END OF JUSTICE – Nessuno è innocente. La recensione del film con Denzel Washington

di Marta Zoe Poretti

Il 2018 è anche il cinquantesimo anniversario del ’68: al polo opposto della celebrazione, arriva in sala End of Justice – Nessuno è innocente, secondo lungometraggio da regista di Dan Gilroy (già autore dell’ottimo The Nightcrawler – Lo sciacallo, 2014). Per il legal-drama che è valso a Denzel Washington l’ottava candidatura all’Oscar come Miglior Attore, il volto storico di Malcolm X diventa interprete di una parabola amara (per non dire drammatica) sul crepuscolo di ogni ideale. Roman J. Israel, protagonista assoluto di End of Justice, è infatti un ex militante delle Black Panthers, che ha dedicato la sua intera esistenza alla battaglia per i diritti civili, solo per trovare che ormai non ha più un posto nel mondo.

Ispirato a Il verdetto (1982) di Sidney Lumet, anche End of Justice è un dramma che non ricostruisce un procedimento giudiziario, ma cerca l’essenza e l’anima dell’avvocato protagonista.

Roman J. Israel (Denzel Washington) ha vissuto per decenni nell’ombra del suo socio: lo studio si è sempre schierato al fianco delle minoranze etniche, offrendo assistenza legale pro-bono a minorenni, piccoli criminali e chiunque viva ai margini della società. Ruolo di Roman, forte di una conoscenza quasi prodigiosa dei codici di legge, era predisporre la linea di difesa, senza mai avvicinarsi concretamente né ai clienti né alle aule di tribunale. Ma quando il suo storico socio ha un malore, nel giro di pochi giorni la vita di Roman torna a scontrarsi violentemente con la realtà.

Senza lavoro, senza il suo unico amico, Roman dovrà accettare l’offerta George Pierce (Colin Farrell): avvocato ben più spregiudicato e dedito al profitto. Non va meglio quando il vecchio Roman J. Israel cerca di riavvicinarsi alla protesta sociale: nonostante la stima di Maya (Carmen Ejogo), i giovani afro-americani e il loro linguaggio sembrano ormai alieni, con cui Roman non è minimamente in grado di entrare in contatto.

 

End of Justice – Nessuno è innocente diventa così la triste storia di un riscatto impossibile. Denzel Washington, nel ruolo di Roman J. Israel è quasi irriconoscibile: goffo, appesantito, irrimediabilmente buffo nelle sue mise démodé. Peccato che il film si riveli presto debole: privo di una trama davvero convincente, questa volta Dan Gilroy lascia tutto il peso del film sulle spalle del protagonista. E benché si tratti di un gigante della Storia del cinema americano, non basta a salvare una sceneggiatura superficiale (e una grande occasione mancata).

Restano una splendida colonna sonora Jazz, una Los Angeles luminosa e indifferente, l’ipad e i grossi occhiali di Roman/Denzel Washington, per un film che sembra dedicato solo ai fan più irriducibili del protagonista di Malcolm X (1992), Philadelphia (1993),Training Day (2001) e una incredibile serie di storie, capaci di conservare una forte valenza sociale anche nel contesto del cinema più commerciale.

Per rivedere Denzel Washington al suo massimo splendore, non resta forse che aspettare il sequel di The Equalizer – Il vendicatore, adattamento della serie cult anni ’80 Un giustiziere a New York.

#EndofJustice è in sala da Giovedì 31 Maggio con #WarnerBros

#thelovingmemory

#1Maggio Tra le novità al cinema anche L’ISOLA DEI CANI (Isle of Dogs). La recensione in anteprima del nuovo film di Wes Anderson

di Marta Zoe Poretti

Scelto come film d’apertura per l’ultima edizione del Festival di Berlino e premiato con l’Orso d’argento per la Miglior regia, L’isola dei cani (Isle of Dogs) di Wes Anderson è tra le grandi novità in sala da martedì Primo Maggio.

Dimenticate pure prospettive impeccabili e delicate palette dai colori pastello: per il suo nono lungometraggio l’autore di Gran Budapest Hotel, I Tenenbaum e Monnrise Kingdom ha scelto di tornare a una tra le più antiche e complesse tecniche di animazione cinematografica (già sperimentata nel 2010 con Fantastic Mr. Fox): il risultato è il più lungo e complesso film in Stop Motion mai realizzato.

L’Isola dei cani è anche la lettera d’amore di Wes Anderson al cinema giapponese (in particolare Akira Kurosawa) e l’immaginario nipponico in genere: dalle maschere del teatro Kabuki agli scenari naturali, ritratti con delicate sfumature ad acquerello.

Dalle miniature in plastilina animate fotogramma per fotogramma in Stop Motion (anche detta tecnica del “passo uno”) alle migliaia di fondali dipinti a mano, Wes Anderson realizza un film fuori del tempo, senza alcun ausilio di CGI e computer grafica, quasi straniante per eterogeneità e ricchezza dell’amalgama audiovisiva.

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2037. In un immaginario Giappone del futuro, il potere assoluto appartiene al sindaco della città di Megasaki. In seguito ad una (vera o presunta) epidemia d’influenza canina, il dittatore ha deciso di esiliare tutti i cani del paese sulla Trash Island: letteralmente un’isola d’immondizia. Sarà proprio il nipotino del sindaco, intrepido dodicenne di nome Atari Kobayashi, a dirottare un piccolo aeroplano e atterrare sull’Isola dei cani: scopo della sua missione ritrovare il fedele cane Spots. Ad accompagnarlo nella missione (apparentemente impossibile) un branco di meticci con qualche macchia ma senza paura: Rex, Chief, Duke, Boss e King. Gli improbabili cagnacci si riveleranno compagni coraggiosi e leali, proteggendo Atari dall’esercito e dai molti pericoli di una missione che, in fondo, mira alla libertà e il riscatto di umani e quadrupedi.

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Scritto con i collaboratori di sempre, Roman Coppola e Jason Schwartzman, e l’aiuto dell’attore Kunichi Nomura (uno degli interpreti di Grand Budapest Hotel), L’Isola dei Cani riunisce anche tutti i grandi protagonisti del cinema di Wes Anderson: un coacervo di voci d’eccellenza, tra cui Bill Murray, Edward Norton, Tilda Swinton, Jeff Goldblum, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, Frances McDormand e perfino Yoko Ono (nella parte di se stessa).

Voci familiari a parte, Isle of Dogs è un’opera di rottura, che non somiglia a nessun film d’animazione che abbiate già visto. E se la poetica di Wes Anderson resta la celebrazione di weirdo e drop-out, strambi, diversi e chiunque viva relegato ai margini della società, questa nuova variazione sul tema rappresenta una scelta di sperimentazione radicale, lontana da quei tratti distintivi che hanno fatto la fortuna del suo cinema.

Per questo, L’isola dei cani è un film destinato a spiazzare sia i fan che i detrattori del regista texano, conquistando anche i più intolleranti alle vecchie cartoline dai colori confetto. Lasciatevi stupire: in un mare di immagini omologate, il nuovo film di Wes Anderson è un autentico atto d’amore per l’arte cinematografica.

Dopo il successo al #Comicon2018, #LIsolaDeiCani è al cinema dal #1Maggio grazie a 20th Century Fox.

#thelovingmemory

*trovate la recensione anche sul sito www.lindiependente.it

GAME NIGHT – Indovina chi muore stasera? La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

Voglia di popcorn movie? Dal Primo Maggio arriva Game night – Indovina chi muore stasera? : nuova frizzante commedia degli equivoci, firmata dagli autori di Come ammazzare il capo e vivere felici (2011).

Jason Bateman e Rachel McAdams sono Max e Annie: leader carismatici di un gruppo di amici, uniti da una insaziabile passione per i giochi di società. Una banda di soggetti davvero sui generis, che comprende anche Billy Magnussen (Il ponte delle spie e American Crime Story), Lamorne Morris (Winston Bishop per la serie di Zooey Deschanel, New Girl) e Kyle Chandler (Manchester by the sea, The Wolf of Wall Street). Un cast davvero convincente, che non esclude un’irresistibile apparizione di Micheal C. Hall (Dexter, Six feet under) nei panni di un vero cattivone.

Max e Annie si sono conosciuti proprio ad una game night. Da quella sera non si sono mai più lasciati, e il loro matrimonio prosegue felice, rallegrato ogni mercoledì sera da un’agguerrita “serata giochi” con gli amici del cuore,. Certo, non è proprio tutto rose e fiori. Max e Annie si sentono un po’ in colpa per aver escluso dalle serate il loro inquietante vicino di casa Gary (Jesse Piemons): un poliziotto ossessionato dal ricordo dell’ex moglie. Ma soprattutto, Max è molto stressato dall’arrivo di suo fratello Brooks (Kyle Chandler). La competizione tra i due prosegue da una vita, e anche questa volta Brooks ha messo a segno un colpo micidiale: quando arriva in città, invita tutto il gruppo nella sua lussuosa villa, per un “invito a cena con delitto” che si preannuncia memorabile.

