#Venezia75 : La Profezia dell’Armadillo di Emanuele Scaringi. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

*la recensione è pubblicata anche su L’indiependente

“Spero che il film sia bello come tutti quelli che sono affezionati a quella storia. E so che chi c’ha lavorato è bravo e regolare. Però ecco, non me rompete er cazzo.” – Zerocalcare

Già nel mese di Luglio, con 3 tavole e questa battuta Michele Rech (alias Zerocalcare) tagliava corto e squarciava la coltre di mistero, rumors e pettegolezzi intorno all’adattamento della sua prima graphic-novel: La profezia dell’Armadillo.

In concorso nella sezione Orizzonti della 75. Mostra del Cinema di Venezia, la versione cinematografica dell’Armadillo arriva dopo una serie complessa di difficoltà produttive. Una su tutte: l’abbandono di Valerio Mastandrea, scelto inizialmente come regista, oltre che autore della sceneggiatura (firmata con Zerocalcare, Oscar Glioti e l’ineffabile critico in maschera, inventore delle Recinzioni, noto col nome di Johnny Palomba).

Adattare per il grande schermo quello che non è banalmente un fumetto, ma “il manifesto della generazione di tagliati fuori”, era di per sé materia incandescente. Per compiere l’impresa, Fandango sceglie un regista al suo primo lungometraggio: Emanuele Scaringi. Non che la stampa o i fan di Zero fossero in trepidante attesa: stavano proprio al varco, molti col coltello tra i denti.

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#Venezia75 : #Suspiria di Luca Guadagnino. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

*recensione pubblicata anche su L’indiependente

Sullo sfondo di un cielo in tempesta, Luca Guadagnino, Thom Yorke, Tilda Swinton e Dakota Johnson sbarcano il primo Settembre alla 75. Mostra del Cinema di Venezia. Il film in anteprima è forse il più atteso dell’intera edizione del Festival: Suspiria, remake del classico di Dario Argento.

Solo alle proiezioni del mattino, erano migliaia i giornalisti e i rappresentanti delle industrie cinematografiche internazionali, in coda per assistere a quello che, per molti versi, è un evento storico. Negli annali della Mostra, non si ricorda un film di genere Horror che abbia mai suscitato tanto clamore.

Fin dai titoli di testa, la nuova Suspiria si presenta come un racconto in 6 atti e un prologo. La grafica rimanda esplicitamente alle avanguardie tedesche della fine degli anni ’70. Scopriremo così che il film, per quanto riprenda fedelmente la struttura tracciata da Dario Argento e Daria Nicolodi, non è ambientato a Friburgo, ma nella Berlino divisa del 1977.

Non si tratta di un dettaglio marginale: l’ambientazione berlinese rappresenta un’autentica linea narrativa, del tutto originale, che cambia subito la nostra prospettiva.

Dopo pochi minuti, la definizione “remake” si rivela già povera e riduttiva.

Quella di Luca Guadagnino è una rilettura complessa, che guarda alla sceneggiatura del ’77 con evidenti amore e devozione. Eppure, di quello script sembra prendere il cuore, per farlo esplodere in un racconto corale, con implicazioni e sfumature innumerevoli. La componente esoterica è solo uno tra i molti volti della paura. Quella che terrorizza, nella nuova Suspiria di Guadagnino, è la parte ferale della natura umana: istinto, desiderio, volontà di sopravvivenza.

Non sono banalmente il bene e il male le forze che si scontrano nella nuova Suspiria. Se la scuola di danza di Dario Argento era una cattedrale immersa nel nulla, estranea alla realtà e alla vita, il nuovo edificio della Compagnia di danza Markos è permeato dal mondo e dalla Storia. Dalla nascita del femminismo agli attentati della Banda Baaden-Meinhof, l’eco della Seconda Guerra Mondiale resta sempre presente, come una ferita aperta, mai cauterizzata. Il personaggio dello psichiatra Litz Ebersdorf (a voi il piacere di scoprire l’interprete) è il simbolo vivente di quella memoria e i suoi demoni. Così come la celebre coreografa Madame Le Blanc (Tilda Swinton) rappresenta le tensioni violente dell’Arte contemporanea (la cui missione è “rompere il naso alla bellezza”).

L’avventura di Suspiria era e resta semplice: una giovane danzatrice, fuggita dalla provincia dell’Ohio, entra nella compagnia diretta da Madame De Blanc, determinata a realizzare i suoi sogni. Con il suo incredibile talento, conquista subito un ruolo di primo piano. Ma nella compagnia, nel dormitorio e nell’animo delle vecchie maestre di ballo, si agitano forze e segreti indicibili.

