#Dogman e #LazzaroFelice : cosa raccontano i film italiani premiati a #Cannes

di Marta Zoe Poretti

"Grazie a questa incredibile giuria e la sua incredibile 
presidentessa(…) Grazie ai produttori e tutti quelli che 
hanno reso possibile questo film e questa sceneggiatura 
bislacca, grazie per averla preso seriamente 
come i bambini prendono seriamente i giochi.”

Così Alice Rohrwacher ha ringraziato la giuria di Cannes e Cate Blanchett, che hanno scelto di premiare il suo Lazzaro Felice per la Migliore Sceneggiatura. Come per Marcello Fonte, Miglior Attore grazie a Dogman di Matteo Garrone, quella della giuria è una linea precisa: premiare la diversità, il coraggio di un cinema che prende solo strade traverse, capace di mirare al cuore senza cedere alle lusinghe dello spettacolo, né agli artefatti tipici dell’autorialità (vera o presunta).

Il cinema italiano conquista così il Festival di Cannes 2018, con due film che non potrebbero essere più diversi, eppure hanno un sostanziale punto in comune: raccontare la tenerezza, attraverso due protagonisti dal candore assoluto, esclusi brutalmente dalla società e dagli uomini. Come a dire che bontà, gentilezza e dedizione rappresentano ormai un dato non realistico, un sintomo di alienazione, o forse la più inaccettabile tra le provocazioni.

Lazzaro Felice arriva oggi nelle nostre sale. Fin dal primo fotogramma, il terzo lungometraggio di Alice Rohrwacher dichiara la sua diversità, che parte dalla scelta di girare il film in 16 millimetri. Lontana dall’estetica del digitale, ma anche dalla perfezione del 35 millimetri (suo nobile fratello maggiore), il 16mm è la pellicola delle avanguardie e del cinema a basso costo, la cui grana spessa, non perfettamente definita risulta oggi quasi straniante. Nell’era del 4K, la scelta stessa del Super16 rappresenta un invito: abbandonarsi a una fiaba insolita, dai tempi dilatati, imperfetta e fuori dal tempo.

Lazzaro (Adriano Tardiolo) è un mezzadro: come a dire uno schiavo, la cui vita appartiene e dipende dalla Marchesina Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi). Il ragazzo non conosce altra realtà che l’Inviolata, le sue piantagioni di tabacco, il casale dove vive con Antonia (prima Agnese Graziani, poi Alba Rohrwacher) e altre decine di contadini, ammassati come fossero bestiame. Come ogni estate, la Marchesa raggiunge l’Inviolata con suo figlio Tancredi (Luca Chikovani). A differenza della madre, il Marchesino odia la tenuta, e nel disperato tentativo di sfuggire alla noia, sceglie come amico proprio Lazzaro. La bontà di Lazzaro ne aveva già fatto una sorta di scemo del villaggio: quello a cui tutti si rivolgono quando hanno bisogno di qualcosa. Ma tra l’indolente nobile e il candido ragazzo, nasce un’amicizia istantanea e vera. Un legame così autentico che finirà per rivoluzionare la vita di tutti, rompendo quel “grande inganno” che esclude l’Inviolata dalla realtà.

Lazzaro felice è un film senza coordinate: attraversa lo spazio e il tempo, mescolando presente e passato, la realtà più cruda e l’incanto della fiaba. Ma le differenze tra città e campagna, libertà e schiavitù non si rivelano che illusorie. Da Vetriolo e Bagnoregio, dagli scenari del viterbese a Castel Giorgio e la provincia di Terni, fino a una strana modernità metropolitana (che è il mash-up di Milano, Torino e Civitavecchia), il film di Alice Rohrwacher racconta una ferita italiana: ancora quella illustrata nel 1975 da Pier Paolo Pasolini con “La scomparsa delle lucciole”. Una società che ha annientato i valori della cultura rurale, senza riempire il vuoto di autentico progresso.

Uno scenario ferale, dove la sopraffazione e l’esclusione dei più deboli si consolida come norma, finalmente invincibile, già che non corrisponde più a una Signora Marchesa, ma al muro senza volto di una società intera.

 

Sia il film di Alice Rohrwacher che Dogman di Matteo Garrone sono l’esempio di un cinema italiano finalmente moderno, che conosce e interpreta le sue radici, su tutte la lezione neorealista: infinitamente replicata, ma raramente così meditata, compresa e riscritta nell’ottica di un racconto contemporaneo.

