#Cannes2018 : Tutti i premi e gli highlight del Festival di Cannes

di Marta Zoe Poretti

Con Sabato 19 Maggio si chiude anche l’edizione numero 71 del Festival di Cannes. Splendida Presidente della giuria Cate Blanchett, che ha impresso un significativo tocco #metoo non solo alla cerimonia di premiazione, ma all’intera kermesse.

La giuria (tra cui le attrici Kristen Stewart e Léa Seydoux, i registi Denis Villeneuve e Ava DuVernay ed il divo cinese Chang Chen) ha premiato entrambi i film italiani selezionati in concorso: Dogman di Matteo Garrone e Lazzaro felice di Alice Rohrwacher.

“Da piccolo quando ero a casa mia e pioveva sopra le lamiere 
chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi. 
Invece adesso li riapro e quegli applausi siete voi, e sento che 
c’è un calore che è come una famiglia. Mi sento a casa e 
mi sento a mio agio qui con voi. La mia famiglia è il cinema 
e siete voi. E Cannes… Questa sabbia di Cannes, penso che 
ogni granello è importante. Ringrazio tutti: Rai Cinema, Cannes 
e tutti gli organizzatori, e Matteo che si è fidato… 
Ha avuto il coraggio, non so neanche io come.”

In queste parole tutta l’emozione di Marcello Fonte, mentre riceve la Palma d’oro per il Miglior Attore da Roberto Benigni. Ancora una volta, Matteo Garrone ha scelto un attore che ha vissuto una vita ai margini dello spettacolo per rappresentare la tragedia contemporanea di un uomo costretto ai margini della società. Il risultato è la variazione iperrealista della teoria del “pedinamento” di Cesare Zavattini: l’autenticità di Marcello Fonte nella parte del Canaro è deflagrante, come la desolazione di un “buono” tanto vessato e solo che diventa protagonista di un assassinio leggendario.

Palma d’oro per la Migliore Sceneggiatura ad Alice Rohrwacher che ringrazia questa incredibile giuria e questa incredibile presidentessa per aver preso sul serio una sceneggiatura così bislacca”.

La favola rurale di Lazzaro Felice vince il premio ex-aequo con l’iraniano Jafar Panahi per Three Faces.

E’ italiano anche il premio per il Miglior Documentario: La strada dei Samouni di Stefano Savona (presentato alla Quinzaine des Réalisateurs).

La Palma d’oro va al giapponese Shoplifters di Hirokazu Kore-eda (autore di Farther and Sons e Ritratto di famiglia con tempesta, che torna con un nuovo dramma familiare, specchio della crudeltà delle disuguaglianze sociali).

Ecco tutti i premi principali assegnati a Cannes 2018:

PALMA D’ORO PER IL MIGLIOR FILM

SHOPLIFTERS di Kore-Eda Hirokazu

GRAN PREMIO

BLACKKKLANSMAN di Spike Lee

PREMIO DELLA GIURIA

CAPHARNAÜM (CAPERNAUM) di Nadine Labaki

PREMIO ALLA REGIA

PAWEL PAWLIKOWSKI per Cold War

PALMA D’ORO SPECIALE

LE LIVRE D’IMAGE di Jean-Luc Godard

PREMIO PER LA MIGLIORE ATTRICE

SAMAL YESLYAMOVA per Ayka

PREMIO PER IL MIGLIOR ATTORE

MARCELLO FONTE per Dogman

CAMERA D’OR PER LA MIGLIORE OPERA PRIMA

GIRL di Lukas Dhont

cannes 2018

La cerimonia di premiazione non è stata solo emozione e amore per il cinema. Asia Argento, prima di assegnare il premio alla Migliore Attrice, è tornata a denunciare con parole esplicite le violenze subite da Harvey Weinstein. Un atto di accusa che non si limita al passato, ma afferma con forza la fine della coltre di tolleranza e silenzio che nel mondo dello spettacolo ha sempre nascosto gli abusi sulle donne:

“Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes. 
Avevo 21 anni. Questo festival era il suo territorio di caccia. 
Voglio fare una previsione: Harvey Weinstein qui non sarà mai 
più benvenuto. Vivrà in disgrazia, escluso dalla comunità 
che un tempo lo accoglieva e nascondeva i suoi crimini. 
Perfino stasera, seduti tra di voi, ci sono quelli che devono 
ancora rispondere per i loro comportamenti contro le donne. 
Comportamenti che non appartengono a questa industria, 
che sono inaccettabili e indegni di questa industria, 
o qualunque altro posto di lavoro. Voi sapete chi siete. 
Ma soprattutto noi sappiamo chi siete. E non vi permetteremo 
più di farla franca.”

Cala così il sipario su Cannes 2018, un’edizione che di certo non è stata avara di emozioni.

In chiusura, un irresistibile John Travolta ha presentato l’edizione restaurata di Grease: un grande evento al Cinéma de la Page per celebrare i quarant’anni del Musical che è ormai un cult senza tempo.

Spazio anche all’intrattenimento pure con l’anteprima di Solo : A Star Wars Story, spin-off dedicato interamente all’icona di Han Solo e la sua ruggente gioventù (in sala da Mercoledì 23 Maggio). Ron Howard ha diretto un film “manierista”, poco innovativo ma certamente avvincente, che risente di un protagonista di scarso fascino (Alden Ehrenreich) ma convince per le sequenze spettacolari e le citazioni che spaziano dal western all’epica samurai.

