IL MISTERO DI DONALD C. (The Mercy) La recensione del film con Colin Firth e Rachel Weisz

di Marta Zoe Poretti

In un’epoca dominata dalla retorica dell’eroismo, riassunta dalle molte variazioni della formula “non mollare mai”, James Marsh (regista de La teoria del tutto) sceglie di portare sul grande schermo una storia vera: quella di Donald Crowhurst, velista inglese rimasto prigioniero del suo stesso mito.

1968: Mentre Unione Sovietica e Stati Uniti si sfidano a colpi di viaggi nello spazio, nel Regno Unito le prime pagine dei giornali sono occupate dalle imprese di Francis Chichester, diventato un autentico eroe nazionale dopo aver circumnavigato il globo in solitaria. Sull’onda del clamore il Sunday Times sponsorizza la Golden Globe Race. Se l’imbarcazione di Sir Chicester si era fermata solo una volta, la nuova sfida non è solo una regata intorno al mondo, ma un viaggio in solitaria senza alcun genere di sosta, doppiando i 3 grandi capi del globo terrestre (Capo di Buona Speranza, Leeuwin e Horn).

Inizia così l’avventura di Donald Crowhurst, affidato a un perfetto Colin Firth: ingegnere di provincia, appassionato di elettronica e di vela, che dalla piccola cittadina di Teignmouth partirà a bordo di un Trimarano di sua stessa invenzione.

La favola del dilettante, pronto a lanciarsi nell’impresa senza aver mai solcato le acque dell’oceano, non manca di sedurre l’opinione pubblica. Grazie a uno scaltro addetto stampa, Rodney Hallworth (David Thewlis, Remus Lupin nella saga di Harry Potter), prima ancora che la barca sia ultimata Donald diventa l’uomo del momento, circondato da sponsor e giornalisti. Anche sua moglie Clare (Rachel Weisz) diventa oggetto delle insistenti attenzioni della stampa: madre di 3 bambini, ben consapevole dei rischi, sosterrà suo marito fino all’ultimo (e oltre).

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James Marsh costruisce Il mistero di Donald C. come un viaggio nei recessi più oscuri di una favola che può solo volgere in tragedia.

Fin dall’inizio, nessun dettaglio risulta edulcorato: dopo che Donald annuncia pubblicamente la sua partecipazione alla Golden Globe Race, aspettative e pressioni si stringono come una morsa. Il suo principale sponsor, Stanley Best (Nen Scott), lo costringe a ipotecare tutto quello che possiede: la sua piccola impresa e anche la casa. Durante la costruzione del Trimarano Teighmouth Electron si moltiplicano i costi e anche gli imprevisti. Allo scadere dei termini, il 31 Ottobre del 1968, Donald Crowhurst prende il mare su una barca che non è neanche terminata. Il volto dolente di Colin Firth diventa così il protagonista di un’avventura spogliata di ogni romanticismo. Dopo una serie innumerevole di difficoltà, Donald inizia a mentire, comunicando via radio risultati strabilianti, mentre i diari di bordo registrano la realtà, insieme alla deriva inesorabile della sua mente.

Il mistero di Donald C. è un film racconta con coraggio la verità di un eroe triste, cui la vittoria è negata dall’inizio. Rachel Weisz e Colin Firth sono interpreti solidi, autentici, mentre il regista James Marsh sembra interrogarci sulla natura più labile dei sogni, ma anche sul subdolo potere dei Media.

Benché appartenga alla fine degli anni ’60, la parabola di Donald C. parla al presente, dove l’ascesa dei mezzi comunicazione si fonda (oggi come allora) sulla fame inesauribile di miti, celebrati e consumati nella più assoluta indifferenza, come non avessero niente di umano.

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#Il MisterodiDonaldC

A QUIET PLACE – UN POSTO TRANQUILLO. La recensione in anteprima dell’horror di John Krasinski

di Marta Zoe Poretti

Presentato come l’horror più terrorizzante dell’anno, A quiet place – Un posto tranquillo mantiene al 100% le sue promesse.

Il film scritto, diretto e interpretato da John Krasiski, accompagnato da Emily Blunt (sua moglie sul grande schermo e nella vita) è un thriller ad altissima tensione, capace di inchiodare letteralmente lo spettatore alla poltrona. Il segreto di tanto terrore si chiama silenzio, e intendiamo davvero silenzio assoluto: un’esperienza così anomala da essere di per sé perturbante. Preparate il pelo sullo stomaco: A quiet place è pronto a soddisfare anche i più intransigenti cultori del genere.

Il film si apre sul più tipico scenario post-apocalittico: una famiglia si aggira in un supermercato deserto, recuperando scorte di cibo e medicinali. Padre, madre e tre bambini comunicano solo con il linguaggio dei segni: una delle bambine (Millicent Simmonds) è sordomuta, ma in pochi minuti capiremo che la regola del silenzio nasconde altre, terribili ragioni. Fuori del supermercato la città è completamente vuota: l’umanità è stata già massacrata da orribili creature anfibie, prive di vista ma ipersensibili al suono. Quel che resta della famiglia Abbott continuerà a vivere nella sua fattoria, senza scarpe, in punta di piedi, dialogando con lo sguardo, attenti al più piccolo errore: un rumore di appena 20 decibel è sufficiente a scatenare l’inferno. A breve, Evelyn e Lee dovranno escogitare soluzioni ancora più creative, se vogliono sperare di sopravvivere: riuscirà uno scantinato e una culla insonorizzata a nascondere la nascita di un nuovo bambino?

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Forte di una sceneggiatura impeccabile, capace di tessere una tensione senza tregua, A quiet place di John Krasinski (star della serie The Office, che nel 2007 firma la sua prima regia con l’adattamento di Brevi interviste a uomini schifosi di David Foster Wallace) è un film solido, dalle invenzioni essenziali e sottili, che rilancia la posta senza tradire le premesse.

Il risultato è l’apoteosi del thriller al cardiopalma, perfetto per chi desidera un’esperienza insolita nel classico tracciato del genere Horror.

Arrivate preparati: in un’ora e mezza dominata dal silenzio, spaventa anche il suono dei nostri pensieri.

 

A quiet place – Un posto tranquillo è al cinema da Giovedì 5 Aprile grazie a 20th Century Fox.

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La recensione in anteprima di READY PLAYER ONE. Quando gioca Spielberg, non ce n’è per nessuno.

di Marta Zoe Poretti

La novità più attesa della settimana è senz’ombra di dubbio Ready Player One: il film che segna il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza e l’intrattenimento puro.

Non poteva che essere Spielberg a dirigere l’adattamento cinematografico del bestseller di Ernest Cline. Ready Player One è infatti un sontuoso, debordante mash-up della cultura Pop degli anni ’80: una storia dove presente, passato e futuro si fondono in un’epica battaglia, nel nome della più sacra tra le libertà, quella dell’immaginazione.