Con Dogman, Garrone proietta una leggenda della cronaca nera (quella del Canaro della Magliana) nel tempo presente e nello spettrale scenario del Villaggio Coppola di Castel Volturno. Un luogo letteralmente ai confini della realtà, paradiso balneare della criminalità organizzata, ormai tetro monumento alla speculazione edilizia.

Se Garrone è tornato alla stessa location de L’imbalsamatore (2002), anche il legame con Primo Amore (2004) è dichiarato: il volto sinistro e beffardo di Vitaliano Trevisan (che del film era protagonista e sceneggiatore) è tra i primi ad accogliere l’arrivo di Marcello in carcere.

Marcello Fonte è Dogman ma resta Marcello: il premio a Cannes per il Miglior Attore è anche un premio per l’autore, che (ancora una volta) ha scelto un attore vissuto ai margini dello spettacolo per interpretare un uomo ai margini della società. Più oltre, il lavoro di Garrone con Marcello Fonte trova un equilibrio irripetibile tra tragedia classica e quella “teoria del pedinamento” che è alla base della nascita del Neorealismo.

In Dogman, come nella tragedia classica, il destino dell’eroe è noto fin dall’inizio, mentre la storia procede fatale verso una rovina ineluttabile.

Il dispositivo più antico e potente della tragedia incontra qui il cinema di Cesare Zavattini: l’idea di pedinare il personaggio, in un corpo a corpo che rivela attraverso espressioni e gesti comuni la sua anima profonda.

Dogman diventa così una perfetta tragedia contemporanea, dove umanità e verità si rivelano nel paradosso dell’alterazione iperrealista.

 

Meno perfetta la pellicola di Alice Rohwacher, bislacca per la sua stessa autrice, che rinuncia all’equilibrio e rifiuta la dittatura del ritmo, perché risplenda la magia del silenzio, dei primi piani, del suo Lazzaro.

Anche il realismo magico di Lazzaro felice, fiaba e racconto morale dal sostrato dichiaratamente politico, è intimamente legato al Neorealismo e la sua rivoluzionaria idea di profondità e “pedinamento”.

Per questo, poco importa delle imperfezioni: in un mercato impazzito, schiavo di continue nuove uscite (destinate presto a bruciarsi in nome della moltiplicazione dell’offerta) Dogman e Lazzaro felice sono l’affermazione di un cinema necessario, dalla vera urgenza narrativa, che domanda tempo, sensazioni e tutta la nostra attenzione.

#thelovingmemory

#Dogman #LazzaroFelice

DAVID DI DONATELLO 2018. Paola Cortellesi, Spielberg e ‘Ammore e Malavita’ sono i protagonisti degli Oscar all’italiana

di Marta Zoe Poretti

Con la notte del 21 Marzo è arrivata anche la festa del cinema italiano, ovvero: i David di Donatello.

Apre la cerimonia Paola Cortellesi, portavoce di Dissenso Comune: il manifesto firmato da 124 donne del cinema italiano contro molestie e discriminazioni. In linea con #Metoo e il movimento Time’s Up (vero protagonista di Oscar e Golden Globes) le nostre attrici si schierano in prima linea contro il pregiudizio che si fa violenza. Folgorante il monologo (scritto da Stefano Bartezzaghi): un elenco puntuale di termini d’uso comune, che declinati al femminile si trasformano come per magia in sinonimi di prostituzione. Così il gatto morto è un gatto deceduto, lo zoccolo una calzatura di campagna, un buon uomo è solo buono, una buona donna, beh… non serve dirlo.

L’intera cerimonia dei David è attraversata dal tema delle Pari Opportunità. Impossibile non intravedere tra le righe stile ed eleganza di Piera Detassis, per il primo anno Presidente della Giuria.

Tre splendide interpreti anche per raccontare in musica il nostro cinema contemporaneo: Giorgia con Gocce di memoria (da La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek), Malika Ayane con La prima cosa bella (tema del film omonimo di Paolo Virzì), Carmen Consoli con L’ultimo bacio (canzone che ha ispirato il film di Gabriele Muccino).

Il primo David va a Claudia Gerini, Migliore Attrice Non Protagonista per Ammore e Malavita: il film dei Manetti Bros vince a mani basse l’edizione 2018, conquistando 5 statuette, tra cui Miglior Fiilm. Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli vince come Migliore Sceneggiatura Originale. Miglior regista il giovane Jonas Carpignano per A Ciambra. Il Miglior Documentario è La lucida follia di Marco Ferreri di Anselma Dall’Oglio.