E non dimentichiamo il ritorno in grande stile di Lars Von Trier. Dichiarato “persona non gradita” nel 2011 dopo le famigerate affermazioni sull’umanità di Hitler, il regista danese torna a quello che è stato il suo Festival di riferimento fin dagli esordi con L’elemento del crimine (1984). Per il figliol prodigo, non poteva che essere un ritorno esplosivo: all’anteprima dell’Horror di impianto filosoficoThe House that Jack built (con Matt Dillon, Uma Thurman e Bruno Ganz) un centinaio di giornalisti abbandona la sala, mentre la notizia di sequenze pantagrueliche, mutilazioni di donne e bambini riempie le prime pagine di tutto il mondo. Naturalmente, Von Trier resta il Re della benzina sul fuoco: “Non ho mai ucciso nessuno, ma se l’avessi fatto, sarebbe stato un giornalista” – ha dichiarato al quotidiano Le Figaro.

Last but not least: la chiusura del Festival di Cannes è tutta per Terry Gilliam e il suo The Man who killed Don Quixote (L’uomo che uccise Don Chisciotte). L’adattamento del classico di Cervantes, Don Chisciotte de La Mancha, arriva dopo 25 anni di vicissitudini rocambolesche e difficoltà produttive oltre i limiti del surreale. Solo Martedì 8 Maggio Gilliam ha vinto la sua personale battaglia contro i mulini a vento, insieme alla causa intentata dal produttore Paul Blanco di Alafama Films. Superato brillantemente perfino un malore e un ictus, il regista britannico ha accolto con il pubblico con la sua proverbiale ironia: la maledizione del Chisciotte è vinta, ed uno dei film più sognati e sofferti della Storia del Cinema è davvero realtà.

#thelovingmemory

 

#Loro: la recensione del film in 2 parti di Paolo Sorrentino

di Marta Zoe Poretti

*la recensione originale è pubblicata sul sito 
www.lindiependente.it

Con il 10 Maggio arriva in sala Loro 2: seconda e ultima parte del nuovo film di Paolo Sorrentino, nato per indagare il mistero, il fascino e forse perfino l’anima dell’uomo noto col nome di Silvio Berlusconi. Ma non chiamatelo film politico: l’ardita parabola di Sorrentino non ha alcuna pretesa di analisi storica. Piuttosto, obiettivo del cineasta napoletano era costruire un affresco complesso, che lasciasse ampio margine a digressioni, allegorie e quella variopinta corte di amici, galoppini e saltimbanchi che circondano l’imprenditore che ha fatto di sé “un paradiso in carne e ossa”. E se “mistero” è la parola chiave, è altrettanto chiara l’intenzione di Sorrentino: “cinema e letteratura sono gli ultimi avamposti della comprensione” – ha risposto alle immancabili critiche emerse nel corso della conferenza stampa romana, rivendicando un’idea di cinema che non giudica e non condanna, ma sceglie la tenerezza come “tono rivoluzionario”.

Al netto di qualunque considerazione, non c’è dubbio che Sorrentino sia un autore indomito, nonché provvisto di notevole coraggio: se la divisione del lungometraggio in due capitoli l’ha automaticamente escluso dal Festival di Cannes (a differenza di Matteo Garrone, attualmente in concorso con Dogman), la scelta di non rappresentare Berlusconi come “male assoluto” avrà certo scontentato chi aspettava una variante surreale de Il caimano di Nanni Moretti (2006).

Disagio, pochezza, solitudine e un profondo, inarrestabile terrore dell’oblio e la vecchiaia sono le sensazioni che sembrano guidare tutti i personaggi del film. In realtà, Loro 1 rappresenta una sorta di lunga introduzione: protagonista assoluto dei primi 60 minuti è infatti Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), figura chiaramente ispirata a Gianpaolo Tarantini, spregiudicato arrampicatore di provincia, capace d’intuire che la via più diretta per arrivare a Berlusconi è riunire in epiche feste le migliori escort sul mercato. La prima parte di Loro diventa così un tetro succedersi di balletti, sessioni di sesso e (letteralmente) un pioggia di ecstasy e cocaina.

Altre figure chiave, la cui identità è un mix di riferimenti reali e deformazioni grottesca: Kira (Kasia Smutniak), variazione di Sabina Began, anche detta l’“ape regina” dei party berlusconiani, legata al Presidente da un sofferto sentimento d’amore, Cupa Caiafa (Anna Bonaiuto), che ricorda decisamente Daniela Santanché, e poi Santino Recchia (Fabrizio Bentivoglio): il personaggio che più ha scatenato la fantasia dei rotocalchi, già che recita poesie come Sandro Bondi, indossa camicie vistose come Roberto Formigoni, ma mira alla leadership del Centro-Destra come (forse) in quegli anni il segretario Angelino Alfano.

Se la prima parte del film (che non ha convinto buona parte di pubblico e critica) sembra indulgere eccessivamente sullo scenario, la seconda parte è tutta per Lui: Silvio Berlusconi. Toni Servillo apre Loro 2 con una sequenza da vero mattatore: nella parte di Silvio e il suo doppio, Ennio Doris (Presidente di Banca Mediolanum e prediletto tra  gli epigoni), Servillo è una perfetta marionetta da Teatro dei Pupi, che agita braccia e mani con eloquenza e precisione, portandoci finalmente al vivo del film, ovvero la storia del “più grande venditore d’Italia”.