Seguendo le stesse dichiarazioni di Guadagnino, al centro di Suspiria c’è la maternità: desacralizzata, spogliata dell’aura cristiana, mostrata nei suoi recessi più feroci.

Negli incubi della protagonista Susie Bannion (Dakota Johnson), vedremo una citazione esplicita di Francesca Woodman: fotografa che oggi conosciamo come una tra le artiste più influenti del suo tempo, morta suicida nel 1980, a soli 23 anni.

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Tra le righe, non è difficile leggere la sconfitta di un’intera generazione, il caos del presente, che non sa scrivere nuovi paradigmi.

Accompagnate dalla colonna sonora di Thom Yorke (che ha dichiaro di aver composto le musiche come una sequenza di incantesimi) le coreografie, le visioni e il dolore si moltiplicano un capitolo dopo l’altro, per un magnifico film tentacolare, che avvolge lo spettatore fino a togliergli il respiro.

A questo punto, possiamo dire che Suspiria si nega ad ogni  facile giudizio critico.

Certo: non parliamo di un film perfetto, né di un film destinato a convincere tutti. Molti fan irriducibili di Dario Argento troveranno il remake inaccettabile.

La conclusione è il suo grande punto debole: non perché infedele al maestro, ma perché Guadagnino sembra rilanciare la posta, fino a un pay-off impossibile.

Comunque, resta salda una premessa. Dopo il successo internazionale di Chiamami col tuo nome (premio Oscar per la sceneggiatura di James Ivory), con un progetto così controverso, Luca Guadagnino dimostra un coraggio da leoni.

Suspiria divide prima ancora di arrivare in sala: destinato a scontentare chiunque non ami i remake, per non parlare della violenza e dell’etichetta Horror, che esclude automaticamente un’ampia gamma di spettatori.

Tanti avrebbero giocato altre carte, realizzando un inattaccabile film d’autore, abbastanza furbo da consolidare la simpatia di Hollywood.

Fosse solo per questo, non possiamo che consigliarvi di vedere Suspiria.

Un film che, al netto di qualunque considerazione, garantisce il piacere sfrenato di cadere in un incantesimo, orchestrato dai maestri Thom Yorke e Luca Guadagnino.

#thelovingmemory

#Venezia75 : #LaFavorita di Yorgos Lanthimos. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

*recensione pubblicata anche su L’indiependente

“Quando realizzi un film ambientato in un’altra epoca, è sempre interessante vedere come si relaziona con i nostri tempi – e ti rendi conto di quante poche cose siano cambiate, a parte gli abiti e il fatto che oggi abbiamo l’energia elettrica o internet. Sono tantissime le analogie a livello di comportamenti, società e potere.” – Yorgos Lanthimos

Dopo il futuro distopico di The Lobster, l’asettico presente de Il Sacrificio del Cervo Sacro (qui la nostra recensione), Yorgos Lanthimos procede a un salto indietro nel tempo, per condurci all’alba del ‘700, alla corte della Regina Anna di Gran Bretagna. Così il regista greco, considerato a pieno titolo tra gli autori più innovativi del panorama contemporaneo,  presenta in concorso alla 75. Mostra del Cinema di Venezia La Favorita (The Favourite): una parabola sul potere, la condizione femminile e la crudeltà insita nella natura umana.

Storia, linea surrealista e deformazione grottesca si incontrano al crocevia di un triangolo amoroso: quello tra Anna Stuart (regina stanca e malatissima, devastata nel corpo e nell’animo da un coacervo di malattie e 17 gravidanze fallite), la sua amica d’infanzia, consigliera e amante Sarah Churchill Duchessa di Malborough, e una sua lontana cugina, Abigail Masham (giovane Lady decaduta, perduta a carte da suo padre, giunta a corte dopo orribili peripezie).

Abigail (Emma Stone) ha i grandi occhi della disgrazia e della virtù: un vantaggio non indifferente, considerata la sua determinazione a scalare velocemente la piramide sociale, da sguattera a favorita di corte. Al contrario, la Duchessa di Malborough (Rachel Weisz) è celebre per il suo carattere aperto, onesto e diretto (magari vagamente brutale). Al centro, la Regina (Olivia Colman): un grosso corpo, tormentato dalla gotta e disperatamente in cerca d’amore. Il suo breve regno resta poco più di una nota ai margini della Storia, segnando la fine della dinastia Stuart. Ora, Yorgos Lanthimos ha scelto questo strano “scenario pre-illuminista” per mettere in scena il suo primo film in costume: un tripudio di balli di gruppo, giganti parrucche e anatre portate al guinzaglio.