Nel corso della cerimonia, anche qualche sorpresa: Stefania Sandrelli, dopo aver ricevuto il David alla carriera, consegna il premio come Miglior Attore Non Protagonista al regista Giuliano Montaldo, storico autore di Sacco e Vanzetti (1971).

David alla carriera anche per una spumeggiante Diane Keaton.

Ma il cuore della serata non poteva essere che uno: la consegna del David a Steven Spielberg.

A breve distanza dal successo di The Post, Spielberg ha presentato il suo nuovo film, Ready Player One: un grande ritorno alla fantascienza e all’intrattenimento puro, in sala dal prossimo Mercoledì 28 Marzo.

Poi il discorso di ringraziamento: una lunga e articolata dichiarazione d’amore al cinema italiano, avvincente come un’autentica narrazione cinematografica.

Spielberg ringrazia vecchi e nuovi maestri: un elenco accurato, che da Michelangelo Antonioni e Pier Paolo Pasolini passa attraverso gli amici italian-american Martin Scorsese, Brian De Palma e Francis Ford Coppola, per arrivare ad attrici come Valeria Golino e Alba Rohrwacher (protagoniste di Figlia mia).

Quindi, il cineasta americano racconta come l’incontro casuale con Federico Fellini abbia cambiato la sua vita.

Nel 1971, il giovane Spielberg è a Roma per promuovere Duel, film per la televisione che è il suo primo grande successo. Alla reception del suo hotel c’è Fellini: incredibilmente, il mostro sacro ha visto il film e decide di trascorrere una giornata a spasso col ragazzo.

Le parole di Fellini resteranno per sempre impresse nella sua mente (e il suo cinema): non smettere mai di essere uno spettatore.

Fellini e Spielberg a Roma, 1971

TUTTI I PREMI DELLA 62 EDIZIONE DEI DAVID di DONATELLO :

Continua a leggere “DAVID DI DONATELLO 2018. Paola Cortellesi, Spielberg e ‘Ammore e Malavita’ sono i protagonisti degli Oscar all’italiana”

A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

14 Febbraio 2018. Non senza una certa ironia, il giorno di San Valentino è anche la data di uscita del nuovo film di Gabriele Muccino: A casa tutti bene, ritratto di famiglia per 20 personaggi.

Fin qui tutto bene: l’allegra brigata dovrà resistere giusto il tempo di festeggiare le nozze d’oro di Pietro e Alba (Ivano Marescotti e Stefania Sandrelli). Dopo qualche ora in una bella casa, su una splendida isola, figli e nipoti potranno tornare al disastro delle loro vite. Ma il mare in tempesta è pronto a sconvolgere i piani: senza traghetti, basterà una sola notte perché segreti, maschere e coperture saltino letteralmente in aria.

Dopo 10 anni e svariate pellicole di produzione USA – da La ricerca della felicità (2006) e Sette anime (2008) con Will Smith, fino al recente Padri e figlie (2015) –  Gabriele Muccino è tornato in Italia, ed è tornato per restare. Un evento così significativo non poteva che essere celebrato da una sfida particolarmente ardita. A casa tutti bene, infatti, non è solo un autentico film corale: è forse la prova più riuscita di tutta la carriera del cineasta romano.

L’esperienza americana lascia visibili le sue tracce: la grande tradizione del multilevel drama, che da Robert Altman, Nashville e America Oggi arriva fino a Magnolia di Paul Thomas Anderson, trova oggi nel cinema di Muccino un equilibrio unico e personale con gli storici riferimenti italiani, su tutti Federico Fellini.

Sandra Milo e Gianmarco Tognazzi (perfetti nei ruoli della vecchia zia terrorizzata dalla morte e del nipote super cafone, ingestibile e causa d’imbarazzo), rappresentano la memoria vivente di quel cinema. E se il figlio Gianmarco citerà esplicitamente Ugo Tognazzi nella parte del Bagini, chiude il cerchio Stefania Sandrelli, che di quel capolavoro dal titolo Io la conoscevo bene (Antonio Pietrangeli, 1965) era la giovane protagonista.