Il film inizia nel 2006, quando Berlusconi si trova suo malgrado all’opposizione per poche migliaia di voti: dall’intuizione di sedurre i 6 senatori che determineranno la caduta del governo, vedremo il Presidente ferito superare ansie, depressione e la tristezza per la fine del matrimonio con Veronica (che in Loro 1 aveva cercato di riconquistare), ma anche perdere progressivamente interesse per il potere, mentre avanza l’armata di giovanette e soubrettine.

loro berlusconi veronica

Oltre all’incredibile cast di attori (tutti folgoranti, dalle comparse a un Toni Servillo in stato di grazia, affiancato da una eccellente Elena Sofia Ricci nella parte di Veronica Lario), con Loro 2 Sorrentino realizza un film davvero efficace: non serve condanna né giudizio, infatti, laddove la tristezza della realtà supera anche la più sfrenata immaginazione. Un’immagine su tutte: il sorriso smagliante di Berlusconi in visita tra le macerie dell’Aquila, devastata dal terremoto del 6 Aprile 2009.

Certo, la divisione in due parti non convince del tutto, tanto che sembra ormai ufficiale un nuovo montaggio per la distribuzione all’estero (e molti spettatori potrebbero scegliere di vedere direttamente Loro 2, senza passare dalla sua ricca introduzione). La sceneggiatura risulta sbilanciata in modo quasi stridente: i protagonisti di Loro 1 nella seconda parte quasi scompaiono, liquidati con poche battute, mentre la stessa struttura del film, che prima indulge su digressioni oniriche, con l’immancabile passaggio di animali mitici, pecore e rinoceronti, diventa improvvisamente più concreta, serrata, arrivando seriamente al cuore del personaggio.

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Anche questa volta, Sorrentino si conferma un autore che non accetta limiti né compromessi, senza la minima preoccupazione di compiacere il pubblico, meno che mai la stampa cinematografica. A loro volta, gli spettatori si divideranno nelle consuete, inconciliabili fazioni: da un lato chi resta sedotto da un cinema estetizzante, complesso e sontuoso, dall’altro chi trova auto-compiaciute e irritanti le sue derive anti-narrative.

Di certo, Loro di Paolo Sorrentino è il nuovo esempio di un cinema che non potrà mai lasciarci indifferenti, confermando lo stile unico di un cineasta che non teme gli abissi dello squallore umano, ostinatamente in bilico tra provocazione e tenerezza, reale e grottesco, fantasia e Storia.

 #thelovingmemory

#1Maggio Tra le novità al cinema anche L’ISOLA DEI CANI (Isle of Dogs). La recensione in anteprima del nuovo film di Wes Anderson

di Marta Zoe Poretti

Scelto come film d’apertura per l’ultima edizione del Festival di Berlino e premiato con l’Orso d’argento per la Miglior regia, L’isola dei cani (Isle of Dogs) di Wes Anderson è tra le grandi novità in sala da martedì Primo Maggio.

Dimenticate pure prospettive impeccabili e delicate palette dai colori pastello: per il suo nono lungometraggio l’autore di Gran Budapest Hotel, I Tenenbaum e Monnrise Kingdom ha scelto di tornare a una tra le più antiche e complesse tecniche di animazione cinematografica (già sperimentata nel 2010 con Fantastic Mr. Fox): il risultato è il più lungo e complesso film in Stop Motion mai realizzato.

L’Isola dei cani è anche la lettera d’amore di Wes Anderson al cinema giapponese (in particolare Akira Kurosawa) e l’immaginario nipponico in genere: dalle maschere del teatro Kabuki agli scenari naturali, ritratti con delicate sfumature ad acquerello.

Dalle miniature in plastilina animate fotogramma per fotogramma in Stop Motion (anche detta tecnica del “passo uno”) alle migliaia di fondali dipinti a mano, Wes Anderson realizza un film fuori del tempo, senza alcun ausilio di CGI e computer grafica, quasi straniante per eterogeneità e ricchezza dell’amalgama audiovisiva.

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2037. In un immaginario Giappone del futuro, il potere assoluto appartiene al sindaco della città di Megasaki. In seguito ad una (vera o presunta) epidemia d’influenza canina, il dittatore ha deciso di esiliare tutti i cani del paese sulla Trash Island: letteralmente un’isola d’immondizia. Sarà proprio il nipotino del sindaco, intrepido dodicenne di nome Atari Kobayashi, a dirottare un piccolo aeroplano e atterrare sull’Isola dei cani: scopo della sua missione ritrovare il fedele cane Spots. Ad accompagnarlo nella missione (apparentemente impossibile) un branco di meticci con qualche macchia ma senza paura: Rex, Chief, Duke, Boss e King. Gli improbabili cagnacci si riveleranno compagni coraggiosi e leali, proteggendo Atari dall’esercito e dai molti pericoli di una missione che, in fondo, mira alla libertà e il riscatto di umani e quadrupedi.

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Scritto con i collaboratori di sempre, Roman Coppola e Jason Schwartzman, e l’aiuto dell’attore Kunichi Nomura (uno degli interpreti di Grand Budapest Hotel), L’Isola dei Cani riunisce anche tutti i grandi protagonisti del cinema di Wes Anderson: un coacervo di voci d’eccellenza, tra cui Bill Murray, Edward Norton, Tilda Swinton, Jeff Goldblum, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, Frances McDormand e perfino Yoko Ono (nella parte di se stessa).

Voci familiari a parte, Isle of Dogs è un’opera di rottura, che non somiglia a nessun film d’animazione che abbiate già visto. E se la poetica di Wes Anderson resta la celebrazione di weirdo e drop-out, strambi, diversi e chiunque viva relegato ai margini della società, questa nuova variazione sul tema rappresenta una scelta di sperimentazione radicale, lontana da quei tratti distintivi che hanno fatto la fortuna del suo cinema.

Per questo, L’isola dei cani è un film destinato a spiazzare sia i fan che i detrattori del regista texano, conquistando anche i più intolleranti alle vecchie cartoline dai colori confetto. Lasciatevi stupire: in un mare di immagini omologate, il nuovo film di Wes Anderson è un autentico atto d’amore per l’arte cinematografica.

