L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE: il film di Terry Gilliam arriva in Italia il 27 Settembre

#breakingnews Dopo l’anteprima del Festival di Cannes, c’è finalmente una data: L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam arriverà nelle nostre sale il 27 Settembre (distribuito da M2 Pictures).

Il Quixote di Terry Gilliam è tra le produzioni più sofferte della Storia del Cinema intera.

Stanley Kubrick aveva Napoleon, Federico Fellini Il Viaggio di G. Mastorna: film eternamente riscritti, sognati e mai raggiunti. Quanto a Gilliam, negli ultimi 20 anni ha tentato innumerevoli volte di adattare per il grande schermo Don Chisciotte della Mancia di Miguel De Cervantes. La sua personale battaglia contro i mulini a vento era già diventata un film: Lost in La Mancha (2002). Ma la storia e la nostalgia di un film mancato non erano abbastanza per il regista inglese, che torna oggi al contrattacco con The Man Who Killed Don QuixoteIl ruolo del vecchio pazzo è passato a Jonathan Pryce (l’Alto Passero de Il trono di spade), mentre Adam Driver (personaggio-icona della serie HBO Girls, che ha raggiunto il successo internazionale come Kylo Ren nella saga Star Wars) ha preso il posto di Johnny Depp e la parte di Toby Grisoni (giovane pubblicitario che si finge Sancho Panza, finché forse inizia a crederci davvero).

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MOLLY’S GAME. La recensione in anteprima del film con Jessica Chastain, scritto e diretto da Aaron Sorkin

di Marta Zoe Poretti

Aaron Sorkin è un autore che non ha bisogno di presentazioni: dall’esordio con Codice d’onore, legal drama del 1992 con Jack Nicholson, Tom Cruise e Demi Moore, Sorkin ha riscritto le regole della sceneggiatura americana, imponendo il suo stile inconfondibile, strutturato su dialoghi serrati, dov’è la parola a guidare l’immagine.

Premio Oscar nel 2011 per The Social Network, negli anni ’90 Aaron Sorkin si impone come sceneggiatore e show-runner grazie al successo di Codice d’onore, Malice – Il sospetto (1993) e di West Wig – Tutti gli uomini del Presidente (1999-2006), serie destinata a fare scuola; ma è anche lo scrip-doctor che contribuisce in modo determinante al successo di Schindler’s List di Steven Spielberg (1993). La sua visione è un punto di riferimento per i serial di nuova generazione: tra i suoi lavori troviamo anche The Newsroom (2012-2014) e Studio 60 on the Sunset Strip (2006-2007).

Dopo il successo del biopic Steve Jobs (2015), Sorkin ha incontrato Molly Bloom: non il personaggio immaginario di James Joyce, ma l’autentica Principessa del Poker, partita dal nulla e arrivata a gestire le più esclusive serate di Texas Hold’em clandestino. L’ascesa è folgorante come la caduta: arrestata nel 2014 dall’FBI, Molly Bloom si dichiara colpevole ed è disposta ad affrontare le pesanti conseguenze di un processo, senza mai accettare immunità né altre ipotesi di patteggiamento, in cambio di nomi e segreti dei suoi clienti (una lunga lista che comprende star di Hollywwod, imprenditori, finanzieri e altri tycoon di Wall Street, ma anche affiliati della mafia russa).

All’inizio Sorkin non era convinto di accettare l’adattamento cinematografico dell’autobiografia di Molly Bloom: in questa storia di decadenza hollywoodiana erano coinvolte troppe persone reali, tra cui amici dello stesso sceneggiatore. Ma è proprio a questo punto che Sorkin scopre una persona completamente diversa da quanto si aspettasse:

“Dopo 15 minuti, volevo disperatamente scrivere questo film, 
perché ho scoperto che lei ha pagato un prezzo molto alto 
per aver preso la mia stessa posizione, che a me però 
non costava nulla.”

Molly’s Game diventa così non solo una sceneggiatura, ma anche la prima regia di Aaron Sorkin: celebrazione di una donna forte, che in nome di lealtà e integrità sceglie di rischiare la vita, il carcere (e rinuncia a svariati milioni di dollari). Interprete di questa protagonista anomala, carismatica e complessa, è una impeccabile Jessica Chastain: il film sceglie la sua voce in prima persona per condurci attraverso una strana storia, che inizia da una campionessa olimpionica mancata.