Al netto di qualunque considerazione, c’è un dato oggettivo che fa di A casa tutti bene un’opera decisamente riuscita: l’equilibrio perfetto di 20 storie, dove non esistono personaggi secondari, e nessuna linea narrativa prevale sull’altra.

Forte di un gruppo di attori in stato di grazia, Muccino è il direttore d’orchestra e l’action-painter di un quadro complesso, iperrealista e credibile. L’uomo che dirige la macchina da presa come un rabdomante: magico incantatore capace di condurre la steady-cam, la dinamica dei primi piani e i piani sequenza oltre i limiti estremi; un confine che solo un grande cineasta può varcare.

Con A casa tutti bene, Gabriele Muccino definisce un linguaggio ormai inconfondibile.

In più, insieme al cast, nella conferenza stampa romana ha raccontato un’esperienza collettiva unica nel suo genere, dove il confine tra personaggio e persona si fa più sfumato.

Da Tognazzi e Sandrelli a Sabrina Impacciatore (che partecipa al film anche in veste di sceneggiatrice) non è comune neanche l’entusiasmo, il profondo senso di appartenenza che emerge dalle dichiarazioni di ogni singolo membro della “famiglia” (tra cui Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini, Claudia Gerini e Massimo Ghini, Giampaolo Morelli, Stefano Accorsi,Giulia Michelini, Elena Cucci e Valeria Solarino).

Certo, è più facile credere alla rabbia che esplode tra Carlo e Ginevra (i personaggi di Favino e Carolina Crescentini), allo spesso velo di ipocrisia che tiene insieme la famiglia di Sara e Diego (Sabrina Impacciatore e Giampiero Morelli), che non all’improvviso colpo di fulmine tra Paolo e Isabella (Accorsi ed Elena Cucci), unica vera nota positiva nel ritratto di un naufragio, che coinvolge tutta una serie di amori alla deriva.

Eppure, anche se qualcuno troverà stonata quest’unica e sola nota di speranza, il film sa come colpire al cuore: ad esempio con la coppia Ghini-Gerini, eccezionale nel rappresentare il momenti della malattia, che spezza anche l’equilibrio più felice.

Da oggi, Mercoledì 14 Febbraio A casa tutti bene vi aspetta al cinema.

Difficilmente il ritorno a casa di Gabriele Muccino poteva essere più efficace.

 

#thelovingmemory

#acasatuttibene

#SonoTornato: Luca Miniero e Nicola Guaglianone presentano un film dove “Non è Mussolini che fa paura. Siamo noi che facciamo paura”.

Sono tornato – Il Film arriva in sala Giovedì 1 Febbraio.
Ecco un estratto dalla Conferenza Stampa romana, dove il regista Luca Miniero e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone presentano un film dedicato a “LVI”, ma che parla dell’Italia di oggi.

 

Interpreti di questa irriverente parabola sul populismo, insieme all’inquietante spontaneità della “gente comune”, gli ottimi Massimo Popolizio (impeccabile nella parte del Duce) Frank Matano (documentarista di scarsa fortuna, ma veloce a intuire le potenzialità di un vagabondo in divisa , che si aggira per Piazza Vittorio sostenendo d’essere Mussolini redivivo) e Stefania Rocca (signora della Tv, ancora più brava a concretizzare un caso mediatico senza precedenti).

SONO TORNATO è l’adattamento italiano di quello che in Germania è stato un grande caso letterario, quindi un film di grande successo: Lui è tornato di David Wnendt (ancora in programmazione sulla piattaforma Netflix).

Piccolo sostanziale dettaglio: le reazioni delle persone sono vere, girate in candid camera.

La differenza è abissale. Il popolo tedesco tramanda di generazione in generazione le responsabilità di Hitler e del Terzo Reich, dove tutti, nuove generazioni comprese, sono chiamati a rispondere in prima persona di quanto accaduto, preservandone la memoria. Invece, per le strade d’Italia, Popolizio/Mussolini è accolto con manifestazioni di giubilo, baci abbracci e richieste di selfie.

Come ha raccontato Frank Matano in conferenza stampa: le persone avvicinavano Mussolini come in una seduta psicoanalitica, sfogando il livore dei loro problemi, secondo l’italica attitudine all’indignazione e la polemica. Il film diventa così il desolante specchio di un paese votato al populismo, oggi come ieri. 

Come ieri, il duce è l’uomo dell’invettiva senza soluzioni, dai proclami astratti: il dittatore delle generiche “cose buone”.