Tempo pochi minuti, un paio di balordi irrompono in casa e sequestrano Brooks con una violenza davvero molto, molto realistica… Ma sarà proprio un gioco, oppure un vero rapimento?

Game Night – Indovina chi muore stasera? di John Frances Daley e Jonathan Goldstein prosegue rilanciando continuamente la posta, conservando il suo bel ritmo sostenuto fino all’ultimo secondo. Jason Bateman (che ha anche prodotto il film) sfodera le sue migliori facce sornione (e somiglia sempre più a Leslie Nielsen de Una pallottola spuntata) mentre Rachel McAdams, indimenticabile Regina George di Mean Girls (2004) , dopo le buone performance ne Il caso Spotlight (2015) e Doctor Strange (2016) torna a sfoderare la sua brillante verve comica.

Certo, nella seconda parte, anche gli autori del film cominciano a sembrare player accaniti, cui il gioco è sfuggito un po’ di mano: sovraccarica di set-up e pay-off, la rocambolesca Game Night avrà almeno tre o quattro finali. Ma nonostante (o forse per questo) il risultato è una sostanziosa slapstick comedy, divertente e non volgare, che garantisce il più classico “divertimento per grandi e piccini”.

game night indovina chi muore stasera?

#GameNightILFILM vi aspetta in sala da Martedì #1Maggio con Warner Bros Pictures.

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THE HAPPY PRINCE – L’ULTIMO RITRATTO DI OSCAR WILDE. La recensione in anteprima del film di Rupert Everett

di Marta Zoe Poretti

Fin dagli albori il cinema si è rivolto a Oscar Wilde come una riserva inesauribile di storie, personaggi, variazioni: dall’adattamento de Il ventaglio di Lady Windermere di Ernst Lubitsch (1925) a Wilde Salomé di Al Pacino (2011), esistono almeno diciotto versioni solo de Il ritratto di Dorian Gray. Nel 1997 l’icona del poeta e drammaturgo irlandese – che ha conosciuto l’apice del successo, i fasti dell’alta società londinese, poi la vergogna e la rovina a seguito della condanna per omosessualità, che in Inghilterra resta un reato fino al 1968 – ha trovato la sua perfetta incarnazione in Stephen Fry. Se Wilde di Brian Gilbert raccontava tormento, debolezze, ma soprattutto la grandeur del genio e del dandy, oggi Rupert Everett sceglie di raccontare Monsieur Melmoth: un uomo che ha perso tutto, costretto all’esilio in Francia, disperatamente in cerca di denaro e qualche ultimo, fugace piacere.

Ci sono voluti dieci anni perché Everett trovasse i finanziamenti per The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde: un film che racconta con realismo implacabile il crepuscolo di un idolo, spogliato di ogni aura, ma certo brillante fino all’ultimo respiro.

Everett ha scritto, diretto e interpretato un’opera struggente, che dimostra come Oscar Wilde, autore tra i più celebri della letteratura occidentale intera, resti un uomo che non finiremo mai di conoscere.

L’attore inglese (che ha ispirato volto e sembianze di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo di Tiziano Sclavi) aveva già interpretato Un marito ideale (1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (2002) negli adattamenti firmati Oliver Parker. Quindi, ha conquistato pubblico e critica come protagonista di The Judas Kiss, dramma teatrale di David Hares, che si concentra proprio sul rapporto tra Wilde e Lord Alfred Douglas, detto Bosie: il grande amore e la rovina della sua vita.

Quindi, scrivendo la sceneggiatura di The Happy Prince, Everett si concentra sui misteri che caratterizzano la fine di Wilde. Come sottolineato anche nella conferenza stampa romana, è il poeta stesso l’artefice della sua rovina: è lui a denunciare per calunnia il padre di Lord Alfred Douglas, che l’aveva accusato pubblicamente di sodomia, sempre lui a innescare la macchina processuale, come non fosse consapevole delle conseguenze. Tanta hybris sarà duramente punita: il Marchese di Queensberry non fatica a trovare testimonianze tra i mercenari del sesso, mentre il tribunale infligge a Oscar una condanna esemplare, con due anni di lavori forzati. Rupert Everett ha sottolineato un altro dettaglio importante: il governo inglese ha lasciato a Wilde ampio margine di fuga, prima che l’arresto diventasse effettivo. Per questo, la sua fine assume i contorni di un martirio ostinato, volontario e auto-inflitto.