Siamo nel 2045: l’umanità del futuro è duramente provata da crisi economica, rivolte e carestie. Ammassate in sterminate periferie di baracche e rottami, le persone sopravvivono a una realtà decisamente ostile grazie al videogioco che ha cambiato il mondo: Oasis.

Quello di è Oasis è un autentico universo parallelo, dove la vita può ancora essere splendida e avvincente. Il suo inventore, John Hallyday (Mark Rylance), è venerato come un dio. Di certo, è il nume tutelare e l’unico punto di riferimento per Wade Watts (Tye Sheridan): rimasto presto orfano dei genitori, costretto a vivere in condizioni decisamente precarie, nel mondo di Oasis il ragazzo diventa Perzival, eroe senza macchia e senza paura.

Alla sua morte, Halliday ha lanciato la più grande delle sfide: chi riuscirà a conquistare le 3 chiavi e accedere al mitico Easter Egg prenderà il totale controllo di Oasis, ereditando anche un’immensa fortuna.

L’umanità intera è impegnata in questa rocambolesca caccia al tesoro, ma negli ultimi 7 anni nessuno ha trovato una sola chiave. Naturalmente, vincere è anche l’obiettivo di una potente multinazionale: La IOI, diretta dal perfido Sorrento (Ben Mendelshon), vecchio assistente che non ha mai conquistato la fiducia Halliday. Sorrento ha già ridotto in schiavitù un vero e proprio esercito di player: se vincessero, il mondo di Oasis non sarebbe mai più lo stesso.

Nella lunga strada verso la vittoria, il solitario Perzival/Wade Watts troverà l’aiuto di preziosi alleati (gli “Altissimi Cinque”), tra cui l’intrepida Art3mis / Samantha (Olivia Cooke), un incontro che costringerà Wade a raccogliere la più terrorizzante delle sfide: quella dell’amore.

Ready Player One è una grande giostra, ma anche un viaggio di formazione, una storia di rinascita e riscatto e un film sulla scoperta dei sentimenti più veri. Soprattutto, è la grandiosa celebrazione di come l’immaginazione possa salvare una vita: in pratica, la quintessenza del cinema di Steven Spielberg.

Da notare che il cineasta di E.T. L’extraterrestre, Indiana Jones e Jurassic Park è riuscito in un’impresa che ha del miracoloso: non citare mai se stesso. Eppure, con Ready Player One, Spielberg ha realizzato il perfetto sussidiario degli anni ’80, attraversando una folla di icone, immagini e suoni, senza perdere stupore e spirito che sono il cuore della sua poetica: quelli di un ragazzo innamorato del cinema.

Per affiancato nell’impresa, Spielberg ha scelto due storici collaboratori: il montatore Micheal Kahn e il direttore della fotografia Janusz Kaminski, entrambi premiati con l’Oscar per Schindler’s List (1993) e Salvate il Soldato Ryan (1998). Un mito in carne e ossa è il garante della colonna sonora: Alan Silvestri, già al fianco di Robert Zemeckis per Ritorno al futuro (1985) e Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988); premio Oscar per Forrest Gump (1995)

Il risultato è esattamente quello che vi aspettate: impeccabile, perfetto, per 2 ore di piacere puro.

 

 

Ready Player One vi aspetta al cinema da Mercoledì 28 Marzo grazie a Warner Bros.

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#ReadyPlayerOneIT

HOSTILES di Scott Cooper. La recensione in anteprima del western con Christian Bale e Rosamund Pike

di Marta Zoe Poretti

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2017, Giovedì 22 Marzo arriva finalmente in sala Hostiles di Scott Cooper: la novità più interessante della settimana, e forse dell’intera nuova stagione cinematografica.

Hostiles è un western puro, dal realismo sottile, crudo e implacabile, capace di riscrivere la classica struttura del genere.  Parliamo anche di un film struggente, dove non manca la tensione del thriller, ma soprattutto le emozioni quasi violente che appartengono a un superbo film drammatico.

Fin dalla prima sequenza, il film dichiara la sua appartenenza alla secolare storia del Western: quello che per letteratura e cinema Made in U.S.A. è il genere popolare per eccellenza, nonché il più autentico mito di fondazione.

La mitologia della frontiera e il viaggio dell’eroe restano anche oggi una riserva inesauribile di storie, ambientate in un tempo lontano, ma che ovviamente parlano al presente.

Il senso profondo resta illuminato da un celebre saggio del 1973: Regeneration Through Violence. The Mythology of the American Frontier di Richard Slotkin.

E’ probabile che non esista una migliore introduzione alla cultura americana, l’immaginario che Hollywood riflette, racconta e ridefinisce dal ‘900 a oggi. 

L’idea di Regeneration through violence è semplice e diretta: non esiste rigenerazione se non passando attraverso la violenza. La guerra non è solo ineluttabile: è necessaria a ristabilire giustizia e pace. Se pure la violenza è inaudita, paradossalmente è il mezzo più nobile che un uomo usare, l’unica premessa di compensazione e rinascita.

Non a caso, il western è il genere che l’industria cinematografica sceglie fin dal primo giorno: dalla letteratura alle immagini in movimento, personaggi, topos e strutture restano quasi immutate. Il western è anche il protagonista della rinascita: tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’60 un manipolo di intrepidi autori decideranno di ridefinire il genere, e così il Cinema Americano stesso.

Se John Ford, il volto di John Wayne e Howard Hawks rappresentano icone classiche, di lì a breve il western è destinato a diventare un mega genere, diventando “western realistico”, “western psicologico”, “western revisionista” e una miriade di altri sotto-generi, tutti dalle profonde implicazioni estetiche, morali e perfino politiche.

Per citare i pionieri della nuova generazione servirebbe un capitolo a parte: Nicholas Ray, Sam Peckinpah, Samuel Fuller, John Huston e molti altri ancora.

La storia si divide nettamente in due: prima gli indiani cattivi e gli americani eroi; poi gli indiani vittime di una violenza brutale, privati della terra e della dignità, sterminati e infine confinati nelle famigerate Riserve.

Per la nostra generazione, quello del “western revisionista” è ormai l’unico e solo punto di vista: quello che ci riporta a Clint Eastwood e Gli Spietati, Kevin Costner e Balla coi lupi.

Hostiles di Scott Cooper è ambientato nel 1892, ma resta un western fortemente contemporaneo. Fin dalle primissime immagini, sceglie un punto di vista totalmente inedito: la brutalità delle due parti è speculare, orrenda e senza speranza. Il circuito dell’affronto e dalla vendetta è un circuito di morte, di cui tutti sono vittime e protagonisti.

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Il film di Scott Cooper non ha buoni e cattivi, mentre resta immune da citazioni e cliché postmodern.

Merito soprattutto dei suoi protagonisti: il Capitano Joseph Blocker (Christian Bale, straordinario interprete della Trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, ma anche American Psycho e American Hustle) e Rosalee Quaid (Rosamund Pike, già candidata all’Oscar per Gone Girl) non corrispondono ai classici stereotipi del genere, eppure sono perfette icone di quella Regeration through violence.