Lanthimos con La Favorita allestisce il suo personale Teatro della crudeltà, moltiplica e dissolve riferimenti e citazioni (Da Barry Lindon di Stanley Kubrick a Il re muore di Eugene Ionesco), mentre il triangolo d’amorosi sensi si fa sempre più perverso, si intreccia con lo scontro politico di Whigs e Tories. Il parlamento, come la corte, si fanno così spettacolo dell’assurdo. Un palcoscenico con tre splendide protagoniste, impegnate a scambiarsi incessantemente il ruolo di vittima e di carnefice.

Questa insolita, splendida partita di scacchi, per certi versi è estenuante. Soprattutto nella seconda parte, La Favorita si rivela infatti un’opera debordante, dall’intelligenza sottile, ma gravata da qualche lentezza (da imputarsi più alla sceneggiatura che non alle superbe soluzioni visive di Yorgos Lanthimos).

Se The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro erano impeccabili macchine a orologeria, quasi stranianti nella perfezione della forma, questo è un film stranamente più umano, destinato a scatenare reazioni contrastanti e dividere il pubblico (compresi grandi estimatori del regista).

Il cinema di Yorgos Lanthimos è uno strano animale, che domanda attenzione, stupore e disagio.

In un panorama di emozioni rapide, La Favorita è un film da meditare, che si rivela nel tempo, nelle sensazioni sottotraccia. E per questo, non possiamo che amarlo.

#thelovingmemory

#Venezia75 : #SullaMiaPelle di Alessio Cremonini. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

*recensione pubblicata anche su L’indiependente

Standing ovation e un lungo, interminabile applauso per Sulla mia pelle di Alessio Cremonini: il film che racconta gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, selezionato come titolo di apertura della sezione Orizzonti della 75. Mostra del Cinema di Venezia.

Aprire il Festival con un film già oggetto di tante polemiche, era inevitabilmente una scelta politica.

Il nome di Stefano Cucchi, purtroppo, non sembra aver bisogno di presentazioni. Arrestato il 15 Ottobre 2009 in Via Lemonia a Roma, accusato di possesso e spaccio di droga, morirà 7 giorni più tardi all’Ospedale Sandro Pertini ( ancora in custodia cautelare e in attesa di giudizio). Sulla vicenda non esiste ancora una “verità giudiziaria”: il processo-bis è tutt’ora in corso, in un balletto di assoluzioni e condanne, che coinvolgono alcuni agenti delle forze dell’ordine e della polizia penitenziaria (accusati di omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità) oltre a diversi medici (accusati di abbandono d’incapace e omicidio colposo). Al contrario, la verità che la sorella Ilaria Cucchi e i familiari di Stefano mostrano attraverso fotografie, referti e testimonianze dirette, è più tragica e chiara: Stefano è stato brutalmente picchiato, ed è morto dopo un’intera settimana di agonia, conseguenza delle gravi lesioni riportate.

Quella di Ilaria Cucchi è una battaglia che prosegue strenuamente da quasi 10 anni (impossibile dimenticare le parole dell’allora ministro Giovanardi – che liquidava la morte di Stefano Cucchi come l’inevitabile fine di un drogato, anoressico e sieropositivo, salvo poi scusarsi con la famiglia per la falsità delle affermazioni).

Ora, il film di Alessio Cremonini ricostruisce con assoluto rigore i 7 giorni del calvario di Stefano Cucchi (la sceneggiatura è basata sugli atti giudiziari e processuali). Soprattutto: chi si aspettava un banale film drammatico, pronto a indulgere sugli istanti più crudi di una vicenda straziante, ieri ha davvero dovuto ricredersi. Sulla mia pelle, al contrario, è un’opera sorprendente, che non concede nulla allo spettacolo, scegliendo un realismo crudo, essenziale e carico di dignità. Difficile immaginare un film più perfetto per restituire la verità su Stefano Cucchi, domandare giustizia per una pagina nera della Storia del nostro paese.

Sarebbe stato facile cadere nei cliché del film di denuncia, oppure realizzare un’opera ricca di contenuti, ma dal linguaggio stereotipato, come si conviene (soprattutto in Italia) a un onesto film tv per la prima serata. Per fortuna, Sulla mia pelle non è niente di tutto questo.