Anche senza rivelare il finale, è chiaro che il film non è pensato per raccontare il Fascismo, ma il paese reale, il vuoto caspico di un linguaggio fondato sulle stesse formule, facili da ripetere, anche con una certa violenza.

Sono tornato di Luca Miniero non è n film su Mussolini, ma sulla nostra straordinaria predilezione per il populismo. Criticato da molti per la mancata condanna del dittatore, è piuttosto un film che si astiene da ogni giudizio, lasciando che il qualunquismo desolante della “gente comune” possa giudicarsi da solo.

Perchè, nelle parole dello sceneggiatore Nicola Guaglianone:

“Non è Mussolini che fa paura. Siamo noi che facciamo paura.”

 

Marta Zoe Poretti

#thelovingmemory

#sonotornato

#giornatamondialedellinfanzia : 10 minuti da “Ladri di Biciclette” di Vittorio De Sica (1948)

 

Il #20Novembre è il WORLD CHILDREN DAY: la GIORNATA MONDIALE DELL’INFANZIA.

Per celebrare questa ricorrenza carica di significato, non potevamo che scegliere “Ladri di biciclette”: il film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini che dal 1948 resta il titolo di riferimento per comprendere il Neorealismo, il cinema e la Roma del secondo dopoguerra.

Il video racchiude 3 sequenze: in particolare la cosiddetta “scena della mozzarella in carrozza”, protagonista un indimenticabile Enzo Staiola.

#MZP

#everychildismychild

#Weekend al #Cinema: #ThePlace di #PaoloGenovese

WEEKEND al CINEMA. Dal 9 Novembre in sala anche The place : il nuovo film di PAOLO GENOVESE.

Se Perfetti Sconosciuti aveva conquistato in modo trasversale pubblico e stampa (anche internazionale), THE PLACE (presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma) ha invece diviso nettamente in due la critica. Adattamento dell’omonima serie, #ThePlace è un’opera dalla chiara impronta statunitense, che si inserisce nella grande tradizione del film corale e del #multileveldrama (dal maestro Robert Altman al più giovane Paul Thomas Anderson).
Il suggerimento di The Loving Memory è valutare di persona questo film dallo script impeccabile, recitato da un cast che raccoglie alcuni dei più grandi talenti della nostra generazione : Valerio MastandreaMarco GialliniVinicio MarchioniAlba Rohrwacher e molti altri ancora.

Questo il #Trailer ufficiale:

The Place è presentato da Medusa Film, Lotus Production e Leone Film Group

 

#thelovingmemory ❤ #RomaFF12

Marta Zoe Poretti

 

(*si ringrazia per l’immagine Roma Film Fest e Fondazione Cinema per Roma)

#BuonaDomenica FELLINI e MASTROIANNI sul set di 8 e 1/2 (1963)

fellini mastroianni 2

FEDERICO FELLINI e MARCELLO MASTROIANNI a Cinecittà durante le riprese di 8 e 1/2 (1963)

Evocato da David Lynch e Nanni Moretti alla Festa del Cinema di Roma come primo e fondamentale riferimento per la loro visione del cinema, l’aura di Federico Fellini sembra immune al trascorrere del tempo.

Il Roma Film Fest finisci oggi, Domenica #5Novembre.

L’incredibile moltitudine di film, conferenze stampa e incontri Ravvicinati resta ancora tutta da raccontare.

STAY TUNED

#thelovingmemory

#MZP ❤ #RomaFF12

 

#3Novembre LUCHINO VISCONTI, Rocco e i suoi fratelli

Il 3 Novembre del 1906 nasceva il cinesta LUCHINO VISCONTI.

Il suo capolavoro del 1963, ROCCO E I SUOI FRATELLI (con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot e Claudia Cardinale), nel 2016 è tornato al grande schermo in versione restaurata.

Di seguito il trailer di un film dalla modernità sconcertante: l’opera che Visconti ha dedicato a Milano e il boom economico, raccontato tra ascesa e caduta di una famiglia di emigranti lucani.

Nel secondo video l’introduzione di Martin Scorsese.

Il restauro in 4K di ROCCO E I SUOI FRATELLI è merito dalla Cineteca di Bologna e del laboratorio “L’immagine Ritrovata”, in collaborazione con Titanus, TF1 Droits Audiovisuels e The Film Foundation . Il progetto è stato finanziato da Gucci e The Film Foundation.

#MZP

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: