza di Zero, Emanuele Scaringi ha dichiarato di essersi ispirato ai grandi classici degli anni ‘80: Gremlins, Goonies, Stand by me. La colonna sonora svolge un ruolo fondamentale: un mix-tape registrato con amore, perché ogni pezzo racconti qualcosa.

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Il problema (perché in effetti un problema c’è) non c’entra forse con sceneggiatura, regia, montaggio e colonna sonora (tutti belli e funzionali alla storia). Eventualmente, il problema è in alcune scelte di casting.

Pietro Castellitto e l’Armadillo Valerio Aprea sono ottimi, totalmente nella parte. Lo stesso vale per le brevi ma folgoranti apparizioni di Laura Morante, Kasia Smutniak, Claudia Pandolfi e Adriano Panatta. L’interpretazione di Simone Liberati, invece, non è destinata a convincere tutti. Ma soprattutto: i giovani interpreti di Zero, Secco, Camille e Greta adolescenti, sono davvero poco credibili. Tra incertezze e scarsa naturalezza, restano (purtroppo) la vera nota stonata del film.

In compenso ci sono tante altre note interessanti, divertenti e cariche di significato.

Tanto per dirne una: vi invitiamo a scoprire la musica dei Veeblefetzer, di Andrea Cota e il brano originale “I know the monster” di Nic Cester e Giorgio GiampàE considerata la quantità di insidie, a Emanuele Scaringi va il merito di aver diretto un ottimo lavoro.

E’ meglio il film o il libro?” è una domanda che non avrà mai una risposta sensata, ma esisterà in eterno, insieme all’uovo e la gallina.

In questo caso, La profezia dell’Armadillo vi aspetta al cinema dal 12 Settembre.

#thelovingmemory

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