Alessandro Borghi (già protagonista di Suburra, Napoli velata di Ferzan Ozpetek e Non essere cattivo, l’ultimo film di Claudio Caligari) nella parte di Cucchi regala un’interpretazione da Leone: un esempio di mimesi totale, che restituisce integralmente gestualità, espressioni, voce e quell’ironia incrollabile che Stefano ha conservato fino all’ultimo.

Non ci sarà alcuna rivelazione: quello che accadde dietro una porta chiusa, tra Stefano e tre agenti dell’arma dei Carabinieri, non verrà mai mostrato. La vera domanda, quella che oltrepassa il caso di cronaca e rivela un paese sempre più spaccato e ferito, resta la stessa. Sì, il ragazzo era tossicodipendente. Sì, è altamente probabile che vendesse hashish e forse anche droghe pesanti. Per questo meritava di morire?

SULLA MIA PELLE

Grazie al film, anche chi conosce la vicenda scoprirà qualche dettaglio meno noto (ma capace di spezzarti il cuore). Ad esempio: come Stefano sia passato attraverso tante diverse strutture carcerarie e ospedaliere, con evidenti segni di percosse, già in condizioni disperate, nell’indifferenza di una lunga serie di persone (che certo avevano capito la situazione, ma desideravano solo non essere coinvolte). Oppure, come la famiglia (interpretata da Jasmine Trinca, Max Tortora e Silva Marigliano) abbia disperatamente cercato di incontrare il ragazzo, avere informazioni sulle sue condizioni dopo il ricovero, senza mai ottenere i necessari permessi. Non avevano idea della gravità della situazioni, e hanno avuto notizia del decesso con un atto formale: la richiesta di autorizzazione per l’autopsia.

Dopo l’anteprima mondiale della Mostra del Cinema di Venezia, Ilaria Cucchi ha rivolto un tweet direttamente al Ministro dell’Interno Matteo Salvini – tornato solo il mese scorso a esprimersi in favore dell’abolizione del reato di tortura per le forze dell’ordine.

Non è necessario aggiungere altro. Il film di Alessio Cremonini ha l’incredibile merito di non esprimere giudizi, non indulgere in nessuna facile morale, colpendo all’anima e allo stomaco solo con la forza dirompente delle immagini.

Secondo Jean-Luc Godard “il cinema è verità 24 volte al secondo”. E’ certo questo il caso di Sulla mia pelle, un film che fa piangere lacrime vere, amare e calde, come quelle che ieri in Sala Darsena a Venezia univano indistintamente autori, cast, produzione, stampa e pubblico.

L’abbraccio di Alessandro Borghi e Ilaria Cucchi, più del glamour e dei red carpet, resta l’immagine simbolo della prima giornata alla Mostra del Cinema di Venezia.

Troverete Sulla mia pelle in streaming su Netflix (che ha scelto di rendere disponibile il film in ben 190 paesi) a partire dal 12 Settembre – ed in una serie di cinema selezionati grazie a Lucky Red.

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IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO. La recensione del film di Yorgos Lanthimos con Colin Farrell e Nicole Kidman

di Marta Zoe Poretti

Ad oltre un anno dall’anteprima al Festival di Cannes 2017 (che l’ha premiato per la Migliore Sceneggiatura) arriva in sala grazie a Lucky Red il quinto lungometraggio scritto e diretto da Yorgos Lanthimos: Il sacrificio del cervo sacro (The killing of a sacred deer).

Dopo un autentico capolavoro di cinema dell’assurdo, l’autore di The lobster (Gran Premio della Giuria a Cannes 2016, diventato istantaneamente un film di culto in mezzo mondo) sceglie questa volta il dispositivo classico della tragedia greca: una parabola che procede fatale verso la rovina ineluttabile.

Protagonista resta Colin Farrell: star di Hollywood che Lanthimos sa rendere sorprendentemente umano, goffo, vulnerabile.

Al centro de Il sacrificio del cervo sacro c’è il cardiochirurgo Steven, un uomo dalla vita apparentemente perfetta, destinata a precipitare in un lucido, interminabile incubo a occhi aperti.

Obiettivi panoramici, estrema profondità di campo e utilizzo ossessivo della prospettiva rinascimentale, così impeccabile che sfiora l’orrore, sono gli elementi visivi scelti da Lanthimos per dilatare gli spazi, la città e gli interni, come se la quotidianità di Steven appartenesse in realtà a una dimensione parallela, disegnata dall’autore di 2001 Odissea nello spazio.