Tradizionalmente, nel western le figure femminili sono sempre subalterne, prigioniere di un ruolo preciso: interpretare la voce cristiana del perdono, un appello che l’eroe ha il dovere di ascoltare, rispettare, quindi rifiutare con fiero coraggio. Anche per questo, Hostiles è un film che non ha niente di prevedibile: l’eroina che porta il volto di Rosamund Pike è un’autentica protagonista, il cui desiderio di vendetta è pari, forse più profondo dell’uomo che cavalca al suo fianco.

Questa la storia.

Il Capitano Blocker riceve un ordine insolito, che arriva diretto dal Presidente degli Stati Uniti: ricondurre alla Valle degli Orsi un anziano capo Cheyenne, Falco Giallo (Wes Studi), al quale va riconosciuto il diritto di morire nella sua terra, accompagnato da moglie, figli e nipote. L’odio che il Capitano Blocker prova per quell’uomo è proporzionale agli anni che ha trascorso in battaglia. Il suo dolore è quello che oggi chiameremmo PTS (Sindrome da Stress Post-traumatico), ma le sue parole sono più semplici e cariche di rabbia: “Non conosci la guerra. Non sai cosa può fare a un uomo.”

Per Blocker quell’ordine è un insulto alla sua intera esistenza, quello per cui ha combattuto, per cui non troverà più pace. Eppure esegue, come si conviene a un Capitano dell’Esercito Americano. Appena partito con la sua truppa, sulla sua strada trova Rosalee: al fianco della donna il marito e tre figli, brutalmente sterminati dalla tribù indiana dei Comanche.

Il resto è la storia di uno splendido film di guerra, il cui realismo parla al presente, senza perdere l’aura della più pura epica western, forte di due eroi dolenti e indimenticabili.

Alla Festa del Cinema di Roma, l’anteprima del film (presenti Rosamund Pike, il regista Scott Cooper e Wes Studi) si è chiusa con un applauso scrosciante, così insistente che sembrava quasi interminabile.

Da Giovedì 22 Marzo, Hostiles vi aspetta al cinema: un’esperienza che vi consigliamo sinceramente di non perdere.

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#Oscar2018. Nessuna sorpresa: vince “la favola per tempi difficili” di Guillermo Del Toro

di Marta Zoe Poretti

Nessuna grande sorpresa (e una certa delusione) alla notte degli Oscar 2018: la giuria degli Academy Awards ha sostanzialmente ricalcato la linea dei Golden Globes e della Hollywood Foreign Press. Guillermo del Toro e La forma dell’acqua hanno portato a casa Miglior Regia e Miglior Film (strappando il titolo a Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin Mc Donagh). Neanche sul versante musicale l’Academy ha scelto di distinguersi premiando la cultura indipendente: niente Oscar per Jonny Greenwood e Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson (il premio va a ancora a La forma dell’acqua e Alexander Desplat) e niente Oscar per Surfjan Stevens, candidato per la Miglior Canzone con Mistery of Love, splendido leimotiv per Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino (al suo posto, l’Oscar va al lezioso Remember Me per Coco, classico successo di marca Disney, premiato anche come Miglior Film d’animazione).

Ecco tutte le statuette assegnate nella notte del 4 Marzo

MIGLIOR FILM

La forma dell’acqua (The Shape of Water) di Guillermo Del Toro

Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino

L’ora più buia (The Darkest Hour) di Joe Wright

Dunkirk di Christopher Nolan

Get Out di Jordan Peele

Lady Bird di Greta Gerwig

Il Filo Nascosto (Phantom Thread) di Paul Thomas Anderson

The Post di Steven Spielberg

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh

 

MIGLIOR REGIA

La forma dell’acqua, Guillermo del Toro

Dunkirk, Christopher Nolan

Get Out, Jordan Peele

Lady Bird, Greta Gerwig

Il Filo Nascosto, Paul Thomas Anderson

 

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

Frances McDormand, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Sally Hawkins, The Shape of Water

Margot Robbie, I, Tonya

Saoirse Ronan, Lady Bird

Meryl Streep, The Post

 

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

Gary Oldman, L’ora più buia

Timothee Chalemet, Chiamami col tuo nome

Daniel Day Lewis, Il Filo Nascosto

Daniel Kaluuya, Get Out

Denzel Washington, Roman J. Israel

 

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

Alison Janney, I, Tonya

Mary J. Blige, Mudbound

Lesley Manville, Il Filo Nascosto

Laurie Metcalf, Lady Bird

Octavia Spencer, The Shape of Water

 

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Sam Rockwell, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Willem Dafoe, The Florida Project

Woody Harrelson, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Richard Jenkins, The Shape of Water

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo

 

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

Jordan Peele per Scappa (Get Out)

Emily V. Gordon e Kumail Nanjiani per The Big Sick

Greta Gerwig per Lady Bird

Guillermo del Toro e Vanessa Taylor perThe Shape of Water

Martin McDonagh per Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

 

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

James Ivory per Chiamami col tuo nome

Scott Neustadter e Michael H. Weber per The Disaster Artist

Scott Frank, James Mangold e Michael Green per Logan

James Mangold per Molly’s Game

Aaron Sorkin, Virgil Williams e Dee Rees per Mudbound

 

La grande attesa per Luca Guadagnino e Chiamami col tuo nome (l’ultima candidatura italiana agli Oscar risale a vent’anni fa, con La vita è bella di Roberto Benigni) finisce in una magra consolazione. L’unico premio va infatti all’autore della sceneggiatura: James Ivory. A 89 anni il maestro di Camera con vista (1985) e Quel che resta del giorno (1993) vince il suo primo Oscar per l’adattamento del romanzo di André Aciman.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri vince nelle persone dei suoi incredibili protagonisti: Frances Mc Dormand e Sam Rockwell, incarnazione dell’America profonda e della violenza come unica prospettiva sul mondo.

Il discorso di ringraziamento di Frances Mc Dormand diventa il clou della serata: in una Hollywood impegnata a riconfigurare i suoi standard dopo l’onda d’urto dello scandalo Weinstein, l’attrice ringrazia il marito Joel Cohen e il figlio adottivo Pedro (“2 maschi cresciuti da femministe”) e invita tutte le candidate in sala ad alzarsi in piedi:

«Tutte abbiamo storie da raccontare e progetti da finanziare. Ma non parliamone stasera durante le feste. Chiamateci tra tre, quattro giorni, nei vostri uffici naturalmente. O venite nel nostro, come credete meglio, e vi diremo tutto. Ho due parole prima di lasciarvi stasera, signore e signori: inclusion rider!»

L’inclusion rider è una clausola che può essere inserita in tutti i contratti legati allo spettacolo: prevede che donne, afroamericani e altre etnie vengano equamente rappresentate tra gli attori e il cast tecnico del film.

L’euforia e le risate di Frances Mc Dormand squarciano una cerimonia altrimenti pietrificata nella perfezione del glamour.