Dopo il successo al #Comicon2018, #LIsolaDeiCani è al cinema dal #1Maggio grazie a 20th Century Fox.

#thelovingmemory

*trovate la recensione anche sul sito www.lindiependente.it

GAME NIGHT – Indovina chi muore stasera? La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

Voglia di popcorn movie? Dal Primo Maggio arriva Game night – Indovina chi muore stasera? : nuova frizzante commedia degli equivoci, firmata dagli autori di Come ammazzare il capo e vivere felici (2011).

Jason Bateman e Rachel McAdams sono Max e Annie: leader carismatici di un gruppo di amici, uniti da una insaziabile passione per i giochi di società. Una banda di soggetti davvero sui generis, che comprende anche Billy Magnussen (Il ponte delle spie e American Crime Story), Lamorne Morris (Winston Bishop per la serie di Zooey Deschanel, New Girl) e Kyle Chandler (Manchester by the sea, The Wolf of Wall Street). Un cast davvero convincente, che non esclude un’irresistibile apparizione di Micheal C. Hall (Dexter, Six feet under) nei panni di un vero cattivone.

Max e Annie si sono conosciuti proprio ad una game night. Da quella sera non si sono mai più lasciati, e il loro matrimonio prosegue felice, rallegrato ogni mercoledì sera da un’agguerrita “serata giochi” con gli amici del cuore,. Certo, non è proprio tutto rose e fiori. Max e Annie si sentono un po’ in colpa per aver escluso dalle serate il loro inquietante vicino di casa Gary (Jesse Piemons): un poliziotto ossessionato dal ricordo dell’ex moglie. Ma soprattutto, Max è molto stressato dall’arrivo di suo fratello Brooks (Kyle Chandler). La competizione tra i due prosegue da una vita, e anche questa volta Brooks ha messo a segno un colpo micidiale: quando arriva in città, invita tutto il gruppo nella sua lussuosa villa, per un “invito a cena con delitto” che si preannuncia memorabile.

Tempo pochi minuti, un paio di balordi irrompono in casa e sequestrano Brooks con una violenza davvero molto, molto realistica… Ma sarà proprio un gioco, oppure un vero rapimento?

Game Night – Indovina chi muore stasera? di John Frances Daley e Jonathan Goldstein prosegue rilanciando continuamente la posta, conservando il suo bel ritmo sostenuto fino all’ultimo secondo. Jason Bateman (che ha anche prodotto il film) sfodera le sue migliori facce sornione (e somiglia sempre più a Leslie Nielsen de Una pallottola spuntata) mentre Rachel McAdams, indimenticabile Regina George di Mean Girls (2004) , dopo le buone performance ne Il caso Spotlight (2015) e Doctor Strange (2016) torna a sfoderare la sua brillante verve comica.

Certo, nella seconda parte, anche gli autori del film cominciano a sembrare player accaniti, cui il gioco è sfuggito un po’ di mano: sovraccarica di set-up e pay-off, la rocambolesca Game Night avrà almeno tre o quattro finali. Ma nonostante (o forse per questo) il risultato è una sostanziosa slapstick comedy, divertente e non volgare, che garantisce il più classico “divertimento per grandi e piccini”.

game night indovina chi muore stasera?

#GameNightILFILM vi aspetta in sala da Martedì #1Maggio con Warner Bros Pictures.

#thelovingmemory

ESCOBAR – IL FASCINO DEL MALE. La recensione del film con Javier Bardem e Penelope Cruz

di Fabio Giagnoni

L'8 Maggio Penelope Cruz e Javier Bardem apriranno il Festival di 
Cannes con l'anteprima mondiale di Everybody knows (Todos los saben),
atteso nuovo film di Asghar Farhadi (regista iraniano 2 volte 
premio Oscar con Una separazione e Il cliente). 

La coppia di star (che nella vita reale è felicemente sposata 
da 18 anni) intanto è al cinema con il controverso 
Escobar - Il fascino del male: presentato in anteprima alla 
Mostra del Cinema di Venezia, il film è numero 1 al Box Office.

La recensione del nostro guest editor Fabio Giagnoni.