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde racconta gli anni dell’esilio francese. Per quanto cerchi ancora di mostrarsi elegante e charmant, Wilde è un uomo anziano, provato irrimediabilmente dalla vergogna e dagli orrori della prigionia. Decide di chiedere un’ultima volta il perdono di sua moglie, Constance Holland (Emily Watson). Benché gli venga negato, la donna provvede ancora al pagamento della sua rendita, mentre al suo fianco restano solo gli amici più fidati, Robbie Ross (Edwin Thomas) e Reggie Turner (Colin Firth). Incapace di accettare l’amore di Robbie (che comunque resterà fino in fondo), Oscar si abbandona alla scelta più folle: incontrare ancora Lord Alfred Douglas (Colin Morgan). Dopo la fuga a Napoli e qualche mese di stravizi, una volta a corto di fondi, Bosie torna immancabilmente alla sua routine di lusso e privilegi. Al contrario, la vita di Oscar Wilde finirà il 30 Novembre del 1900 in una squallida pensione parigina: al suo capezzale restano solo Reggie, Robbie Ross e due giovani fratelli francesi, nella fattispecie un fiammiferaio e un gigolò, protagonista di qualche ultimo momento purpureo.

Nonostante si tratti della sua prima regia, Rupert Everett realizza un’opera complessa con la sicurezza di un autore consumato. Il film moltiplica i piani del racconto, attraversando presente e passato, realtà e sogno, in perfetto equilibrio tra stilizzazione, struttura teatrale e realismo più crudo.

L’ispirazione è chiaramente Morte a Venezia e il cinema di Luchino Visconti, ma non esclude l’utilizzo ricorrente della macchina a spalla, delle luci naturali e i piani ravvicinati, che rimandano a Dogme 95 e i film dei fratelli Dardenne.

Oscar Wilde/Rupert Everett è anche la voce narrante del film. Naturalmente, non si dedicherà banalmente ai fatti, ma ai versi del De Profundis, La ballata del carcere di Reading e la favola de Il principe felice: magnifico e dolente contrappunto alla bruttura della realtà, mentre la fine si fa ineluttabile.

 

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde (prodotto con il contributo determinante di Palomar e Carlo degli Esposti) è al cinema da Giovedì 12 Aprile grazie a Vision Distribution.

“Some love too little, some too long,
Some sell, and others buy;
Some do the deed with many tears,
And some without a sigh:
For each man kills the thing he loves,
Yet each man does not die.”

Oscar Wilde, The Ballad of Reading Gaol

*Trovate questa recensione anche sul sito: www.lindiependente.it

IO SONO TEMPESTA. La recensione in anteprima del nuovo film di Daniele Luchetti, con Marco Giallini ed Elio Germano

di Marta Zoe Poretti

A trent’anni esatti da Domani accadrà, primo lungometraggio prodotto da Nanni Moretti e Sacher Film, Daniele Luchetti presenta Io sono tempesta: un’opera che dichiara apertamente la sua appartenenza alla storia della commedia all’italiana, ma non rinuncia a un impianto contemporaneo e qualche incursione in territorio non-sense.

Protagonista assoluto è Marco Giallini, alias Numa Tempesta: spregiudicato finanziere, celebre per il suo fondo da un miliardo e mezzo di euro. Praticamente un piazzista a cinque stelle, che si distingue per l’assoluta assenza di scrupoli. La sua ultima trovata è costruire una nuova Dubai tra desolate montagne del Kazakistan. Mentre è impegnato a circuire un pool di investitori internazionali, la giustizia italiana torna a bussare alla sua porta. Per Numa Tempesta è arrivato il momento di scontare una vecchia condanna per frode fiscale: per evitare il carcere, dovrà svolgere 12 mesi di servizi sociali.

E’ così che un uomo abituato al lusso più estremo si trova a servire pasti caldi in un centro d’assistenza, gestito con pugno di ferro dall’irreprensibile Angela (Eleonora Danco). Con grande disappunto, Numa scoprirà che la donna è impossibile da corrompere: se non dimostra empatia verso gli utenti del centro, può dire addio al passaporto e tutti i mirabolanti progetti kazaki. Almeno, finché un ragazzo-padre senza tetto, Bruno (Elio Germano), si rivela il suo improbabile alleato. La sua trovata è semplice ma anche geniale: per conquistare le simpatie di Boccuccia, Slavo, l’Ingegnere e gli altri disagiati del centro, perché non provare col denaro?