La celebrazione della diversità non poteva che spettare a Guillermo del Toro, autore dell’indimenticabile storia d’amore di due creature letteralmente ai margini della società: un mostro acquatico, utilizzato (o meglio torturato) come cavia, e l’inserviente che ogni giorno pulisce il laboratorio (rimasta muta in seguito a un incidente).

«Io sono un immigrato, come molti di voi, e negli ultimi 25 anni ho vissuto in un paese tutto nostro. Una parte è qui, una parte è in Europa, una parte è ovunque. Perché la cosa più importante che fa il nostro settore è cancellare le linee di confine, quando il resto del mondo vorrebbe renderle più profonde. Dovremmo continuare a sentirci così, invece di costruire muri.»

La sua “fairytale for troubled times” (favola per tempi difficili) nonostante le 13 nomination non ha ottenuto la vittoria epocale che molti speravano: ma l’incredibile complessità dell’universo che Del Toro ha saputo costruire non poteva che essere premiata con gli Oscar per il Miglior Film e per il Miglior Regista del panorama internazionale.

A dispetto del cinismo di parte della critica (compresa qualche improbabile accusa di plagio) il regista messicano ha decisamente vinto la sua scommessa: firmare la prima fiaba dove la bella non è così piacente e la bestia non deve trasformarsi per essere amata.

 

Ecco gli altri premi assegnati questa notte a Hollywood:

MIGLIOR FILM STRANIERO

A Fantastic Woman (Una donna fantastica) di Sebastian Lelio (Cile)

The Insult (L’insulto) di Ziad Doueiri (Libano)

Loveless di Andrey Zvyagintsev (Russia)

On Body and Soul (Corpo e anima) di Ildikó Enyedi (Ungheria)

The Square di Ruben Östlund (Svezia)

 

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

Coco

Baby Boss

Ferdinand

Loving Vincent

The Breadwinner

 

MIGLIOR FOTOGRAFIA

Roger A. Deakins, Blade Runner 2049

Bruno Delbonnel, L’ora più buia

Hoyte van Hoytema, Dunkirk

Rachel Morrison, Mudbound

Dan Laustsen, The Shape of Water

 

MIGLIOR MONTAGGIO

Lee Smith, Dunkirk

Paul Machliss and Jonathan Amos, Baby Driver

Tatiana S. Riegel, I, Tonya

Sidney Wolinsky, The Shape of Water

Jon Gregory, Tre Manifest a Ebbing, Missouri

 

MIGLIOR COLONNA SONORA

Alexandre Desplat, The Shape of Water

Hans Zimmer, Dunkirk

Jonny Greenwood, Il filo nascosto

John Williams, Star Wars : Gli ultimi Jedi

Carter Burwell, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

 

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

Remember Me, Coco

Mighty River, Mudbound

Mystery of Love, Chiamami col tuo nome

Stand Up For Something, Marshall

This Is Me, The Greatest Showman

 

MIGLIOR SCENOGRAFIA

Paul D. Austerberry, Shane Vieau e Jeff Melvin, La Forma dell’acqua (The Shape of Water)

La Bella e la Bestia

Blade Runner 2049

L’ora Più Buia

Dunkirk

 

MIGLIORI EFFETTI VISIVI

John Nelson, Gerd Nefzer, Paul Lambert e Richard R. Hoover, Blade Runner 2049

Guardiani della Galassia Vol.2

Kong: Skull Island

Star Wars: Gli ultimi Jedi

The War – Il Pianeta delle Scimmie

 

MIGLIOR SONORO

Mark Mangini e Theo Green, Blade Runner 2049

Baby Driver

Dunkirk

The Shape of Water

Star Wars: Gli ultimi Jedi

 

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO

Richard King e Alex Gibson, Dunkirk

Baby Driver

Blade Runner 2049

The Shape of Water

Star Wars: Gli ultimi Jedi

 

MIGLIORI COSTUMI

Mark Bridges, Il filo nascosto

L’ora più buia

La bella e la bestia

La forma dell’acqua

Victoria & Abdul

 

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURE

L’Ora più Buia

Victoria & Abdul

Wonder

 

MIGLIOR DOCUMENTARIO

Icarus di Bryan Fogel e Dan Cogan

Abacus – Small enough to Jail di Steve James, Mark Mitten, Julie Goldman

Faces, Places di Agnès Varda, JR e Rosalie Varda

Last Man In Aleppo di Feras Fayyad, Kareem Abeed, Søren Steen Jespersen

Strong Island di Yance Ford and Joslyn Barnes

 

Gli Oscar delle categorie tecniche riaccendono un meritato spotlight su 2 opere a dir poco avveniristiche sul piano audiovisivo: Dunkirk di Christopher Nolan e Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve.

Grande delusione invece per Il filo nascosto (Phantom Thread) di Paul Thomas Anderson: evidentemente l’Academy non è ancora pronta a celebrare il talento sottile e il linguaggio obliquo, unico e personale di uno tra i più grandi cineasti del nostro tempo. Nonostante le 6 candidature l’unico premio va ai Migliori Costumi e Mark Bridges, collaboratore storico dell’autore di Boogie Nights, Magnolia, Ubriaco d’amore, The Master e Vizio di forma. Sfuma anche il sogno di un ultimo premio per Daniel Day-Lewis, che grazie a PT Anderson e Il petroliere aveva vinto il suo terzo Oscar come Miglior Attore Protagonista. A onor del vero, in questo caso la statuetta era evidentemente destinata a Gary Oldman: il suo Winston Churchill è un esempio di mimesi destinato a fare scuola, mentre il film L’ora più buia ha il grande merito d’illuminare un passaggio essenziale (e poco noto) della Seconda Guerra Mondiale.

Tante nomination e nessun premio anche per “i giovani outsider” dell’edizione numero 90 degli Oscar: eppure, se parliamo di Timothée Chalamet, protagonista di Chiamami col tuo nome e presente anche nel primo lungometraggio scritto e diretto da Greta Gerwig, Lady Bird (in nomination per la Miglior Regia e il Miglior Film), non c’è alcun dubbio che ad Hollywood siano nate delle nuove stelle.

Termina così la più grande festa della cinematografia internazionale.

Quanto all’Italia, non resta che la dura realtà delle elezioni politiche: dalle nostre parti, favole e diversità sembrano destinate a tutt’altra fine.

#RazzieAwards 2018. A poche ore dall’Oscar l’America premia i film più brutti dell’anno

di Marta Zoe Poretti

Come da tradizione, a 24 ore dalla notte degli Oscar l’America premia film e artisti che si sono distinti per l’eccezionale bruttezza delle loro performance. Stravince quest’anno Emoji: accendi le emozioni, inspiegabile film d’animazione dedicato alle faccette di Whatsapp, seguito a ruota dall’esilarante Cinquanta sfumature di nero, esempio massimo di film immune all’ironia e anche alla logica.

Ecco tutti i premi della trentanovesima edizione dei Razzie Awards:

PEGGIOR FILM

Emoji: accendi le emozioni

altri candidati: Baywatch, Cinquanta sfumature di nero, La Mummia, Transformers : L’ultimo cavaliere.