Pablo Escobar. Anche solo il suo nome è leggenda. E finalmente assistiamo a una elaborazione artistica degna di tanta malvagia magnificenza, tratta da Loving Pablo, hating Escobar, la (auto)biografia della giornalista colombiana Virginia Vallejo, prima sincera e spavalda amante di Pablo, poi spaventata e spietata delatrice di Escobar. A interpretarla con intensità e misura, grazie a circa 800 ore di registrazioni video studiate, è Penélope Cruz, già premio Oscar come migliore attrice non protagonista in Vicky Cristina Barcelona (Woody Allen, 2008), sua precedente collaborazione con il protagonista indiscusso di questo biopic, nonché uno dei produttori, Javier Bardem, altro Oscar per Non è un paese per vecchi. I due grandi attori spagnoli hanno girato altri due film insieme: The counselor (Ridley Scott, 2013) e Prosciutto, prosciutto (Bigas Luna, 1992), questa contiguità di lungo corso permette a Bardem di elogiare così la collega: “Ci sfidiamo sempre l’un l’altro ad andare più lontano, più in profondità. Sappiamo come relazionarci tra noi e sperimentare cose diverse. Quella fiducia che abbiamo l’uno nell’altra è una cosa grandiosa”. Se al duo aggiungiamo il pluripremiato regista e sceneggiatore Fernando León de Aranoa, iberico anche lui e amico di Bardem col quale esordì ne I lunedì al sole e che l’ha coinvolto nel progetto, otteniamo una miscela esplosiva: il lungometraggio ha quel ritmo, quel brio e quella ferocia che lo rende opera pregna, attendibile, all’altezza di rappresentare il criminale più ricco della storia. Il suo patrimonio sporco di sangue fu stimato, nei primi anni ’90, attorno ai 30 miliardi di dollari americani, oggi sarebbero quasi il doppio. E proprio dalla sua spropositata opulenza parte la cronista d’assalto (è proprio il caso di dirlo!), le origini di tanta fortuna ancora non erano ancora risapute in pubblico e il boss passava per essere un imprenditore parvenu in ascesa. La facilità con cui la Vallejo si lascia scivolare in questo mondo d’oro, di neve e di sangue, assieme a particolari inquietanti e brutali – quali le taglie diffuse e pagate nelle baraccopoli sulla testa delle guardie a seconda del loro grado, riconoscibile dal distintivo strappato dal cadavere, all’assassinio del ministro della giustizia la cui colpa fu cercare di minare la carriera politica del mammasantissima colombiano, riuscito a farsi plebiscitariamente eleggere parlamentare (la scena delle cravatte è spassosissima), – fa comprendere allo spettatore europeo la profondità della corruzione delle repubbliche delle banane e gli orrori che ne conseguono. Circa 3000 morti pesano su questa vicenda, conclusasi solo con l’uccisione della mente dietro la guerra dichiarata a due stati, il suo e gli USA, vera fonte della forza finanziaria dei cartelli sudamericani: è stato calcolato che all’apice della sua diffusione, la cocaina di Escobar copriva circa l’80% del consumo a stelle e strisce. Strisce soprattutto. A proposito del rapporto fra le due nazioni, Escobar è la naturale prosecuzione di Blow, altro biopic del 2001 in cui il pluripremiato Oscar Johnny Depp interpreta George Jung. Nome sconosciuto ai più, egli fu la testa di ponte del Re della cocaina negli Stati Uniti appunto, ma mentre Blow scandaglia la miseria dei tradimenti e le pazze, patinate feste hollywoodiane, Escobar lo surclassa in violenza, verità, miseria e paura. Sì perché alla P di Pablo sono associate soprattutto Povertà, in grado di rendere chiunque un cieco esecutore a basso costo, e Paura, onnipresente e necessaria per ottenere omertà e riverenza necessarie a tenere in piedi qualsiasi impero criminale. Pablo teneva prigionieri numerosi animali esotici nella sua immensa tenuta, il suo preferito era l’ippopotamo, gli ricordava se stesso, lento, massiccio e inesorabile. “Vederlo nel suo habitat naturale crea dipendenza”, commenta la sua amante giornalista che gli insegnò come parlare in pubblico e ne registrò le gesta. Dell’ippopotamo il boss aveva anche la stazza e qui ammiriamo gli sforzi anche fisici dell’altrimenti atletico Bardem, ingrassato a dismisura e ridicolo in quella scena in cui scappa nudo in mezzo alla foresta dagli elicotteri dell’esercito che lo inseguono. L’attore afferma di aver lavorato molto anche sul tono della voce e sugli sguardi che, a giudicare dalle foto d’archivio, gli riescono addirittura più truci.  Terrorizzante come la bara fatta pervenire ai cancelli della villa di un giudice non connivente, infartato a quella lugubre vista, “Il terrorismo è la bomba atomica dei poveri”: si difende il Re della cocaina, mentre fa squartare con la motosega i suoi compagni di una vita alla prima mancanza di rispetto. “Così mi spezzi il cuore”, ruggisce l’Ippopotamo mentre si massaggia la pancia, comica replica alle prime minacce della Vallejo di cantarsela coi federali, fatto che contribuirà in seguito a porre fine al suo regno. E fra “Ahi, Maria!” (la moglie o la Vergine?) e “Malparido/a!” (insulto traducibile letteralmente come “malnato”, ma più pesante) ripetuti folkloristicamente da quelle labbra abituate a dare solo ordini, si srotola la vicenda di questo personaggio inquietante e affascinante allo stesso tempo, che riuscì a divenire il settimo magnate più ricco del mondo e su cui è stato detto e scritto moltissimo. Ma ascoltiamo anche l’opinione del suo interprete: “Uno dei temi su cui abbiamo lavorato è il significato della parola abbastanza. C’è un limite al voler raggiungere un certo livello? Al voler avere sempre di più, voler essere migliori, più grandi, più forti? Cosa scaturisce nella mente di una persona quando non ne ha mai abbastanza? Niente era mai abbastanza per Pablo. Escobar voleva sempre di più, e aveva tutte le risorse e gli strumenti per diventare più forte, più potente. E questo può portare a distruggere la mente di una persona”.

Fu una chiamata di troppo ai figli, cui teneva moltissimo, che ne decreterà la sconfitta: anche in quel caso fu lui a decidere.

MOLLY’S GAME. La recensione in anteprima del film con Jessica Chastain, scritto e diretto da Aaron Sorkin

di Marta Zoe Poretti

Aaron Sorkin è un autore che non ha bisogno di presentazioni: dall’esordio con Codice d’onore, legal drama del 1992 con Jack Nicholson, Tom Cruise e Demi Moore, Sorkin ha riscritto le regole della sceneggiatura americana, imponendo il suo stile inconfondibile, strutturato su dialoghi serrati, dov’è la parola a guidare l’immagine.