Io sono tempesta di Daniele Lucchetti è un film dallo scopo preciso: raccontare la povertà da una prospettiva inedita, priva di accenti drammatici e (vere o presunte) analisi sociali. Il risultato è una commedia iperrealista e agrodolce, dove (per una volta) sono i buoni che diventano cattivi.

La sceneggiatura (scritta da Luchetti con Sandro Petraglia e Giulia Calenda) prende spunto da un noto fatto di cronaca: la condanna di Numa Tempesta ai servizi sociali è ovviamente ispirata a quella di Silvio Berlusconi dopo il processo Mediaset. Ma questa volta non erano l’attualità né il realismo a interessare il regista de Il portaborse (1991), La scuola (1995), Mio fratello è figlio unico (2007) e La nostra vita (2010). Lo spunto reale cede presto al desiderio di realizzare una tragicommedia, una autentica “opera buffa”, che gioca costantemente col limite del grottesco e strizza l’occhio al caro vecchio Don Giovanni di Tirso De Molina, ingannatore che non mostrerà alcun accenno al pentimento.

Completano l’aura iperrealista la superba fotografia di Luca Bigazzi – fidato D.O.P. di Paolo Sorrentino da L’amico di famiglia (2005) al nuovo, attesissimo Loro (in arrivo il prossimo 24 Aprile) – il montaggio di Mirco e Francesco Garrone e le musiche di Carlo Crivelli.

Certo, mentre Luchetti moltiplica riferimenti e citazioni (da I soliti ignoti di Mario Monicelli ai perturbanti scenari alberghieri, omaggio a Shining di Stanley Kubrick), il film risente forse della divisione in tre atti, che ritarda il pay-off e un finale che non sembra convincere buona parte della critica.

In compenso, Marco Giallini regala una delle interpretazioni più folgoranti della sua carriera, per una commedia brillante e un protagonista impossibile da resistere.

Io SonoTempesta, prodotto da Cattleya e Rai Cinema, arriva al  cinema domani, Giovedì 12 Aprile.

 

 

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#IoSonoTempesta #01Distribution

IL MISTERO DI DONALD C. (The Mercy) La recensione del film con Colin Firth e Rachel Weisz

di Marta Zoe Poretti

In un’epoca dominata dalla retorica dell’eroismo, riassunta dalle molte variazioni della formula “non mollare mai”, James Marsh (regista de La teoria del tutto) sceglie di portare sul grande schermo una storia vera: quella di Donald Crowhurst, velista inglese rimasto prigioniero del suo stesso mito.

1968: Mentre Unione Sovietica e Stati Uniti si sfidano a colpi di viaggi nello spazio, nel Regno Unito le prime pagine dei giornali sono occupate dalle imprese di Francis Chichester, diventato un autentico eroe nazionale dopo aver circumnavigato il globo in solitaria. Sull’onda del clamore il Sunday Times sponsorizza la Golden Globe Race. Se l’imbarcazione di Sir Chicester si era fermata solo una volta, la nuova sfida non è solo una regata intorno al mondo, ma un viaggio in solitaria senza alcun genere di sosta, doppiando i 3 grandi capi del globo terrestre (Capo di Buona Speranza, Leeuwin e Horn).

Inizia così l’avventura di Donald Crowhurst, affidato a un perfetto Colin Firth: ingegnere di provincia, appassionato di elettronica e di vela, che dalla piccola cittadina di Teignmouth partirà a bordo di un Trimarano di sua stessa invenzione.

La favola del dilettante, pronto a lanciarsi nell’impresa senza aver mai solcato le acque dell’oceano, non manca di sedurre l’opinione pubblica. Grazie a uno scaltro addetto stampa, Rodney Hallworth (David Thewlis, Remus Lupin nella saga di Harry Potter), prima ancora che la barca sia ultimata Donald diventa l’uomo del momento, circondato da sponsor e giornalisti. Anche sua moglie Clare (Rachel Weisz) diventa oggetto delle insistenti attenzioni della stampa: madre di 3 bambini, ben consapevole dei rischi, sosterrà suo marito fino all’ultimo (e oltre).

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James Marsh costruisce Il mistero di Donald C. come un viaggio nei recessi più oscuri di una favola che può solo volgere in tragedia.