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LA STANZA DELLE MERAVIGLIE. La recensione in anteprima del film di Todd Haynes con Julianne Moore

di Marta Zoe Poretti

Tra le novità al cinema da Giovedì 14 Giugno anche La stanza delle meraviglie: adattamento cinematografico del bestseller di Brian Selznick. L’autore de La straordinaria avventura di Hugo Cabret (divento un film pluri premio Oscar grazie a Martin Scorsese) firma anche la sceneggiatura di questo nuovo viaggio di formazione, visto, raccontato e sentito dal punto di vista di due bambini. E in questo caso punto di vista non è semplicemente una formula letteraria: i protagonisti de La stanza delle meraviglie, infatti, sono due piccoli non udenti, che non conoscono ancora il linguaggio dei segni, eppure non hanno alcun timore, quando decidono di partire alla scoperta di un mondo tanto attraente quanto ostile.

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END OF JUSTICE – Nessuno è innocente. La recensione del film con Denzel Washington

di Marta Zoe Poretti

Il 2018 è anche il cinquantesimo anniversario del ’68: al polo opposto della celebrazione, arriva in sala End of Justice – Nessuno è innocente, secondo lungometraggio da regista di Dan Gilroy (già autore dell’ottimo The Nightcrawler – Lo sciacallo, 2014). Per il legal-drama che è valso a Denzel Washington l’ottava candidatura all’Oscar come Miglior Attore, il volto storico di Malcolm X diventa interprete di una parabola amara (per non dire drammatica) sul crepuscolo di ogni ideale. Roman J. Israel, protagonista assoluto di End of Justice, è infatti un ex militante delle Black Panthers, che ha dedicato la sua intera esistenza alla battaglia per i diritti civili, solo per trovare che ormai non ha più un posto nel mondo.

Ispirato a Il verdetto (1982) di Sidney Lumet, anche End of Justice è un dramma che non ricostruisce un procedimento giudiziario, ma cerca l’essenza e l’anima dell’avvocato protagonista.

Roman J. Israel (Denzel Washington) ha vissuto per decenni nell’ombra del suo socio: lo studio si è sempre schierato al fianco delle minoranze etniche, offrendo assistenza legale pro-bono a minorenni, piccoli criminali e chiunque viva ai margini della società. Ruolo di Roman, forte di una conoscenza quasi prodigiosa dei codici di legge, era predisporre la linea di difesa, senza mai avvicinarsi concretamente né ai clienti né alle aule di tribunale. Ma quando il suo storico socio ha un malore, nel giro di pochi giorni la vita di Roman torna a scontrarsi violentemente con la realtà.

Senza lavoro, senza il suo unico amico, Roman dovrà accettare l’offerta George Pierce (Colin Farrell): avvocato ben più spregiudicato e dedito al profitto. Non va meglio quando il vecchio Roman J. Israel cerca di riavvicinarsi alla protesta sociale: nonostante la stima di Maya (Carmen Ejogo), i giovani afro-americani e il loro linguaggio sembrano ormai alieni, con cui Roman non è minimamente in grado di entrare in contatto.

 

End of Justice – Nessuno è innocente diventa così la triste storia di un riscatto impossibile. Denzel Washington, nel ruolo di Roman J. Israel è quasi irriconoscibile: goffo, appesantito, irrimediabilmente buffo nelle sue mise démodé. Peccato che il film si riveli presto debole: privo di una trama davvero convincente, questa volta Dan Gilroy lascia tutto il peso del film sulle spalle del protagonista. E benché si tratti di un gigante della Storia del cinema americano, non basta a salvare una sceneggiatura superficiale (e una grande occasione mancata).

Restano una splendida colonna sonora Jazz, una Los Angeles luminosa e indifferente, l’ipad e i grossi occhiali di Roman/Denzel Washington, per un film che sembra dedicato solo ai fan più irriducibili del protagonista di Malcolm X (1992), Philadelphia (1993),Training Day (2001) e una incredibile serie di storie, capaci di conservare una forte valenza sociale anche nel contesto del cinema più commerciale.

Per rivedere Denzel Washington al suo massimo splendore, non resta forse che aspettare il sequel di The Equalizer – Il vendicatore, adattamento della serie cult anni ’80 Un giustiziere a New York.

#EndofJustice è in sala da Giovedì 31 Maggio con #WarnerBros

#thelovingmemory

#Dogman e #LazzaroFelice : cosa raccontano i film italiani premiati a #Cannes

di Marta Zoe Poretti

"Grazie a questa incredibile giuria e la sua incredibile 
presidentessa(…) Grazie ai produttori e tutti quelli che 
hanno reso possibile questo film e questa sceneggiatura 
bislacca, grazie per averla preso seriamente 
come i bambini prendono seriamente i giochi.”

Così Alice Rohrwacher ha ringraziato la giuria di Cannes e Cate Blanchett, che hanno scelto di premiare il suo Lazzaro Felice per la Migliore Sceneggiatura. Come per Marcello Fonte, Miglior Attore grazie a Dogman di Matteo Garrone, quella della giuria è una linea precisa: premiare la diversità, il coraggio di un cinema che prende solo strade traverse, capace di mirare al cuore senza cedere alle lusinghe dello spettacolo, né agli artefatti tipici dell’autorialità (vera o presunta).

Il cinema italiano conquista così il Festival di Cannes 2018, con due film che non potrebbero essere più diversi, eppure hanno un sostanziale punto in comune: raccontare la tenerezza, attraverso due protagonisti dal candore assoluto, esclusi brutalmente dalla società e dagli uomini. Come a dire che bontà, gentilezza e dedizione rappresentano ormai un dato non realistico, un sintomo di alienazione, o forse la più inaccettabile tra le provocazioni.

Lazzaro Felice arriva oggi nelle nostre sale. Fin dal primo fotogramma, il terzo lungometraggio di Alice Rohrwacher dichiara la sua diversità, che parte dalla scelta di girare il film in 16 millimetri. Lontana dall’estetica del digitale, ma anche dalla perfezione del 35 millimetri (suo nobile fratello maggiore), il 16mm è la pellicola delle avanguardie e del cinema a basso costo, la cui grana spessa, non perfettamente definita risulta oggi quasi straniante. Nell’era del 4K, la scelta stessa del Super16 rappresenta un invito: abbandonarsi a una fiaba insolita, dai tempi dilatati, imperfetta e fuori dal tempo.

Lazzaro (Adriano Tardiolo) è un mezzadro: come a dire uno schiavo, la cui vita appartiene e dipende dalla Marchesina Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi). Il ragazzo non conosce altra realtà che l’Inviolata, le sue piantagioni di tabacco, il casale dove vive con Antonia (prima Agnese Graziani, poi Alba Rohrwacher) e altre decine di contadini, ammassati come fossero bestiame. Come ogni estate, la Marchesa raggiunge l’Inviolata con suo figlio Tancredi (Luca Chikovani). A differenza della madre, il Marchesino odia la tenuta, e nel disperato tentativo di sfuggire alla noia, sceglie come amico proprio Lazzaro. La bontà di Lazzaro ne aveva già fatto una sorta di scemo del villaggio: quello a cui tutti si rivolgono quando hanno bisogno di qualcosa. Ma tra l’indolente nobile e il candido ragazzo, nasce un’amicizia istantanea e vera. Un legame così autentico che finirà per rivoluzionare la vita di tutti, rompendo quel “grande inganno” che esclude l’Inviolata dalla realtà.

Lazzaro felice è un film senza coordinate: attraversa lo spazio e il tempo, mescolando presente e passato, la realtà più cruda e l’incanto della fiaba. Ma le differenze tra città e campagna, libertà e schiavitù non si rivelano che illusorie. Da Vetriolo e Bagnoregio, dagli scenari del viterbese a Castel Giorgio e la provincia di Terni, fino a una strana modernità metropolitana (che è il mash-up di Milano, Torino e Civitavecchia), il film di Alice Rohrwacher racconta una ferita italiana: ancora quella illustrata nel 1975 da Pier Paolo Pasolini con “La scomparsa delle lucciole”. Una società che ha annientato i valori della cultura rurale, senza riempire il vuoto di autentico progresso.

Uno scenario ferale, dove la sopraffazione e l’esclusione dei più deboli si consolida come norma, finalmente invincibile, già che non corrisponde più a una Signora Marchesa, ma al muro senza volto di una società intera.

 

Sia il film di Alice Rohrwacher che Dogman di Matteo Garrone sono l’esempio di un cinema italiano finalmente moderno, che conosce e interpreta le sue radici, su tutte la lezione neorealista: infinitamente replicata, ma raramente così meditata, compresa e riscritta nell’ottica di un racconto contemporaneo.

Con Dogman, Garrone proietta una leggenda della cronaca nera (quella del Canaro della Magliana) nel tempo presente e nello spettrale scenario del Villaggio Coppola di Castel Volturno. Un luogo letteralmente ai confini della realtà, paradiso balneare della criminalità organizzata, ormai tetro monumento alla speculazione edilizia.

Se Garrone è tornato alla stessa location de L’imbalsamatore (2002), anche il legame con Primo Amore (2004) è dichiarato: il volto sinistro e beffardo di Vitaliano Trevisan (che del film era protagonista e sceneggiatore) è tra i primi ad accogliere l’arrivo di Marcello in carcere.

Marcello Fonte è Dogman ma resta Marcello: il premio a Cannes per il Miglior Attore è anche un premio per l’autore, che (ancora una volta) ha scelto un attore vissuto ai margini dello spettacolo per interpretare un uomo ai margini della società. Più oltre, il lavoro di Garrone con Marcello Fonte trova un equilibrio irripetibile tra tragedia classica e quella “teoria del pedinamento” che è alla base della nascita del Neorealismo.

In Dogman, come nella tragedia classica, il destino dell’eroe è noto fin dall’inizio, mentre la storia procede fatale verso una rovina ineluttabile.

Il dispositivo più antico e potente della tragedia incontra qui il cinema di Cesare Zavattini: l’idea di pedinare il personaggio, in un corpo a corpo che rivela attraverso espressioni e gesti comuni la sua anima profonda.

Dogman diventa così una perfetta tragedia contemporanea, dove umanità e verità si rivelano nel paradosso dell’alterazione iperrealista.

 

Meno perfetta la pellicola di Alice Rohwacher, bislacca per la sua stessa autrice, che rinuncia all’equilibrio e rifiuta la dittatura del ritmo, perché risplenda la magia del silenzio, dei primi piani, del suo Lazzaro.

Anche il realismo magico di Lazzaro felice, fiaba e racconto morale dal sostrato dichiaratamente politico, è intimamente legato al Neorealismo e la sua rivoluzionaria idea di profondità e “pedinamento”.

Per questo, poco importa delle imperfezioni: in un mercato impazzito, schiavo di continue nuove uscite (destinate presto a bruciarsi in nome della moltiplicazione dell’offerta) Dogman e Lazzaro felice sono l’affermazione di un cinema necessario, dalla vera urgenza narrativa, che domanda tempo, sensazioni e tutta la nostra attenzione.

#thelovingmemory

#Dogman #LazzaroFelice

#Solo : A #StarWars Story. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

Secondo capitolo della serie Star Wars Anthology (collezione di spin-off sulle più grandi icone di Guerre Stellari) è Solo – A Star Wars Story: film dedicato interamente ad Han Solo e la sua rocambolesca giovinezza.

Presentato in anteprima al Festival di Cannes, l’attesissima origin-story sul ”più grande pilota della galassia” conferma quella che potremmo definire “fase manierista” di una saga che da oltre quarant’anni mantiene intatta la sua Aura.

Se alla fine degli anni ’70 l’universo creato da George Lucas era uno spettacolo d’invenzioni mai viste, spade laser, salti nell’iperspazio, intrepidi ribelli, cavalieri Jedi e guardie imperiali, negli anni ’90 lo stesso Lucas fatica a rifondare il mito e infondere nuova linfa alle sue creature. Sembrava tutto perfetto: nuove tecnologie digitali, pronte a portare gli effetti speciali oltre ogni limite conosciuto, e una storia che riparte dall’inizio, quando tutto è cominciato. Ma il contatto con la modernità non giova affatto alla cosiddetta Trilogia-prequel, che perde mordente e mistero, per sembrare sempre più una pallida replica di sé stessa. Deluso dallo scarso successo di Episodio I – La minaccia fantasma (1999), Episodio II – L’attacco dei cloni (2002), Episodio III – La vendetta del Sith (2005), il regista cede la Lucas Film a Walt Disney Pictures, che inaugura una nuova era per l’Impero Galattico.

Si moltiplicano i percorsi narrativi: se Star Wars – Il risveglio della forza (2015), diretto da J.J. Abrahms, riprende il filo della saga e inizia 30 anni dopo la battaglia di Endor e la distruzione della Morte Nera (culmine de Il ritorno dello Jedi ,1983), Disney rilancia la posta e raddoppia con Star Wars Anthology.

Ma basterà abbandonare il sentiero conosciuto e ambientare nuovi spin-off fuori dalla naturale progressione della storia? Rogue One (2016) di Gareth Edwards è una sonora delusione per i fan di Star Wars. Per quanto raccontare la genesi della Morte Nera fosse una premessa decisamente interessante, il film si presenta come una favoletta di buoni sentimenti, tutta superficie e zero forti emozioni.

Va molto meglio questa volta con Solo : A Star Wars Story, al cinema dal prossimo 23 Maggio.

Dopo varie vicissitudini produttive, la regia passa infatti a un titano dell’intrattenimento puro: Ron Howard, quel Richie Cunningham di Happy Days che oggi è il regista premio Oscar di A beautiful mind (2002) e una lunga serie di blockbuster, Cuori ribelli (1992), Apollo 13 (1995), Il codice da Vinci (2006) e Frost/Nixon (2008).

Il film racconta il più “umano” tra i grandi protagonisti di Star Wars. Nella storia di Han Solo, infatti, non c’è traccia di quell’energia mistica detta Forza, meno che mai del suo Lato Oscuro. Senza Sith né Jedi, lo scenario è quello di una strana giungla, dove convivono umani, alieni e androidi, tutti impegnati nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. Han è cresciuto a Cornellia, un contesto a dir poco rapace, letteralmente Solo e senza famiglia: addestrato al furto e l’inganno, sogna di diventare pilota per affermare la sua libertà.

Scopriremo così che Han Solo (interpretato da Alden Ehrenreich), prima della Principessa Leia ha amato follemente una donna di nome Qi’ra (Emilia Clarke), e che il primo impatto con l’inseparabile amico Chewbecca non è stato esattamente dei migliori. Nella lunga strada verso la libertà, Han unisce il suo destino a quello della banda capitana da Tobias Beckett (Woody Harrelson) e Val (Tandie Newton), al soldo della potente organizzazione criminale di Dryden Voss (Paul Bettany), nota come Alleanza Cremisi. Insieme, organizzeranno un furto tanto epico quanto rischioso. Il film racconta anche l’inizio della rivalità di Han con l’eterno amico/nemico: Lando Carlissian (Donald Glover) e un altro incontro fatale: quello con l’astronave dei suoi sogni, il Millennium Falcon.

#Solo : A #StarWars Story

Ma passiamo alle dolenti note. Il più grande limite di Solo : A Star Wars Story è proprio il protagonista Alden Ehrenreich, lontanissimo dal fascino beffardo che ha reso immortale il personaggio di Harrison Ford.

Sarà forse la scarsa esperienza, ma non dimentichiamo che nel 1977 neanche Ford, Luke Hamill (Luke Skywalker) e Carrie Fisher (indimenticabile Principessa Leila) erano certo attori consumati. Anche Emilia Clarke, che pure riesce a farci dimenticare l’immagine di Daenerys Targaryen de Il trono di spade (missione di per sé ai limiti dell’impossibile), questa volta non brilla per espressività né inventiva.

E’ probabile che i giovani di Solo risentano del confronto con interpreti di ben altro calibro: Tandie Newton (splendida Maeve della serie Westworld – dove tutto è concesso), Paul Bettany (un altro androide: Vision della saga Avengers) e soprattutto Woody Harrelson (protagonista di Natural Born Killers, che dopo il successo di True Detective e Tre manifesti a Ebbing, Missouri sembra davvero inarrestabile).

In generale, l’impressione è che tutto il cast (e Ron Howard con loro) risenta di una sceneggiatura decisamente standard.

Jon e Lawrence Kasdan – scelto da George Lucas a partire da L’impero colpisce ancora (1980), richiamato da J.J. Abrams per la nuova era Disney – stavolta hanno scelto di non rischiare: dialoghi semplici, linee narrative regolari, poche grandi svolte e personaggi bidimensionali. Insomma: un terreno familiare, dove il buono è buono, e il buono che diventa cattivo risulta oltremodo prevedibile.

Abbiamo parlato di “fase manierista”: in questo senso, aveva scarso margine d’azione anche Ron Howard, chiamato in extremis a sostituire Phil Lord e Christopher Miller (autori della serie The Last Man on Earth e del blockbuster The Lego Movie). Nel tracciato di una sceneggiatura che non cerca l’innovazione, ma rinuncia alle sfumature in nome dell’azione, il regista è riuscito a costruire un’opera visivamente superba, che torna alle radici profonde della saga: un mix irripetibile di space-opera, fantasy, elementi del western e dell’epica samurai.

Per questo, gli innamorati di Star Wars troveranno in Solo una buona dose di piacere e divertimento, per un film tradizionale ma comunque avvincente. Garanzia del brivido di sempre, la colonna sonora firmata da John Powell.

E se il nostro Alden Ehrenreich non è esattamente irresistibile, compensa Danny Glover nella parte di Lando Carlissian: così ammiccante che è già confermato come protagonista assoluto del prossimo spin-off Star Wars Anthology.

*La recensione è pubblicata anche sul sito www.lindiependente.it

 

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