Premio Oscar nel 2011 per The Social Network, negli anni ’90 Aaron Sorkin si impone come sceneggiatore e show-runner grazie al successo di Codice d’onore, Malice – Il sospetto (1993) e di West Wig – Tutti gli uomini del Presidente (1999-2006), serie destinata a fare scuola; ma è anche lo scrip-doctor che contribuisce in modo determinante al successo di Schindler’s List di Steven Spielberg (1993). La sua visione è un punto di riferimento per i serial di nuova generazione: tra i suoi lavori troviamo anche The Newsroom (2012-2014) e Studio 60 on the Sunset Strip (2006-2007).

Dopo il successo del biopic Steve Jobs (2015), Sorkin ha incontrato Molly Bloom: non il personaggio immaginario di James Joyce, ma l’autentica Principessa del Poker, partita dal nulla e arrivata a gestire le più esclusive serate di Texas Hold’em clandestino. L’ascesa è folgorante come la caduta: arrestata nel 2014 dall’FBI, Molly Bloom si dichiara colpevole ed è disposta ad affrontare le pesanti conseguenze di un processo, senza mai accettare immunità né altre ipotesi di patteggiamento, in cambio di nomi e segreti dei suoi clienti (una lunga lista che comprende star di Hollywwod, imprenditori, finanzieri e altri tycoon di Wall Street, ma anche affiliati della mafia russa).

All’inizio Sorkin non era convinto di accettare l’adattamento cinematografico dell’autobiografia di Molly Bloom: in questa storia di decadenza hollywoodiana erano coinvolte troppe persone reali, tra cui amici dello stesso sceneggiatore. Ma è proprio a questo punto che Sorkin scopre una persona completamente diversa da quanto si aspettasse:

“Dopo 15 minuti, volevo disperatamente scrivere questo film, 
perché ho scoperto che lei ha pagato un prezzo molto alto 
per aver preso la mia stessa posizione, che a me però 
non costava nulla.”

Molly’s Game diventa così non solo una sceneggiatura, ma anche la prima regia di Aaron Sorkin: celebrazione di una donna forte, che in nome di lealtà e integrità sceglie di rischiare la vita, il carcere (e rinuncia a svariati milioni di dollari). Interprete di questa protagonista anomala, carismatica e complessa, è una impeccabile Jessica Chastain: il film sceglie la sua voce in prima persona per condurci attraverso una strana storia, che inizia da una campionessa olimpionica mancata.

Prima di sopravvivere alla giunga del poker clandestino, da ragazzina Molly Bloom era già sopravvissuta a un’operazione alla spina dorsale, continuando la sua carriera di sciatrice professionista, specializzata in free-style. Una rovinosa caduta le impedisce di qualificarsi alle olimpiadi: la delusione di suo padre (Kevin Costner) e la continua sfida alla sua autorità resteranno il leitmotiv della sua adolescenza. Trasferita a Los Angeles, Molly rimanda l’inizio della scuola di legge all’Università di Harvard. La vita notturna è straordinariamente più attraente: proprio mentre lavora come cameriera, Molly incontra Dean Keith (Jeremy Strong), diventando la sua assistente personale. E’ lui a introdurla alle serate di poker clandestino, organizzate ogni Martedì al Cobra Lounge (che nella realtà corrisponde al Viper Club, di proprietà di Johnny Depp). Anche il vero deus ex-machina di quest’universo parallelo è protetto da un nome di fantasia: Giocatore X (Michael Cera). Con la sua complicità Molly Bloom diventerà l’organizzatrice delle serate più ambite, prima a Los Angeles, poi a New York, con un buy-in (cifra minima per l’accesso) di 250.000 dollari.

MOLLY'S GAME

Quando una mattina del 2014 viene arrestata da 17 agenti dell’FBI armati fino ai denti, Molly è fuori dal giro già da 2 anni: solo l’impegno dell’avvocato Idris Elba (Charley Jaffrey) potrebbe salvarla da una condanna esemplare.

Per quanto Molly Bloom si sia limitata a confermare le dichiarazioni di altri imputati, senza mai cedere all’FBI informazioni, mail e messaggi dei giocatori, è noto che il fantomatico Player X corrisponda a Tobey Maguire (all’apice del successo dopo Spiderman): la sua è una figura obliqua, cinica e sprezzante, capace di abbandonare Molly senza mi voltarsi indietro. Altri giocatori compulsivi che animavano i tavoli verdi, sono in realtà Leonardo Di Caprio, Ben Affleck, Matt Damon e Macaulay Culkin.

Ma il film scritto e diretto da Aaron Sorkin è tutto per lei, Molly Bloom: nel suo cinema è sempre, solo il personaggio al centro dell’azione, che procede attraverso una fitta serie di dialoghi e monologhi in voice-over, rivelando sempre più informazioni, emozioni e sfumature.

Il risultato è un film solido e avvincente, in sala da Giovedì 19 Aprile grazie a Rai Cinema e 01 Distribution.

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L’AMORE SECONDO ISABELLE. La recensione in anteprima della nuova commedia con Juliette Binoche

di Marta Zoe Poretti

Ispirato ai Frammenti di un discorso amoroso del maestro Roland Barthes, il nuovo film di Claire Dénis sceglie una luminosa Juliette Binoche per raccontare sentimenti, relazioni e altri disastri. Il risultato è una commedia sofisticata, anti-romantica e ricca di ironia, dal titolo L’amore secondo Isabelle (Un beau soleil interieur): uno tra i titoli più apprezzati nell’edizione 2018 di Rendez-vous – Festival del Nuovo Cinema Francese.