Fin dall’inizio, nessun dettaglio risulta edulcorato: dopo che Donald annuncia pubblicamente la sua partecipazione alla Golden Globe Race, aspettative e pressioni si stringono come una morsa. Il suo principale sponsor, Stanley Best (Nen Scott), lo costringe a ipotecare tutto quello che possiede: la sua piccola impresa e anche la casa. Durante la costruzione del Trimarano Teighmouth Electron si moltiplicano i costi e anche gli imprevisti. Allo scadere dei termini, il 31 Ottobre del 1968, Donald Crowhurst prende il mare su una barca che non è neanche terminata. Il volto dolente di Colin Firth diventa così il protagonista di un’avventura spogliata di ogni romanticismo. Dopo una serie innumerevole di difficoltà, Donald inizia a mentire, comunicando via radio risultati strabilianti, mentre i diari di bordo registrano la realtà, insieme alla deriva inesorabile della sua mente.

Il mistero di Donald C. è un film racconta con coraggio la verità di un eroe triste, cui la vittoria è negata dall’inizio. Rachel Weisz e Colin Firth sono interpreti solidi, autentici, mentre il regista James Marsh sembra interrogarci sulla natura più labile dei sogni, ma anche sul subdolo potere dei Media.

Benché appartenga alla fine degli anni ’60, la parabola di Donald C. parla al presente, dove l’ascesa dei mezzi comunicazione si fonda (oggi come allora) sulla fame inesauribile di miti, celebrati e consumati nella più assoluta indifferenza, come non avessero niente di umano.

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#Il MisterodiDonaldC

A QUIET PLACE – UN POSTO TRANQUILLO. La recensione in anteprima dell’horror di John Krasinski

di Marta Zoe Poretti

Presentato come l’horror più terrorizzante dell’anno, A quiet place – Un posto tranquillo mantiene al 100% le sue promesse.

Il film scritto, diretto e interpretato da John Krasiski, accompagnato da Emily Blunt (sua moglie sul grande schermo e nella vita) è un thriller ad altissima tensione, capace di inchiodare letteralmente lo spettatore alla poltrona. Il segreto di tanto terrore si chiama silenzio, e intendiamo davvero silenzio assoluto: un’esperienza così anomala da essere di per sé perturbante. Preparate il pelo sullo stomaco: A quiet place è pronto a soddisfare anche i più intransigenti cultori del genere.

Il film si apre sul più tipico scenario post-apocalittico: una famiglia si aggira in un supermercato deserto, recuperando scorte di cibo e medicinali. Padre, madre e tre bambini comunicano solo con il linguaggio dei segni: una delle bambine (Millicent Simmonds) è sordomuta, ma in pochi minuti capiremo che la regola del silenzio nasconde altre, terribili ragioni. Fuori del supermercato la città è completamente vuota: l’umanità è stata già massacrata da orribili creature anfibie, prive di vista ma ipersensibili al suono. Quel che resta della famiglia Abbott continuerà a vivere nella sua fattoria, senza scarpe, in punta di piedi, dialogando con lo sguardo, attenti al più piccolo errore: un rumore di appena 20 decibel è sufficiente a scatenare l’inferno. A breve, Evelyn e Lee dovranno escogitare soluzioni ancora più creative, se vogliono sperare di sopravvivere: riuscirà uno scantinato e una culla insonorizzata a nascondere la nascita di un nuovo bambino?

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Forte di una sceneggiatura impeccabile, capace di tessere una tensione senza tregua, A quiet place di John Krasinski (star della serie The Office, che nel 2007 firma la sua prima regia con l’adattamento di Brevi interviste a uomini schifosi di David Foster Wallace) è un film solido, dalle invenzioni essenziali e sottili, che rilancia la posta senza tradire le premesse.

Il risultato è l’apoteosi del thriller al cardiopalma, perfetto per chi desidera un’esperienza insolita nel classico tracciato del genere Horror.

Arrivate preparati: in un’ora e mezza dominata dal silenzio, spaventa anche il suono dei nostri pensieri.

 

A quiet place – Un posto tranquillo è al cinema da Giovedì 5 Aprile grazie a 20th Century Fox.

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La recensione in anteprima di READY PLAYER ONE. Quando gioca Spielberg, non ce n’è per nessuno.

di Marta Zoe Poretti

La novità più attesa della settimana è senz’ombra di dubbio Ready Player One: il film che segna il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza e l’intrattenimento puro.

Non poteva che essere Spielberg a dirigere l’adattamento cinematografico del bestseller di Ernest Cline. Ready Player One è infatti un sontuoso, debordante mash-up della cultura Pop degli anni ’80: una storia dove presente, passato e futuro si fondono in un’epica battaglia, nel nome della più sacra tra le libertà, quella dell’immaginazione.

Siamo nel 2045: l’umanità del futuro è duramente provata da crisi economica, rivolte e carestie. Ammassate in sterminate periferie di baracche e rottami, le persone sopravvivono a una realtà decisamente ostile grazie al videogioco che ha cambiato il mondo: Oasis.

Quello di è Oasis è un autentico universo parallelo, dove la vita può ancora essere splendida e avvincente. Il suo inventore, John Hallyday (Mark Rylance), è venerato come un dio. Di certo, è il nume tutelare e l’unico punto di riferimento per Wade Watts (Tye Sheridan): rimasto presto orfano dei genitori, costretto a vivere in condizioni decisamente precarie, nel mondo di Oasis il ragazzo diventa Perzival, eroe senza macchia e senza paura.

Alla sua morte, Halliday ha lanciato la più grande delle sfide: chi riuscirà a conquistare le 3 chiavi e accedere al mitico Easter Egg prenderà il totale controllo di Oasis, ereditando anche un’immensa fortuna.

L’umanità intera è impegnata in questa rocambolesca caccia al tesoro, ma negli ultimi 7 anni nessuno ha trovato una sola chiave. Naturalmente, vincere è anche l’obiettivo di una potente multinazionale: La IOI, diretta dal perfido Sorrento (Ben Mendelshon), vecchio assistente che non ha mai conquistato la fiducia Halliday. Sorrento ha già ridotto in schiavitù un vero e proprio esercito di player: se vincessero, il mondo di Oasis non sarebbe mai più lo stesso.

Nella lunga strada verso la vittoria, il solitario Perzival/Wade Watts troverà l’aiuto di preziosi alleati (gli “Altissimi Cinque”), tra cui l’intrepida Art3mis / Samantha (Olivia Cooke), un incontro che costringerà Wade a raccogliere la più terrorizzante delle sfide: quella dell’amore.

Ready Player One è una grande giostra, ma anche un viaggio di formazione, una storia di rinascita e riscatto e un film sulla scoperta dei sentimenti più veri. Soprattutto, è la grandiosa celebrazione di come l’immaginazione possa salvare una vita: in pratica, la quintessenza del cinema di Steven Spielberg.

Da notare che il cineasta di E.T. L’extraterrestre, Indiana Jones e Jurassic Park è riuscito in un’impresa che ha del miracoloso: non citare mai se stesso. Eppure, con Ready Player One, Spielberg ha realizzato il perfetto sussidiario degli anni ’80, attraversando una folla di icone, immagini e suoni, senza perdere stupore e spirito che sono il cuore della sua poetica: quelli di un ragazzo innamorato del cinema.

Per affiancato nell’impresa, Spielberg ha scelto due storici collaboratori: il montatore Micheal Kahn e il direttore della fotografia Janusz Kaminski, entrambi premiati con l’Oscar per Schindler’s List (1993) e Salvate il Soldato Ryan (1998). Un mito in carne e ossa è il garante della colonna sonora: Alan Silvestri, già al fianco di Robert Zemeckis per Ritorno al futuro (1985) e Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988); premio Oscar per Forrest Gump (1995)

Il risultato è esattamente quello che vi aspettate: impeccabile, perfetto, per 2 ore di piacere puro.

 

 

Ready Player One vi aspetta al cinema da Mercoledì 28 Marzo grazie a Warner Bros.

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#ReadyPlayerOneIT

DARK NIGHT di Tim Sutton. La recensione di Fabio Giagnoni

#1Marzo
Nuovo guest editor per THE LOVING MEMORY è FABIO GIAGNONI*

Questa la sua recensione di DARK NIGHT, il film di Tim Sutton 
dedicato al "Massacro di Aurora", in sala da oggi:
"Una pellicola straniante in cui il mostro delle sparatorie 
di massa è il vuoto nella vita degli adolescenti americani."

 

Il sonno della ragione genera mostri.

Questa celebre citazione, titolo dell’acquaforte di Goya n. 43 della serie “I capricci”, sembra incubare la nascita di tutti gli stragisti americani che periodicamente da decenni riempiono le pagine di nera dei giornali di mezzo mondo. Capricciosi appunto, come il giovane pistolero di questa pellicola, un bambinone viziato dallo sguardo assente, o ideologizzati, ma quasi sempre maschi bianchi con problemi mentali: queste schegge impazzite di una società in cui o sei un vincente o non vali niente rappresentano una delle più grandi ferite aperte del Paese che non si rimarginerà finché non verrà approvata una legge seria sul controllo delle armi, cui la lobby dei produttori, La National Rifle Association, strenuamente sempre si è opposta, aprendo solo sotto l’amministrazione Trump a marginali limitazioni finalizzate a riabilitare la sua immagine. Immagine che negli anni s’è fatta sempre più dark: lugubre, dato che i suoi membri si riunivano nei luoghi di ogni massacro per benedire l’uso dei loro amati fucili, superati in cattivo gusto solo dall’attuale presidente, che vuole armare anche gli insegnanti.

Dark night”, la notte oscura, perpetua, in cui ogni tanto qualche sonnambulo obnubilato apre il fuoco. E poco importa che accada nell’ennesima scuola, a un concerto o, caso da cui prende le mosse questa specie di documentario dell’orrore, nel cinema di una cittadina del Colorado, durante la proiezione dell’episodio “The dark knight rises” (“Dark knight” si pronuncia senza la k), di Batman, un altro “Cavaliere oscuro” nascosto dietro una maschera che si erge a farsi giustizia da sé.

Tim Sutton ha girato il tutto in poco più di due settimane. Si percepisce quest’ansia di arrivare allo scioglimento finale, che nonostante sia il centro e la causa efficiente dell’opera neanche è rappresentato, ma solo accennato, tragedia etimologicamente oscena: all’esterno dalle scene, prodotto degli schemi atomizzanti in cui sono bloccati i giovani personaggi, adolescenti isolati per scelta, per paura o per forza, come se i proiettili e il sangue possano essere l’unico punto di contatto nell’ambiente sociale a stelle e strisce, intriso di egoismo, ambizione, violenza. Quindi, mentre la scena finale che coincide con il cuore dell’opera non esiste, quella iniziale è un canto di dolore, colonna sonora di tutto il film, di una prefica addolorata ma anche come addormentata, ipnotizzata, sedata dalla ricorrenza di questi bagni di sangue senza un perché.

L’America tutta è sotto i riflettori, ben rappresentata da una ragazzina sovrappeso e miope che prende il sole dentro una piscina in una villa circondata da filo spinato: immensi spazi vuoti resi ancora più desolati dalle nenie lamentose di Maica Armata che canta soavemente “moriresti?”, sirena attraente, sibilla fatale e al contempo miglior ruolo femminile del film, particolarmente toccante quando la sua voce apotropaica nel famoso verso “please don’t take my sunshine away” fa ritirare la canna di un M16 già puntato inconsapevolmente su di lei.

Vuoto degli spazi comuni, piscine parcheggi strade, vuoto culturale nella società dell’apparenza, vuoto emotivo dei bulli a scuola e dei reduci traumatizzati, vuoto dei selfie che sostituiscono la personalità, vuoto della vita solo virtuale degli sparatutto e degli smartphone, vuoto dei giovani che non trovano un senso da dare alle loro vite, tra tinte sgargianti, piercing, trasgressioni di gruppo poco trasgressive, vaghi riti di passaggio, come inalare la nicotina del vaporizzatore che “sa di candele” o passare le giornate a fare acrobazie sugli skate per non collezionare armi d’assalto che prima o poi incutono la tentazione d’essere usate, vuoto negli occhi gelidi del “bambino” assassino, milked under Reagan, un latte amaro che puntualmente viene rigettato insieme a urla e munizioni.

Il vuoto è il vero protagonista di questo docufilm dell’orrore, che è esso stesso un vuoto, horror vacui, la paura più antica, quella dell’ignoto, resa perfettamente nelle parole tentennanti del giovane videogiocatore iperprotetto da una madre che lo ha posto su un altarino, condannandolo a domiciliari aurei autoindotti, spaventato dalle creature supposte letali di cui pullula il bosco (simbolo di quel fuori che è la vita reale), quando la morte velenosa, inaspettata, si nasconde tra noi, è l’ossessione dei suoi compagni di banco silenziosi e assenti.

dark night 3

 

“Non vuoi che gli altri siano contro di te quando stai crescendo: distrugge la tua personalità”, a queste parole segue il pazzo allo specchio mentre indossa varie maschere da mostro e infine quella da Batman (realmente ritrovata in casa del 24enne pluriomicida), il supereroe nero nella buia notte della mente che miete morti.

L’America è una vecchia signora ripiegata su se stessa che un cancro al cervello ha privato della testa.

 

*FABIO GIAGNONI: Scrittore e cinefilo per passione, pirata 
criptovalutario per deontologia, apocalittico fino al midollo.

 

 

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