PEGGIOR ATTORE

Tom Cruise per La Mummia

PEGGIOR ATTRICE

Tyler Perry per Boo 2! A Madea Halloween

PEGGIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

Kim Basinger per Cinquanta sfumature di nero

PEGGIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Mel Gibson per Daddy’s Home 2

PEGGIORE COPPIA SULLO SCHERMO

Ogni coppia di emoji per Emoji: Accendi le emozioni

PEGGIOR REGISTA

Anthony Leondis per Emoji: Accendi le emozioni

PEGGIOR PREQUEL, REMAKE O SEQUEL

Cinquanta sfumature di nero

PEGGIOR SCENEGGIATURA

Emoji: Accendi le emozioni

 

Da notare che quest’anno la Golden Raspberry Award Foundation ha deciso di assegnare un nuovo premio: “THE RAZZIE CONTENDER SO ROTTEN YOU LOVED IT” (il candidato così marcio che finisci per amarlo). Ad aggiudicarsi questo prestigioso riconoscimento Baywatch, il film di Seth Gordon che ha saputo riportare in auge i fasti di Pamela Anderson, David Hasselhof, i costumi da bagno rossi e quell’eroismo senza macchia e senza paura che caratterizzavano la serie in onda tra il 1989 e il 2001.

E dopo questo doveroso omaggio all’arte del cattivo gusto, l’appuntamento è per questa notte a Hollywood, per l’annuale sfilata del Cinema e i suoi dei.

 

#thelovingmemory

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DARK NIGHT di Tim Sutton. La recensione di Fabio Giagnoni

#1Marzo
Nuovo guest editor per THE LOVING MEMORY è FABIO GIAGNONI*

Questa la sua recensione di DARK NIGHT, il film di Tim Sutton 
dedicato al "Massacro di Aurora", in sala da oggi:
"Una pellicola straniante in cui il mostro delle sparatorie 
di massa è il vuoto nella vita degli adolescenti americani."

 

Il sonno della ragione genera mostri.

Questa celebre citazione, titolo dell’acquaforte di Goya n. 43 della serie “I capricci”, sembra incubare la nascita di tutti gli stragisti americani che periodicamente da decenni riempiono le pagine di nera dei giornali di mezzo mondo. Capricciosi appunto, come il giovane pistolero di questa pellicola, un bambinone viziato dallo sguardo assente, o ideologizzati, ma quasi sempre maschi bianchi con problemi mentali: queste schegge impazzite di una società in cui o sei un vincente o non vali niente rappresentano una delle più grandi ferite aperte del Paese che non si rimarginerà finché non verrà approvata una legge seria sul controllo delle armi, cui la lobby dei produttori, La National Rifle Association, strenuamente sempre si è opposta, aprendo solo sotto l’amministrazione Trump a marginali limitazioni finalizzate a riabilitare la sua immagine. Immagine che negli anni s’è fatta sempre più dark: lugubre, dato che i suoi membri si riunivano nei luoghi di ogni massacro per benedire l’uso dei loro amati fucili, superati in cattivo gusto solo dall’attuale presidente, che vuole armare anche gli insegnanti.

Dark night”, la notte oscura, perpetua, in cui ogni tanto qualche sonnambulo obnubilato apre il fuoco. E poco importa che accada nell’ennesima scuola, a un concerto o, caso da cui prende le mosse questa specie di documentario dell’orrore, nel cinema di una cittadina del Colorado, durante la proiezione dell’episodio “The dark knight rises” (“Dark knight” si pronuncia senza la k), di Batman, un altro “Cavaliere oscuro” nascosto dietro una maschera che si erge a farsi giustizia da sé.

Tim Sutton ha girato il tutto in poco più di due settimane. Si percepisce quest’ansia di arrivare allo scioglimento finale, che nonostante sia il centro e la causa efficiente dell’opera neanche è rappresentato, ma solo accennato, tragedia etimologicamente oscena: all’esterno dalle scene, prodotto degli schemi atomizzanti in cui sono bloccati i giovani personaggi, adolescenti isolati per scelta, per paura o per forza, come se i proiettili e il sangue possano essere l’unico punto di contatto nell’ambiente sociale a stelle e strisce, intriso di egoismo, ambizione, violenza. Quindi, mentre la scena finale che coincide con il cuore dell’opera non esiste, quella iniziale è un canto di dolore, colonna sonora di tutto il film, di una prefica addolorata ma anche come addormentata, ipnotizzata, sedata dalla ricorrenza di questi bagni di sangue senza un perché.

L’America tutta è sotto i riflettori, ben rappresentata da una ragazzina sovrappeso e miope che prende il sole dentro una piscina in una villa circondata da filo spinato: immensi spazi vuoti resi ancora più desolati dalle nenie lamentose di Maica Armata che canta soavemente “moriresti?”, sirena attraente, sibilla fatale e al contempo miglior ruolo femminile del film, particolarmente toccante quando la sua voce apotropaica nel famoso verso “please don’t take my sunshine away” fa ritirare la canna di un M16 già puntato inconsapevolmente su di lei.

Vuoto degli spazi comuni, piscine parcheggi strade, vuoto culturale nella società dell’apparenza, vuoto emotivo dei bulli a scuola e dei reduci traumatizzati, vuoto dei selfie che sostituiscono la personalità, vuoto della vita solo virtuale degli sparatutto e degli smartphone, vuoto dei giovani che non trovano un senso da dare alle loro vite, tra tinte sgargianti, piercing, trasgressioni di gruppo poco trasgressive, vaghi riti di passaggio, come inalare la nicotina del vaporizzatore che “sa di candele” o passare le giornate a fare acrobazie sugli skate per non collezionare armi d’assalto che prima o poi incutono la tentazione d’essere usate, vuoto negli occhi gelidi del “bambino” assassino, milked under Reagan, un latte amaro che puntualmente viene rigettato insieme a urla e munizioni.

Il vuoto è il vero protagonista di questo docufilm dell’orrore, che è esso stesso un vuoto, horror vacui, la paura più antica, quella dell’ignoto, resa perfettamente nelle parole tentennanti del giovane videogiocatore iperprotetto da una madre che lo ha posto su un altarino, condannandolo a domiciliari aurei autoindotti, spaventato dalle creature supposte letali di cui pullula il bosco (simbolo di quel fuori che è la vita reale), quando la morte velenosa, inaspettata, si nasconde tra noi, è l’ossessione dei suoi compagni di banco silenziosi e assenti.

dark night 3

 

“Non vuoi che gli altri siano contro di te quando stai crescendo: distrugge la tua personalità”, a queste parole segue il pazzo allo specchio mentre indossa varie maschere da mostro e infine quella da Batman (realmente ritrovata in casa del 24enne pluriomicida), il supereroe nero nella buia notte della mente che miete morti.

L’America è una vecchia signora ripiegata su se stessa che un cancro al cervello ha privato della testa.

 

*FABIO GIAGNONI: Scrittore e cinefilo per passione, pirata 
criptovalutario per deontologia, apocalittico fino al midollo.

 

 

#MyFrenchFilmFestival. La recensione di UN MATRIMONIO di Stephan Streker

UN MATRIMONIO (NOCES) di Stephan Streker

La recensione del film in concorso per My French Film Festival

di Marta Zoe Poretti

Dal 19 Gennaio al 19 Febbraio 2018 torna per la sua ottava edizione 
MY FRENCH FILM FESTIVAL: un festival dal concept inedito, che si 
svolge solo ed esclusivamente on-line, creato per valorizzare e 
promuovere nel mondo il cinema francese di produzione indipendente. 
A disposizione degli spettatori di ben 90 paesi ci sono 
10 film e 10 cortometraggi, più svariate altre proposte nelle 
sezioni fuori concorso. Naturalmente è possibile votare, 
eleggendo come ogni anno il film vincitore del “Premio Lacoste 
del Pubblico”. 
Altri 2 premi saranno assegnati dalla Giuria della stampa 
internazionale e dalla Giuria dei cineasti 
(presidente per il 2018 il nostro prode Paolo Sorrentino). 

La visione di tutti i cortometraggi è gratuita. 
Per tutti gli altri film in programma, 
è possibile acquistare un singolo titolo in streaming 
o un pacchetto-festival.

Per tutte le altre informazioni rimandiamo al sito: 
www.myfrenchfilmfestival.com

 

Tra i titoli in concorso, The Loving Memory vi segnalo un film drammatico, presentato in anteprima per l’Italia alla Festa del Cinema di Roma 2016:

UN MATRIMONIO (NOCES) di Stephan Streker. 

Il film è ispirato a una storia vera, che nel 2007 ha sconvolto prima il Belgio, poi l’Europa intera, tristemente nota come il “caso Saida”.

Il lungometraggio di Stephan Streker ha il grande pregio di rileggere con sensibilità e tatto, senza facili proclami, una storia che rimanda a uno tra i temi più controversi del nostro tempo: la condizione femminile nella cultura islamica. Una questione che si presta a strumentalizzazioni e scontri feroci, dove a volte si confondono i piani del fondamentalismo, le difficoltà oggettive dell’integrazione, le derive terroriste e la difesa del diritto inderogabile alle libertà individuali.

Stryker è riuscito a realizzare un film che supera i confini nazionali, raccontando con grazia la tragedia di una ragazza pakistana nel conseguimento della maggiore età.

La protagonista di Un Matrimonio (Noces) è Zahira Kazim (Lina El Arabi). I suoi genitori hanno saputo costruire in Belgio una famiglia pakistana moderna: portano il dovuto rispetto alle tradizioni, ma sembrano aperti anche al cambiamento. Il problema è che una piccola deroga alla tradizione per Zahira non è abbastanza. Quando compie 18 anni, si aspetta che le venga lasciata la sua vita in Belgio. Di certo, non prevedeva le terribili conseguenze della sua ribellione.

La premessa lascia poco spazio all’interpretazione: il matrimonio, nella tradizione pakistana, è l’evento più importante della vita sociale.

Si tratta di un dato incontrovertibile, fuori da qualunque discussione. Il candidato è scelto dalla famiglia della sposa, ed è quasi sempre selezionato tra i cugini di primo grado, proprio per scongiurare eventuali problemi. Tutti sperano che la coppia possa effettivamente vivere felice. Non esiste nessuna preclusione verso i sentimenti, ma non sarà mai un fatto personale. Tutto questo avviene al compimento del diciottesimo anno d’età: le preferenze della sposa non hanno alcun valore, se comparate all’onore e il buon nome di una intera famiglia.

Quando il film inizia, vediamo che Zahira ha un ottimo con i suo genitori, soprattutto con suo fratello (interpretati da Lina El Arabi, Babak Karimi e Sébastien Houbani). Quando ha fatto un grosso sbaglio, ha ottenuto più sostegno e comprensione di quanto avvenga in moltre famiglie occidentali. La ragazza è libera di scegliere quando e come indossare il velo. Con la stessa disinvoltura può trasgredire il coprifuoco, andare in discoteca, ma non può assolutamente innamorarsi di un ragazzo belga. Rifiutare il matrimonio in Pakistan: questo significa distruggere ogni cosa.

Un Matrimonio è un film dalla dimensione privata. Come nella vera storia di Saida, tutte le domande restano senza risposta, il dialogo diventa sordo e le speranze cedono il passo a una tragedia annunciata. Il dramma diretto da Streker è misurato, privo di retorica, soprattutto, lascia spazio e rilievo alle ragioni di tutti. Zahira da un lato, al polo opposto i genitori, e al centro, condannato all’impossibile figura del mediatore, suo fratello Amir. Il conflitto è rappresentato interamente dai personaggi: le inquadrature ravvicinate dei loro volti sembrano scavare nella verità delle emozioni, affidate sempre più agli occhi, mentre le parole si fanno inutili.

“Voi sapete tutto, avete tutto, avete ragione su tutto e noi siamo i pazzi.”

Questa la risposta e la verità del padre, interprete di una frattura che sembra immune alla ragione e al tempo, come quella tra l’antica cultura pakistana e il paese d’accoglienza.

Un Matrimonio di Stephen Stryker è uno dei 10 lungometraggi in concorso per My French Film Festival.

Per la visione in streaming visitate il sito www.myfrenchfilmfestival.com

 

#thelovingmemory

#myfrenchfilmfestival

 

#GoldenGlobes2018 : tutti i premi per cinema e serie tv. Trionfano Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e Big Little Lies

GOLDEN GLOBES 2018 : IL CINEMA

MIGLIOR FILM DRAMMATICO

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR FILM COMMEDIA O MUSICALE

Lady Bird

MIGLIOR REGISTA

Guillermo Del Toro, The Shape Of Water

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM DRAMMATICO

Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO

Gary Oldman, L’ora più buia

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE

Saoirse Ronan, Lady Bird

MIGLIOR ATTORE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE

James Franco, The Disaster Artist

MIGLIOR FILM STRANIERO

Oltre la notte (In the fade) di Fatih Akin

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

Allison Janney, I, Tonya

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIORE SCENEGGIATURA

Martin McDonagh – Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE

Alexander Desplat – The Shape of Water

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

“This Is Me”, The Greatest Showman

 

the shape of water
the shape of water

GOLDEN GLOBES 2018: LE SERIE

MIGLIOR SERIE DRAMMATICA

The Handmaid’s Tale

MIGLIOR SERIE COMMEDIA o MUSICALE

The Marvelous Mrs. Maisel

MIGLIOR FILM TV O MINI SERIE

Big Little Lies

MIGLIOR ATTRICE IN UNA SERIE TV DRAMMATICA

Elisabeth Moss – The handmaid’s tale

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA IN UNA SERIE TV DRAMMATICA

Laura Dern – Big Little Lies

MIGLIOR ATTRICE IN UNA MINISERIE

Nicole Kidman – Big Little Lies

MIGLIOR ATTRICE IN UNA SERIE TV COMMEDIA

Rachel Brosnahan – The Marvelous Mrs. Maisel

MIGLIOR ATTORE IN UNA SERIE TV DRAMMATICA

Sterling K. Brown – This is us

MIGLIOR ATTORE IN UNA SERIE TV COMMEDIA O MUSICALE

Aziz Ansari – Master of None

MIGLIOR ATTORE IN UNA MINISERIE

Ewan McGregor – Fargo

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA IN UNA MINISERIE

Alexander Skarsgard – Big Little Lies

Marta Zoe Poretti

#thelovingmemory

Il #7Gennaio è la notte dei #GoldenGlobes. Tutte le nomination e i film più attesi del 2018

Per parlare dei film più attesi del 2018, come ogni hanno avremo a disposizione una guida a dir poco impagabile: le nomination e i premi assegnati nella Notte dei Golden Globe.

Se gli Oscar conservano saldamente l’aura del premio più celebre al mondo, quando parliamo di Stati Uniti e Occidente in genere, il globo d’oro è certo al secondo posto.

Leggenda vuole che i Golden Globes rappresentino una sorta di anticamera all’Oscar: senza escludere eccezioni e colpi di scena, è frequente che le candidature dell’Academy confermino quelle già espresse dalla Hollywood Foreign Press Association (HFPA): una giuria che riunisce circa 90 giornalisti dalle stampa cinematografica internazionale.

In concreto, le differenze tra Oscar e Golden Globe sono poche, ma decisive. A partire proprio dai giurati: se i Golden Globe vengono assegnati dalla stampa estera, a decidere i destini degli Oscar è invece l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), associazione onoraria che riunisce migliaia di figure professionali, in modo da rappresentare gli innumerevoli,, diversi settori che compongono l’industria cinematografica statunitense.

Le due giurie riflettono l’eterna ambivalenza tra critica e industry, America e resto del mondo. Scopo del gioco: conquistare entrambi, rastrellando premi a destra e sinistra (vedi l’eclatante caso di La La Land di Damien Chazelle).

Altre differenze sostanziali tra Oscar e Golden Globe: i primi riguardano solo ed esclusivamente il cinema, i secondi attraversano grande e piccolo schermo, coinvolgendo anche le serie televisive. Non solo: le categorie dei Golden Globe sono molto più numerose, già che non si riferiscono genericamente a migliori film e attori, ma separano la Commedia dal Dramma, le serie e mini serie tv.

Quest’anno, a presentare la cerimonia dei Golden Globe sarà una star del Saturday Night Live: Seth Myers. E se il nome non vi dice nulla, niente paura: anche la stragrande maggioranza delle nomination si riferisce a film che non sono ancora stati distribuiti in Italia, ma costituiscono una perfetta guida ai film più attesi del 2018.

Tra questi:

THE SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro (Leone D’oro e vincitore incontrastato alla Mostra del Cinema di Venezia 2017) favorito con 7 nomination nelle categorie principali, seguito da 6 nomination per TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI di Martin McDonagh (un capolavoro vero, con Frances Mac Normand, Woody Harrelson, Sam Rockwell e Peter Dinklage, premiato ancora a Venezia per la Migliore Sceneggiatura) e THE POST di Steven Spielberg.

Ben 4 nomination per un film italiano: CALL ME BY YOUR NAME (Chiamami con il tuo nome) di Luca Guadagnino, già acclamato a Sundance e Toronto Film Festival. 4 nomination per LADY BIRD di Greta Gerwig, 3 nomation per DUNKIRK di Christopher Nolan, THE GREATEST SHOWMAN di Michael Gracey (con Hugh Jackman e Michelle Williams) e TUTTI I SOLDI DEL MONDO di Ridley Scott (già tristemente noto per il licenziamento di Kevin Spacey, sostituito da Christopher Plummer). Un buon successo anche per I,TONYA di Craig Gillespie (presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2017).

Ma ecco l’elenco completo di tutte le nomination per il Cinema:

MIGLIOR FILM DRAMMATICO

Chiamami col tuo nome

Dunkirk

The Post

The Shape of Water

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

 

MIGLIOR FILM COMMEDIA O MUSICALE

The Disaster Artist

Get Out

The Greatest Showman

I, Tonya

Lady Bird

 

MIGLIOR REGISTA

Guillermo Del Toro, The Shape Of Water

Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Christopher Nolan, Dunkirk

Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo

Steven Spielberg, The Post

 

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM DRAMMATICO

Jessica Chastain, Molly’s Game

Sally Hawkins, The Shape of Water

Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Meryl Streep, The Post

Michelle Williams, Tutti i soldi del mondo

 

MIGLIOR ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO

Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto (Phantom Thread)

Tom Hanks, The Post

Gary Oldman, L’ora più buia

Denzel Washington, Roman J. Israel

 

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE

Judi Dench, Victoria & Abdul

Margot Robbie, I, Tonya

Saoirse Ronan, Lady Bird

Emma Stone, La battaglia dei sessi

Helen Mirren, Ella & John (The Leisure Seeker)

 

MIGLIOR ATTORE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE

Steve Carell, La battaglia dei sessi

Ansel Elgort, Baby Driver

James Franco, The Disaster Artist

Hugh Jackman, The Greatest Showman

Daniel Kaluuya, Get Out

Tanto per iniziare con del tifo (non necessariamente imparziale), tra le migliori attrici per una Commedia troviamo 2 autentiche regine: Judi Dench, alias Imperatrice Vittoria per lo splendido VICTORIA & ABDUL di Stephen Frears (premiato a Venezia da Jaeger-Le Coultre), in gara contro Helen Mirren, protagonista dell’ultimo film di Paolo Virzì, THE LEISURE SEEKER (titolo italiano: Ella & John).

L’ultimo film di Stephen Frears – ennesimo gioiello in una filmografia che attraversa tutti i generi e le sfumature del Cinema inglese – è stato distribuito in italia alla fine di Ottobre 2017, passando purtroppo quasi inosservato. Ma questo è davvero un consiglio: recuperate la storia dell’amicizia tra Victoria e il suo fido consigliere delle Indie, basata su fatti realmente accaduti, o meglio su uno scandalo che è rimasto accuratamente nascosto per oltre un secolo – e che naturalmente parlano al presente, all’Inghilterra e all’Europa che sembrano andare indietro invece che avanti (quantomeno in termini di diversità e apertura all’altro).

Ella & John (con Helen Mirren e Donald Sutherland) è invece atteso nelle nostre sale per Giovedì 18 Gennaio: il primo film americano di Paolo Virzì è una delle uscite più significative della nuova stagione cinematografica.

Passando alla candidature i protagonisti maschili, meriterebbe certo un premio Daniel Day-Lewis: PHANTOM THREAD (Il filo nascosto) di Paul Thomas Anderson è infatti annunciato come l’ultimo film della sua carriera.

Daniel Day-Lewis aveva già lavorato con P.T. Anderson a Il Petroliere (2007), vincendo il suo secondo Oscar dopo Il mio piede sinistro (1989) di Jim Sheridan. E dell’incredibile filmografia dell’attore irlandese, citeremo almeno un altro film di Sheridan, Nel nome del padre (1994), oltre a L’ultimo dei Mohicani di Michael Mann (1992), L’età dell’innocenza (1993) e Gangs of New York (2002) di Martin Scorsese.

Phantom Thread (Il filo nascosto) è l’ottavo lungometraggio scritto e diretto da P.T. Anderson, ex enfant prodige di Boogie Nights (1996), Magnolia (2000) e Ubriaco d’amore (Punch-drunk love, 2002), che in questa fase continua a sperimentare a riscrivere la sua poetica, firmando un film già acclamato come un capolavoro. Ambientato negli anni ’50 a Londra, nella fiorente industria della moda inglese, Il filo nascosto è la storia dello stilista Raymond Woodcock. Ovvero: P.T.A. racconta (ancora una volta) la storia di un uomo chiuso ermeticamente nella propria routine, apparentemente incapace di aprirsi al più piccolo cambiamento, la cui vita viene invece sconvolta dall’ingresso di una donna e di un sentimento inarrestabile.

Anche la colonna sonora, firmata da Johnny Greenwood dei RADIOHEAD, è candidata ai Golden Globe 2018: una delle molte ragioni che fanno di Phantom Thread (Il filo nascosto) – atteso in Italia per il 22 Febbraio e distribuito da Universal Pictures- uno dei film più attesi di tutto il 2018.

Proseguiamo con le nomination per il miglior film straniero (grande favorito THE SQUARE di Ruben Östlund, già vincitore della Palma d’Oro alla Festival di Cannes, ancora in programmazione in molte sale italiane).

Tra gli outsider, grande attesa anche per OLTRE LA NOTTE di Fatih Akin (uno dei registi più importanti della scena tedesca, già autore de La sposa turca, Ai confini del paradiso, The Sound of Istanbul e Soul Kitchen): l’uscita in Italia del film è prevista per il 1 Marzo 2018.

 

MIGLIOR FILM STRANIERO

First They Killed My Father (Per primo hanno ucciso mio padre) di Angelina Jolie (Cambogia)

In the Fade (Oltre la notte) di Fatih Akin (Germania)

Loveless di Andrey Zvyagintsev (Russia)

The Square di Ruben Östlund (Svezia)

A Fantastic Woman di Sebastián Leli (Cile)

 

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

Baby Boss

The Breadwinner

Coco

Loving Vincent

Ferdinand

 

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

Mary J. Blige, Mudbound

Hong Chau, Downsizing

Allison Janney, I, Tonya

Laurie Metcalf, Lady Bird

Octavia Spencer, The Shape of Water

 

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Willem Dafoe, The Florida Project

Armie Hammer, Chiamami col tuo nome

Richard Jenkins, The Shape of Water

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo

Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

 

MIGLIORE SCENEGGIATURA

The Shape of Water, Guillermo del Toro e Vanessa Taylor

Lady Bird, Greta Gerwig

The Post, Liz Hannah e Josh Singer

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, Martin McDonagh

Molly’s Game, Aaron Sorkin

 

MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

The Shape of Water

Il filo nascosto (Phantom Thread)

The Post

Dunkirk

 

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE

“Home”, Ferdinand

“Mighty River”, Mudbound

“Remember Me”, Coco

“The Star”, Gli eroi del Natale

“This Is Me”, The Greatest Showman

 

Nella notte di questa Domenica 7 Gennaio scopriremo i vincitori dei Golden Globe 2018. Ma il dato significativo per le nostre attività di cinefili impenitenti e spettatori innamorati è che il 2018 si preannuncia quanto mai ricco di novità cinematografiche (diversamente dal grigiore che, almeno nella seconda parte, ha caratterizzato il 2017 appena archiviato).

In programmazione dal 25 Dicembre, troverete ancora in sala THE GREATEST SHOWMAN di Michael Gracey: il musical dedicato alla nascita del Circo Barnum. Un esempio di intrattenimento puro, per un concept di musical moderno, le cui musiche (non a caso) appartengono agli stessi autori di La La Land.  I protagonisti Hugh Jackman e Michelle Williams sono la chiave di volta di un film insieme magico e iper-realistico: anche in veste di performer, il loro approccio al personaggio resta impressionante, credibile, reale; completamente privo di quelle derive virtuosistiche e leziose che (spesso) caratterizzano il genere.

Oltre ai già citatati Ella & John di Paolo Virzì (18 Gennaio), The shape of water di Guillermo del Toro (14 Febbraio)Phantom Thread (Il filo nascosto) di P.T. Anderson (22 Febbraio) e Oltre la notte di Fatih Akin (1 Marzo)– che siano candidati a Golden Globe, Oscar, Emmy Award oppure premiati dai grandi Festival europei – ecco i film da non perdere nei primi mesi dell’anno 2018:

4 Gennaio TUTTI I SOLDI DEL MONDO di Ridley Scott (con Michelle Williams, Mark Walbergh e Christopher Plummer)

11 Gennaio 3 MANIFESTI A EBBING, MISSOURI di Martin McDonagh (con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell e Peter Dinklage)

25 Gennaio CHIAMAMI CON IL TUO NOME di Luca Guadagnino (con Armie Hammer e Timothée Chalamet)

8 Febbraio THE PARTY – A COMEDY OF TRAGIC PROPORTIONS di Sally Potter (con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall, Bruno Ganz, Cillian Muphy, Cherry Jones ed Emily Mortimer)

22 Marzo I,TONYA di Greg Gillespie  (con Margot Robbie, Sebastian Stan)

19 Aprile LADYBIRD di Greta Gerwig (con Saoirse Ronan, Laurie Metcalf e Lucas Hedges)

25 Aprile THE KILLING OF A SACRED DEER di Yorgos Lanthimos (con Nicole Kidman, Alicia Silverson e Colin Farrell)

 

Tra i candidati ai Golden Globe 2018 anche Jude Law, protagonista di THE YOUNG POPE, prima serie televisiva del nostro prode Paolo Sorrentino.

A proposito dei film più importanti del 2018: non conosciamo ancora la data d’uscita per LORO, l’attesissimo nuovo lungometraggio che Sorrentino ha dedicato alla figura di Silvio Berlusconi. In compenso, sappiamo che ha già scatenato l’ira funesta del Cavaliere, pronto a una nuova feroce campagna elettorale.

Altra buona notizia: nel 2018 Sorrentino tornerà anche sul set della scandalosa serie ambientata in Vaticano – la cui seconda stagione è attesa con il titolo THE NEW POPE.

Appuntamento intanto a questa notte con i Golden Globe 2018: la cerimonia è in diretta a partire dalle 23.30 su Sky Atlantic HD.

 

 

Marta Zoe Poretti

#GoldenGlobes2018

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