Sullo sfondo della ville lumière, il film racconta le avventure di Isabelle (Juliette Binoche): cinquantenne parigina, pittrice affermata, intenta a riscoprire dopo un divorzio regole e inganni del misterioso mondo delle relazioni. Tra illusioni, passioni fugaci e fiumi di lacrime, Isabelle insegue una meravigliosa utopia: quella del vero Amore. In questo viaggio di formazione troverà sulla sua strada banchieri e mentitori, attori e saltimbanchi, uomini indecisi, inadeguati oppure ossessivi, senza mai perdere quell’ardente speranza. Quando si rivolgerà a un indovino (Gerard Depardieu), le consiglierà di coltivare il suo bel sole interiore: l’uomo dei suoi sogni esiste e, se pur non si sa bene quando, è certo pronto ad arrivare.

Claire Dènis e Juliette Binoche si addentrano nel campo minato della commedia sentimentale con classe ineffabile, realizzando il miracolo di un film lieve, aggraziato, immune da facili cliché.

Fin dalla prima sequenza assisteremo a immagini lontanissime dalle selvagge e perfette sessioni erotiche del cinema Hollywoodiano: il banchiere amante di Isabelle (Xavier Beauvois) non è bello, non è prestante e oltretutto non è affatto un gentiluomo.

Claire Dènis, sul modello del saggio di Barthes, procede così per rapide impressioni, rappresentando attraverso una giostra di personaggi tutte le emozioni dell’innamoramento: attesa, euforia, dubbio, disillusione, e su tutto tanto, delizioso tormento.

Lo spettacolo di varia umanità che attraversa la vita di Isabelle è reso prezioso dalle brevi ma folgoranti apparizioni di grandi interpreti del cinema francese: Gerard Depardieu (irresistibile cartomante, che regala un piano-sequenza destinato a fare scuola), Philippe Katherine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Devauchelle, Paul Blain e Valeria Bruni Tedeschi.

isabelle poster

L’amore secondo Isabelle, vincitore del Prix SACD al Festival di Cannes 2017 e segnalato come “film della critica” dall’SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani) vi aspetta in sala da Giovedì 19 Aprile.

#thelovingmemory

THE HAPPY PRINCE – L’ULTIMO RITRATTO DI OSCAR WILDE. La recensione in anteprima del film di Rupert Everett

di Marta Zoe Poretti

Fin dagli albori il cinema si è rivolto a Oscar Wilde come una riserva inesauribile di storie, personaggi, variazioni: dall’adattamento de Il ventaglio di Lady Windermere di Ernst Lubitsch (1925) a Wilde Salomé di Al Pacino (2011), esistono almeno diciotto versioni solo de Il ritratto di Dorian Gray. Nel 1997 l’icona del poeta e drammaturgo irlandese – che ha conosciuto l’apice del successo, i fasti dell’alta società londinese, poi la vergogna e la rovina a seguito della condanna per omosessualità, che in Inghilterra resta un reato fino al 1968 – ha trovato la sua perfetta incarnazione in Stephen Fry. Se Wilde di Brian Gilbert raccontava tormento, debolezze, ma soprattutto la grandeur del genio e del dandy, oggi Rupert Everett sceglie di raccontare Monsieur Melmoth: un uomo che ha perso tutto, costretto all’esilio in Francia, disperatamente in cerca di denaro e qualche ultimo, fugace piacere.

Ci sono voluti dieci anni perché Everett trovasse i finanziamenti per The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde: un film che racconta con realismo implacabile il crepuscolo di un idolo, spogliato di ogni aura, ma certo brillante fino all’ultimo respiro.

Everett ha scritto, diretto e interpretato un’opera struggente, che dimostra come Oscar Wilde, autore tra i più celebri della letteratura occidentale intera, resti un uomo che non finiremo mai di conoscere.

L’attore inglese (che ha ispirato volto e sembianze di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo di Tiziano Sclavi) aveva già interpretato Un marito ideale (1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (2002) negli adattamenti firmati Oliver Parker. Quindi, ha conquistato pubblico e critica come protagonista di The Judas Kiss, dramma teatrale di David Hares, che si concentra proprio sul rapporto tra Wilde e Lord Alfred Douglas, detto Bosie: il grande amore e la rovina della sua vita.

Quindi, scrivendo la sceneggiatura di The Happy Prince, Everett si concentra sui misteri che caratterizzano la fine di Wilde. Come sottolineato anche nella conferenza stampa romana, è il poeta stesso l’artefice della sua rovina: è lui a denunciare per calunnia il padre di Lord Alfred Douglas, che l’aveva accusato pubblicamente di sodomia, sempre lui a innescare la macchina processuale, come non fosse consapevole delle conseguenze. Tanta hybris sarà duramente punita: il Marchese di Queensberry non fatica a trovare testimonianze tra i mercenari del sesso, mentre il tribunale infligge a Oscar una condanna esemplare, con due anni di lavori forzati. Rupert Everett ha sottolineato un altro dettaglio importante: il governo inglese ha lasciato a Wilde ampio margine di fuga, prima che l’arresto diventasse effettivo. Per questo, la sua fine assume i contorni di un martirio ostinato, volontario e auto-inflitto.

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde racconta gli anni dell’esilio francese. Per quanto cerchi ancora di mostrarsi elegante e charmant, Wilde è un uomo anziano, provato irrimediabilmente dalla vergogna e dagli orrori della prigionia. Decide di chiedere un’ultima volta il perdono di sua moglie, Constance Holland (Emily Watson). Benché gli venga negato, la donna provvede ancora al pagamento della sua rendita, mentre al suo fianco restano solo gli amici più fidati, Robbie Ross (Edwin Thomas) e Reggie Turner (Colin Firth). Incapace di accettare l’amore di Robbie (che comunque resterà fino in fondo), Oscar si abbandona alla scelta più folle: incontrare ancora Lord Alfred Douglas (Colin Morgan). Dopo la fuga a Napoli e qualche mese di stravizi, una volta a corto di fondi, Bosie torna immancabilmente alla sua routine di lusso e privilegi. Al contrario, la vita di Oscar Wilde finirà il 30 Novembre del 1900 in una squallida pensione parigina: al suo capezzale restano solo Reggie, Robbie Ross e due giovani fratelli francesi, nella fattispecie un fiammiferaio e un gigolò, protagonista di qualche ultimo momento purpureo.

