#Oscar2019 : #Roma, #LaFavorita, #Vice e tutti gli altri candidati alla notte degli #Oscar

di Marta Zoe Poretti

#22Gennaio #Oscar2019 Annunciate tutte le nomination dell’edizione numero 91 degli #AcademyAwards, meglio noti come #Oscar. Anche quest’anno, nessuna grande sorpresa: le candidature riflettono sostanzialmente i premi già assegnati dalla giuria dei #GoldenGlobes. Guadagna terreno il cinecomic #BlackPanther, ma #LaFavorita di #YorgosLanthimos#Roma di #AlfonsoCuaron e #AStarIsBorn di #BradleyCooper, tutti presentati in anteprima mondiale a #Venezia75, restano i titoli di punta, pronti a contendersi la vittoria con #GreenBook di #PeterFarrelly e #Vice di #AdaMcKay. Ottimo risultato anche per #BohemianRhapsody: il primo biopic su Freddie Mercury, interpretato da #RamiMalek, sembra aver davvero conquistato tutti. Ma ecco tutte le candidature alla notte degli Oscar: in programma per il prossimo 24 Febbraio a Los Angeles.

MIGLIOR FILM

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA

La FAVORITA

BOHEMIAN RHAPSODY

GREEN BOOK

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#UnPiccoloFavore arriva al cinema oggi, giovedì #13Dicembre

Commedia nera, thriller, una scorza d’horror e 2 protagoniste supreme: questa l’irresistibile ricetta del nuovo film di #PaulFeig, con #BlakeLively e #AnnaKendrick.

La #recensione in anteprima di #UnPiccoloFavore, al cinema dal #13Dicembre: https://bit.ly/2QDk2CZ

Marta Zoe Poretti * LaScimmiaPensa.com

P.S: Un Piccolo Favore (A Small Favor) è il nostro film della settimana, nonché uno dei titoli da non perdere nella #Cinelist dei #FilmDiNatale 2018 😉

 

L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE: il film di Terry Gilliam arriva in Italia il 27 Settembre

#breakingnews Dopo l’anteprima del Festival di Cannes, c’è finalmente una data: L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam arriverà nelle nostre sale il 27 Settembre (distribuito da M2 Pictures).

Il Quixote di Terry Gilliam è tra le produzioni più sofferte della Storia del Cinema intera.

Stanley Kubrick aveva Napoleon, Federico Fellini Il Viaggio di G. Mastorna: film eternamente riscritti, sognati e mai raggiunti. Quanto a Gilliam, negli ultimi 20 anni ha tentato innumerevoli volte di adattare per il grande schermo Don Chisciotte della Mancia di Miguel De Cervantes. La sua personale battaglia contro i mulini a vento era già diventata un film: Lost in La Mancha (2002). Ma la storia e la nostalgia di un film mancato non erano abbastanza per il regista inglese, che torna oggi al contrattacco con The Man Who Killed Don QuixoteIl ruolo del vecchio pazzo è passato a Jonathan Pryce (l’Alto Passero de Il trono di spade), mentre Adam Driver (personaggio-icona della serie HBO Girls, che ha raggiunto il successo internazionale come Kylo Ren nella saga Star Wars) ha preso il posto di Johnny Depp e la parte di Toby Grisoni (giovane pubblicitario che si finge Sancho Panza, finché forse inizia a crederci davvero).

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IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO. La recensione del film di Yorgos Lanthimos con Colin Farrell e Nicole Kidman

di Marta Zoe Poretti

Ad oltre un anno dall’anteprima al Festival di Cannes 2017 (che l’ha premiato per la Migliore Sceneggiatura) arriva in sala grazie a Lucky Red il quinto lungometraggio scritto e diretto da Yorgos Lanthimos: Il sacrificio del cervo sacro (The killing of a sacred deer).

Dopo un autentico capolavoro di cinema dell’assurdo, l’autore di The lobster (Gran Premio della Giuria a Cannes 2016, diventato istantaneamente un film di culto in mezzo mondo) sceglie questa volta il dispositivo classico della tragedia greca: una parabola che procede fatale verso la rovina ineluttabile.

Protagonista resta Colin Farrell: star di Hollywood che Lanthimos sa rendere sorprendentemente umano, goffo, vulnerabile.

Al centro de Il sacrificio del cervo sacro c’è il cardiochirurgo Steven, un uomo dalla vita apparentemente perfetta, destinata a precipitare in un lucido, interminabile incubo a occhi aperti.

Obiettivi panoramici, estrema profondità di campo e utilizzo ossessivo della prospettiva rinascimentale, così impeccabile che sfiora l’orrore, sono gli elementi visivi scelti da Lanthimos per dilatare gli spazi, la città e gli interni, come se la quotidianità di Steven appartenesse in realtà a una dimensione parallela, disegnata dall’autore di 2001 Odissea nello spazio.

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END OF JUSTICE – Nessuno è innocente. La recensione del film con Denzel Washington

di Marta Zoe Poretti

Il 2018 è anche il cinquantesimo anniversario del ’68: al polo opposto della celebrazione, arriva in sala End of Justice – Nessuno è innocente, secondo lungometraggio da regista di Dan Gilroy (già autore dell’ottimo The Nightcrawler – Lo sciacallo, 2014). Per il legal-drama che è valso a Denzel Washington l’ottava candidatura all’Oscar come Miglior Attore, il volto storico di Malcolm X diventa interprete di una parabola amara (per non dire drammatica) sul crepuscolo di ogni ideale. Roman J. Israel, protagonista assoluto di End of Justice, è infatti un ex militante delle Black Panthers, che ha dedicato la sua intera esistenza alla battaglia per i diritti civili, solo per trovare che ormai non ha più un posto nel mondo.

Ispirato a Il verdetto (1982) di Sidney Lumet, anche End of Justice è un dramma che non ricostruisce un procedimento giudiziario, ma cerca l’essenza e l’anima dell’avvocato protagonista.

Roman J. Israel (Denzel Washington) ha vissuto per decenni nell’ombra del suo socio: lo studio si è sempre schierato al fianco delle minoranze etniche, offrendo assistenza legale pro-bono a minorenni, piccoli criminali e chiunque viva ai margini della società. Ruolo di Roman, forte di una conoscenza quasi prodigiosa dei codici di legge, era predisporre la linea di difesa, senza mai avvicinarsi concretamente né ai clienti né alle aule di tribunale. Ma quando il suo storico socio ha un malore, nel giro di pochi giorni la vita di Roman torna a scontrarsi violentemente con la realtà.

Senza lavoro, senza il suo unico amico, Roman dovrà accettare l’offerta George Pierce (Colin Farrell): avvocato ben più spregiudicato e dedito al profitto. Non va meglio quando il vecchio Roman J. Israel cerca di riavvicinarsi alla protesta sociale: nonostante la stima di Maya (Carmen Ejogo), i giovani afro-americani e il loro linguaggio sembrano ormai alieni, con cui Roman non è minimamente in grado di entrare in contatto.

 

End of Justice – Nessuno è innocente diventa così la triste storia di un riscatto impossibile. Denzel Washington, nel ruolo di Roman J. Israel è quasi irriconoscibile: goffo, appesantito, irrimediabilmente buffo nelle sue mise démodé. Peccato che il film si riveli presto debole: privo di una trama davvero convincente, questa volta Dan Gilroy lascia tutto il peso del film sulle spalle del protagonista. E benché si tratti di un gigante della Storia del cinema americano, non basta a salvare una sceneggiatura superficiale (e una grande occasione mancata).

Restano una splendida colonna sonora Jazz, una Los Angeles luminosa e indifferente, l’ipad e i grossi occhiali di Roman/Denzel Washington, per un film che sembra dedicato solo ai fan più irriducibili del protagonista di Malcolm X (1992), Philadelphia (1993),Training Day (2001) e una incredibile serie di storie, capaci di conservare una forte valenza sociale anche nel contesto del cinema più commerciale.

Per rivedere Denzel Washington al suo massimo splendore, non resta forse che aspettare il sequel di The Equalizer – Il vendicatore, adattamento della serie cult anni ’80 Un giustiziere a New York.

#EndofJustice è in sala da Giovedì 31 Maggio con #WarnerBros

#thelovingmemory

GAME NIGHT – Indovina chi muore stasera? La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

Voglia di popcorn movie? Dal Primo Maggio arriva Game night – Indovina chi muore stasera? : nuova frizzante commedia degli equivoci, firmata dagli autori di Come ammazzare il capo e vivere felici (2011).

Jason Bateman e Rachel McAdams sono Max e Annie: leader carismatici di un gruppo di amici, uniti da una insaziabile passione per i giochi di società. Una banda di soggetti davvero sui generis, che comprende anche Billy Magnussen (Il ponte delle spie e American Crime Story), Lamorne Morris (Winston Bishop per la serie di Zooey Deschanel, New Girl) e Kyle Chandler (Manchester by the sea, The Wolf of Wall Street). Un cast davvero convincente, che non esclude un’irresistibile apparizione di Micheal C. Hall (Dexter, Six feet under) nei panni di un vero cattivone.

Max e Annie si sono conosciuti proprio ad una game night. Da quella sera non si sono mai più lasciati, e il loro matrimonio prosegue felice, rallegrato ogni mercoledì sera da un’agguerrita “serata giochi” con gli amici del cuore,. Certo, non è proprio tutto rose e fiori. Max e Annie si sentono un po’ in colpa per aver escluso dalle serate il loro inquietante vicino di casa Gary (Jesse Piemons): un poliziotto ossessionato dal ricordo dell’ex moglie. Ma soprattutto, Max è molto stressato dall’arrivo di suo fratello Brooks (Kyle Chandler). La competizione tra i due prosegue da una vita, e anche questa volta Brooks ha messo a segno un colpo micidiale: quando arriva in città, invita tutto il gruppo nella sua lussuosa villa, per un “invito a cena con delitto” che si preannuncia memorabile.

Tempo pochi minuti, un paio di balordi irrompono in casa e sequestrano Brooks con una violenza davvero molto, molto realistica… Ma sarà proprio un gioco, oppure un vero rapimento?

Game Night – Indovina chi muore stasera? di John Frances Daley e Jonathan Goldstein prosegue rilanciando continuamente la posta, conservando il suo bel ritmo sostenuto fino all’ultimo secondo. Jason Bateman (che ha anche prodotto il film) sfodera le sue migliori facce sornione (e somiglia sempre più a Leslie Nielsen de Una pallottola spuntata) mentre Rachel McAdams, indimenticabile Regina George di Mean Girls (2004) , dopo le buone performance ne Il caso Spotlight (2015) e Doctor Strange (2016) torna a sfoderare la sua brillante verve comica.

Certo, nella seconda parte, anche gli autori del film cominciano a sembrare player accaniti, cui il gioco è sfuggito un po’ di mano: sovraccarica di set-up e pay-off, la rocambolesca Game Night avrà almeno tre o quattro finali. Ma nonostante (o forse per questo) il risultato è una sostanziosa slapstick comedy, divertente e non volgare, che garantisce il più classico “divertimento per grandi e piccini”.

game night indovina chi muore stasera?

#GameNightILFILM vi aspetta in sala da Martedì #1Maggio con Warner Bros Pictures.

#thelovingmemory

MOLLY’S GAME. La recensione in anteprima del film con Jessica Chastain, scritto e diretto da Aaron Sorkin

di Marta Zoe Poretti

Aaron Sorkin è un autore che non ha bisogno di presentazioni: dall’esordio con Codice d’onore, legal drama del 1992 con Jack Nicholson, Tom Cruise e Demi Moore, Sorkin ha riscritto le regole della sceneggiatura americana, imponendo il suo stile inconfondibile, strutturato su dialoghi serrati, dov’è la parola a guidare l’immagine.

Premio Oscar nel 2011 per The Social Network, negli anni ’90 Aaron Sorkin si impone come sceneggiatore e show-runner grazie al successo di Codice d’onore, Malice – Il sospetto (1993) e di West Wig – Tutti gli uomini del Presidente (1999-2006), serie destinata a fare scuola; ma è anche lo scrip-doctor che contribuisce in modo determinante al successo di Schindler’s List di Steven Spielberg (1993). La sua visione è un punto di riferimento per i serial di nuova generazione: tra i suoi lavori troviamo anche The Newsroom (2012-2014) e Studio 60 on the Sunset Strip (2006-2007).

Dopo il successo del biopic Steve Jobs (2015), Sorkin ha incontrato Molly Bloom: non il personaggio immaginario di James Joyce, ma l’autentica Principessa del Poker, partita dal nulla e arrivata a gestire le più esclusive serate di Texas Hold’em clandestino. L’ascesa è folgorante come la caduta: arrestata nel 2014 dall’FBI, Molly Bloom si dichiara colpevole ed è disposta ad affrontare le pesanti conseguenze di un processo, senza mai accettare immunità né altre ipotesi di patteggiamento, in cambio di nomi e segreti dei suoi clienti (una lunga lista che comprende star di Hollywwod, imprenditori, finanzieri e altri tycoon di Wall Street, ma anche affiliati della mafia russa).

All’inizio Sorkin non era convinto di accettare l’adattamento cinematografico dell’autobiografia di Molly Bloom: in questa storia di decadenza hollywoodiana erano coinvolte troppe persone reali, tra cui amici dello stesso sceneggiatore. Ma è proprio a questo punto che Sorkin scopre una persona completamente diversa da quanto si aspettasse:

“Dopo 15 minuti, volevo disperatamente scrivere questo film, 
perché ho scoperto che lei ha pagato un prezzo molto alto 
per aver preso la mia stessa posizione, che a me però 
non costava nulla.”

Molly’s Game diventa così non solo una sceneggiatura, ma anche la prima regia di Aaron Sorkin: celebrazione di una donna forte, che in nome di lealtà e integrità sceglie di rischiare la vita, il carcere (e rinuncia a svariati milioni di dollari). Interprete di questa protagonista anomala, carismatica e complessa, è una impeccabile Jessica Chastain: il film sceglie la sua voce in prima persona per condurci attraverso una strana storia, che inizia da una campionessa olimpionica mancata.

Prima di sopravvivere alla giunga del poker clandestino, da ragazzina Molly Bloom era già sopravvissuta a un’operazione alla spina dorsale, continuando la sua carriera di sciatrice professionista, specializzata in free-style. Una rovinosa caduta le impedisce di qualificarsi alle olimpiadi: la delusione di suo padre (Kevin Costner) e la continua sfida alla sua autorità resteranno il leitmotiv della sua adolescenza. Trasferita a Los Angeles, Molly rimanda l’inizio della scuola di legge all’Università di Harvard. La vita notturna è straordinariamente più attraente: proprio mentre lavora come cameriera, Molly incontra Dean Keith (Jeremy Strong), diventando la sua assistente personale. E’ lui a introdurla alle serate di poker clandestino, organizzate ogni Martedì al Cobra Lounge (che nella realtà corrisponde al Viper Club, di proprietà di Johnny Depp). Anche il vero deus ex-machina di quest’universo parallelo è protetto da un nome di fantasia: Giocatore X (Michael Cera). Con la sua complicità Molly Bloom diventerà l’organizzatrice delle serate più ambite, prima a Los Angeles, poi a New York, con un buy-in (cifra minima per l’accesso) di 250.000 dollari.

MOLLY'S GAME

Quando una mattina del 2014 viene arrestata da 17 agenti dell’FBI armati fino ai denti, Molly è fuori dal giro già da 2 anni: solo l’impegno dell’avvocato Idris Elba (Charley Jaffrey) potrebbe salvarla da una condanna esemplare.

Per quanto Molly Bloom si sia limitata a confermare le dichiarazioni di altri imputati, senza mai cedere all’FBI informazioni, mail e messaggi dei giocatori, è noto che il fantomatico Player X corrisponda a Tobey Maguire (all’apice del successo dopo Spiderman): la sua è una figura obliqua, cinica e sprezzante, capace di abbandonare Molly senza mi voltarsi indietro. Altri giocatori compulsivi che animavano i tavoli verdi, sono in realtà Leonardo Di Caprio, Ben Affleck, Matt Damon e Macaulay Culkin.

Ma il film scritto e diretto da Aaron Sorkin è tutto per lei, Molly Bloom: nel suo cinema è sempre, solo il personaggio al centro dell’azione, che procede attraverso una fitta serie di dialoghi e monologhi in voice-over, rivelando sempre più informazioni, emozioni e sfumature.

Il risultato è un film solido e avvincente, in sala da Giovedì 19 Aprile grazie a Rai Cinema e 01 Distribution.

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#thelovingmemory

THE HAPPY PRINCE – L’ULTIMO RITRATTO DI OSCAR WILDE. La recensione in anteprima del film di Rupert Everett

di Marta Zoe Poretti

Fin dagli albori il cinema si è rivolto a Oscar Wilde come una riserva inesauribile di storie, personaggi, variazioni: dall’adattamento de Il ventaglio di Lady Windermere di Ernst Lubitsch (1925) a Wilde Salomé di Al Pacino (2011), esistono almeno diciotto versioni solo de Il ritratto di Dorian Gray. Nel 1997 l’icona del poeta e drammaturgo irlandese – che ha conosciuto l’apice del successo, i fasti dell’alta società londinese, poi la vergogna e la rovina a seguito della condanna per omosessualità, che in Inghilterra resta un reato fino al 1968 – ha trovato la sua perfetta incarnazione in Stephen Fry. Se Wilde di Brian Gilbert raccontava tormento, debolezze, ma soprattutto la grandeur del genio e del dandy, oggi Rupert Everett sceglie di raccontare Monsieur Melmoth: un uomo che ha perso tutto, costretto all’esilio in Francia, disperatamente in cerca di denaro e qualche ultimo, fugace piacere.

Ci sono voluti dieci anni perché Everett trovasse i finanziamenti per The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde: un film che racconta con realismo implacabile il crepuscolo di un idolo, spogliato di ogni aura, ma certo brillante fino all’ultimo respiro.

Everett ha scritto, diretto e interpretato un’opera struggente, che dimostra come Oscar Wilde, autore tra i più celebri della letteratura occidentale intera, resti un uomo che non finiremo mai di conoscere.

L’attore inglese (che ha ispirato volto e sembianze di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo di Tiziano Sclavi) aveva già interpretato Un marito ideale (1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (2002) negli adattamenti firmati Oliver Parker. Quindi, ha conquistato pubblico e critica come protagonista di The Judas Kiss, dramma teatrale di David Hares, che si concentra proprio sul rapporto tra Wilde e Lord Alfred Douglas, detto Bosie: il grande amore e la rovina della sua vita.

Quindi, scrivendo la sceneggiatura di The Happy Prince, Everett si concentra sui misteri che caratterizzano la fine di Wilde. Come sottolineato anche nella conferenza stampa romana, è il poeta stesso l’artefice della sua rovina: è lui a denunciare per calunnia il padre di Lord Alfred Douglas, che l’aveva accusato pubblicamente di sodomia, sempre lui a innescare la macchina processuale, come non fosse consapevole delle conseguenze. Tanta hybris sarà duramente punita: il Marchese di Queensberry non fatica a trovare testimonianze tra i mercenari del sesso, mentre il tribunale infligge a Oscar una condanna esemplare, con due anni di lavori forzati. Rupert Everett ha sottolineato un altro dettaglio importante: il governo inglese ha lasciato a Wilde ampio margine di fuga, prima che l’arresto diventasse effettivo. Per questo, la sua fine assume i contorni di un martirio ostinato, volontario e auto-inflitto.

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde racconta gli anni dell’esilio francese. Per quanto cerchi ancora di mostrarsi elegante e charmant, Wilde è un uomo anziano, provato irrimediabilmente dalla vergogna e dagli orrori della prigionia. Decide di chiedere un’ultima volta il perdono di sua moglie, Constance Holland (Emily Watson). Benché gli venga negato, la donna provvede ancora al pagamento della sua rendita, mentre al suo fianco restano solo gli amici più fidati, Robbie Ross (Edwin Thomas) e Reggie Turner (Colin Firth). Incapace di accettare l’amore di Robbie (che comunque resterà fino in fondo), Oscar si abbandona alla scelta più folle: incontrare ancora Lord Alfred Douglas (Colin Morgan). Dopo la fuga a Napoli e qualche mese di stravizi, una volta a corto di fondi, Bosie torna immancabilmente alla sua routine di lusso e privilegi. Al contrario, la vita di Oscar Wilde finirà il 30 Novembre del 1900 in una squallida pensione parigina: al suo capezzale restano solo Reggie, Robbie Ross e due giovani fratelli francesi, nella fattispecie un fiammiferaio e un gigolò, protagonista di qualche ultimo momento purpureo.

Nonostante si tratti della sua prima regia, Rupert Everett realizza un’opera complessa con la sicurezza di un autore consumato. Il film moltiplica i piani del racconto, attraversando presente e passato, realtà e sogno, in perfetto equilibrio tra stilizzazione, struttura teatrale e realismo più crudo.

L’ispirazione è chiaramente Morte a Venezia e il cinema di Luchino Visconti, ma non esclude l’utilizzo ricorrente della macchina a spalla, delle luci naturali e i piani ravvicinati, che rimandano a Dogme 95 e i film dei fratelli Dardenne.

Oscar Wilde/Rupert Everett è anche la voce narrante del film. Naturalmente, non si dedicherà banalmente ai fatti, ma ai versi del De Profundis, La ballata del carcere di Reading e la favola de Il principe felice: magnifico e dolente contrappunto alla bruttura della realtà, mentre la fine si fa ineluttabile.

 

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde (prodotto con il contributo determinante di Palomar e Carlo degli Esposti) è al cinema da Giovedì 12 Aprile grazie a Vision Distribution.

“Some love too little, some too long,
Some sell, and others buy;
Some do the deed with many tears,
And some without a sigh:
For each man kills the thing he loves,
Yet each man does not die.”

Oscar Wilde, The Ballad of Reading Gaol

*Trovate questa recensione anche sul sito: www.lindiependente.it

IO SONO TEMPESTA. La recensione in anteprima del nuovo film di Daniele Luchetti, con Marco Giallini ed Elio Germano

di Marta Zoe Poretti

A trent’anni esatti da Domani accadrà, primo lungometraggio prodotto da Nanni Moretti e Sacher Film, Daniele Luchetti presenta Io sono tempesta: un’opera che dichiara apertamente la sua appartenenza alla storia della commedia all’italiana, ma non rinuncia a un impianto contemporaneo e qualche incursione in territorio non-sense.

Protagonista assoluto è Marco Giallini, alias Numa Tempesta: spregiudicato finanziere, celebre per il suo fondo da un miliardo e mezzo di euro. Praticamente un piazzista a cinque stelle, che si distingue per l’assoluta assenza di scrupoli. La sua ultima trovata è costruire una nuova Dubai tra desolate montagne del Kazakistan. Mentre è impegnato a circuire un pool di investitori internazionali, la giustizia italiana torna a bussare alla sua porta. Per Numa Tempesta è arrivato il momento di scontare una vecchia condanna per frode fiscale: per evitare il carcere, dovrà svolgere 12 mesi di servizi sociali.

E’ così che un uomo abituato al lusso più estremo si trova a servire pasti caldi in un centro d’assistenza, gestito con pugno di ferro dall’irreprensibile Angela (Eleonora Danco). Con grande disappunto, Numa scoprirà che la donna è impossibile da corrompere: se non dimostra empatia verso gli utenti del centro, può dire addio al passaporto e tutti i mirabolanti progetti kazaki. Almeno, finché un ragazzo-padre senza tetto, Bruno (Elio Germano), si rivela il suo improbabile alleato. La sua trovata è semplice ma anche geniale: per conquistare le simpatie di Boccuccia, Slavo, l’Ingegnere e gli altri disagiati del centro, perché non provare col denaro?

Io sono tempesta di Daniele Lucchetti è un film dallo scopo preciso: raccontare la povertà da una prospettiva inedita, priva di accenti drammatici e (vere o presunte) analisi sociali. Il risultato è una commedia iperrealista e agrodolce, dove (per una volta) sono i buoni che diventano cattivi.

La sceneggiatura (scritta da Luchetti con Sandro Petraglia e Giulia Calenda) prende spunto da un noto fatto di cronaca: la condanna di Numa Tempesta ai servizi sociali è ovviamente ispirata a quella di Silvio Berlusconi dopo il processo Mediaset. Ma questa volta non erano l’attualità né il realismo a interessare il regista de Il portaborse (1991), La scuola (1995), Mio fratello è figlio unico (2007) e La nostra vita (2010). Lo spunto reale cede presto al desiderio di realizzare una tragicommedia, una autentica “opera buffa”, che gioca costantemente col limite del grottesco e strizza l’occhio al caro vecchio Don Giovanni di Tirso De Molina, ingannatore che non mostrerà alcun accenno al pentimento.

Completano l’aura iperrealista la superba fotografia di Luca Bigazzi – fidato D.O.P. di Paolo Sorrentino da L’amico di famiglia (2005) al nuovo, attesissimo Loro (in arrivo il prossimo 24 Aprile) – il montaggio di Mirco e Francesco Garrone e le musiche di Carlo Crivelli.

Certo, mentre Luchetti moltiplica riferimenti e citazioni (da I soliti ignoti di Mario Monicelli ai perturbanti scenari alberghieri, omaggio a Shining di Stanley Kubrick), il film risente forse della divisione in tre atti, che ritarda il pay-off e un finale che non sembra convincere buona parte della critica.

In compenso, Marco Giallini regala una delle interpretazioni più folgoranti della sua carriera, per una commedia brillante e un protagonista impossibile da resistere.

Io SonoTempesta, prodotto da Cattleya e Rai Cinema, arriva al  cinema domani, Giovedì 12 Aprile.

 

 

#thelovingmemory

#IoSonoTempesta #01Distribution

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