Nonostante si tratti della sua prima regia, Rupert Everett realizza un’opera complessa con la sicurezza di un autore consumato. Il film moltiplica i piani del racconto, attraversando presente e passato, realtà e sogno, in perfetto equilibrio tra stilizzazione, struttura teatrale e realismo più crudo.

L’ispirazione è chiaramente Morte a Venezia e il cinema di Luchino Visconti, ma non esclude l’utilizzo ricorrente della macchina a spalla, delle luci naturali e i piani ravvicinati, che rimandano a Dogme 95 e i film dei fratelli Dardenne.

Oscar Wilde/Rupert Everett è anche la voce narrante del film. Naturalmente, non si dedicherà banalmente ai fatti, ma ai versi del De Profundis, La ballata del carcere di Reading e la favola de Il principe felice: magnifico e dolente contrappunto alla bruttura della realtà, mentre la fine si fa ineluttabile.

 

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde (prodotto con il contributo determinante di Palomar e Carlo degli Esposti) è al cinema da Giovedì 12 Aprile grazie a Vision Distribution.

“Some love too little, some too long,
Some sell, and others buy;
Some do the deed with many tears,
And some without a sigh:
For each man kills the thing he loves,
Yet each man does not die.”

Oscar Wilde, The Ballad of Reading Gaol

*Trovate questa recensione anche sul sito: www.lindiependente.it

IO SONO TEMPESTA. La recensione in anteprima del nuovo film di Daniele Luchetti, con Marco Giallini ed Elio Germano

di Marta Zoe Poretti

A trent’anni esatti da Domani accadrà, primo lungometraggio prodotto da Nanni Moretti e Sacher Film, Daniele Luchetti presenta Io sono tempesta: un’opera che dichiara apertamente la sua appartenenza alla storia della commedia all’italiana, ma non rinuncia a un impianto contemporaneo e qualche incursione in territorio non-sense.

Protagonista assoluto è Marco Giallini, alias Numa Tempesta: spregiudicato finanziere, celebre per il suo fondo da un miliardo e mezzo di euro. Praticamente un piazzista a cinque stelle, che si distingue per l’assoluta assenza di scrupoli. La sua ultima trovata è costruire una nuova Dubai tra desolate montagne del Kazakistan. Mentre è impegnato a circuire un pool di investitori internazionali, la giustizia italiana torna a bussare alla sua porta. Per Numa Tempesta è arrivato il momento di scontare una vecchia condanna per frode fiscale: per evitare il carcere, dovrà svolgere 12 mesi di servizi sociali.

E’ così che un uomo abituato al lusso più estremo si trova a servire pasti caldi in un centro d’assistenza, gestito con pugno di ferro dall’irreprensibile Angela (Eleonora Danco). Con grande disappunto, Numa scoprirà che la donna è impossibile da corrompere: se non dimostra empatia verso gli utenti del centro, può dire addio al passaporto e tutti i mirabolanti progetti kazaki. Almeno, finché un ragazzo-padre senza tetto, Bruno (Elio Germano), si rivela il suo improbabile alleato. La sua trovata è semplice ma anche geniale: per conquistare le simpatie di Boccuccia, Slavo, l’Ingegnere e gli altri disagiati del centro, perché non provare col denaro?

Io sono tempesta di Daniele Lucchetti è un film dallo scopo preciso: raccontare la povertà da una prospettiva inedita, priva di accenti drammatici e (vere o presunte) analisi sociali. Il risultato è una commedia iperrealista e agrodolce, dove (per una volta) sono i buoni che diventano cattivi.

La sceneggiatura (scritta da Luchetti con Sandro Petraglia e Giulia Calenda) prende spunto da un noto fatto di cronaca: la condanna di Numa Tempesta ai servizi sociali è ovviamente ispirata a quella di Silvio Berlusconi dopo il processo Mediaset. Ma questa volta non erano l’attualità né il realismo a interessare il regista de Il portaborse (1991), La scuola (1995), Mio fratello è figlio unico (2007) e La nostra vita (2010). Lo spunto reale cede presto al desiderio di realizzare una tragicommedia, una autentica “opera buffa”, che gioca costantemente col limite del grottesco e strizza l’occhio al caro vecchio Don Giovanni di Tirso De Molina, ingannatore che non mostrerà alcun accenno al pentimento.

Completano l’aura iperrealista la superba fotografia di Luca Bigazzi – fidato D.O.P. di Paolo Sorrentino da L’amico di famiglia (2005) al nuovo, attesissimo Loro (in arrivo il prossimo 24 Aprile) – il montaggio di Mirco e Francesco Garrone e le musiche di Carlo Crivelli.

Certo, mentre Luchetti moltiplica riferimenti e citazioni (da I soliti ignoti di Mario Monicelli ai perturbanti scenari alberghieri, omaggio a Shining di Stanley Kubrick), il film risente forse della divisione in tre atti, che ritarda il pay-off e un finale che non sembra convincere buona parte della critica.

In compenso, Marco Giallini regala una delle interpretazioni più folgoranti della sua carriera, per una commedia brillante e un protagonista impossibile da resistere.

Io SonoTempesta, prodotto da Cattleya e Rai Cinema, arriva al  cinema domani, Giovedì 12 Aprile.

 

 

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