Prima di sopravvivere alla giunga del poker clandestino, da ragazzina Molly Bloom era già sopravvissuta a un’operazione alla spina dorsale, continuando la sua carriera di sciatrice professionista, specializzata in free-style. Una rovinosa caduta le impedisce di qualificarsi alle olimpiadi: la delusione di suo padre (Kevin Costner) e la continua sfida alla sua autorità resteranno il leitmotiv della sua adolescenza. Trasferita a Los Angeles, Molly rimanda l’inizio della scuola di legge all’Università di Harvard. La vita notturna è straordinariamente più attraente: proprio mentre lavora come cameriera, Molly incontra Dean Keith (Jeremy Strong), diventando la sua assistente personale. E’ lui a introdurla alle serate di poker clandestino, organizzate ogni Martedì al Cobra Lounge (che nella realtà corrisponde al Viper Club, di proprietà di Johnny Depp). Anche il vero deus ex-machina di quest’universo parallelo è protetto da un nome di fantasia: Giocatore X (Michael Cera). Con la sua complicità Molly Bloom diventerà l’organizzatrice delle serate più ambite, prima a Los Angeles, poi a New York, con un buy-in (cifra minima per l’accesso) di 250.000 dollari.

MOLLY'S GAME

Quando una mattina del 2014 viene arrestata da 17 agenti dell’FBI armati fino ai denti, Molly è fuori dal giro già da 2 anni: solo l’impegno dell’avvocato Idris Elba (Charley Jaffrey) potrebbe salvarla da una condanna esemplare.

Per quanto Molly Bloom si sia limitata a confermare le dichiarazioni di altri imputati, senza mai cedere all’FBI informazioni, mail e messaggi dei giocatori, è noto che il fantomatico Player X corrisponda a Tobey Maguire (all’apice del successo dopo Spiderman): la sua è una figura obliqua, cinica e sprezzante, capace di abbandonare Molly senza mi voltarsi indietro. Altri giocatori compulsivi che animavano i tavoli verdi, sono in realtà Leonardo Di Caprio, Ben Affleck, Matt Damon e Macaulay Culkin.

Ma il film scritto e diretto da Aaron Sorkin è tutto per lei, Molly Bloom: nel suo cinema è sempre, solo il personaggio al centro dell’azione, che procede attraverso una fitta serie di dialoghi e monologhi in voice-over, rivelando sempre più informazioni, emozioni e sfumature.

Il risultato è un film solido e avvincente, in sala da Giovedì 19 Aprile grazie a Rai Cinema e 01 Distribution.

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#thelovingmemory

IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE (Death Wish). La recensione in anteprima del remake con Bruce Willis

di Marta Zoe Poretti

Tra le novità in sala da Giovedì 8 Marzo anche l’atteso remake de Il Giustiziere della Notte: uno tra i film più iconici per il cinema americano degli anni ’70.

Le premesse sono più che convincenti: Eli Roth (celebre per la pantagruelica saga di Hostel) firma un film al 100% contemporaneo, del tutto privo di citazioni e altri leziosi rimandi al cult movie con Charles Bronson. Il film segna anche il ritorno di Bruce Willis, che da Sin City di Robert Rodriguez e Frank Miller (2014) stentava a trovare un ruolo all’altezza della sua gloriosa filmografia di action movie.

Ma appena finiscono le premesse, arrivano le dolenti note.

Introdotto in modo poco lusinghiero dalla critica statunitense (l’aggettivo più gentile per Bruce Willis è “catatonico”), nonostante gli sforzi di Eli Roth per rifondare il mito del Grim Reaper, il nuovo Giustiziere della Notte è un film decisamente prevedibile, moralmente controverso, e compromesso in modo irrimediabile dalla scarsa verve del protagonista, il cui volto sembra pietrificato in una smorfia di disagio perenne.

Se John Wayne è passato alla Storia per 2 uniche e sole espressioni (con o senza cappello), nel caso di Bruce Willis siamo (tristemente) a con o senza felpa col cappuccio.

Un po’ scarso, se pensiamo che Il Giustiziere della Notte, adattamento del romanzo di Brian Garfield del 1972, resta un’opera imprescindibile, capace di cambiare per sempre il genere, e consacrare un’icona senza tempo: perfetta quadratura del cerchio tra i supereroi dei comic book e l’uomo della porta accanto.

Nel remake di Eli Roth l’azione si sposta da New York a Boston, mentre il mite Paul Kersey non è più un ingegnere, ma un chirurgo di successo.

Il personaggio di Bruce Willis è un uomo dalla vita praticamente perfetta. Ha una splendida casa, un matrimonio felice, sua figlia è stata appena ammessa in un college prestigioso. La famiglia comprende anche suo fratello Frank (Vincent D’onofrio): dopo molti sbagli e un periodo di detenzione, grazie all’aiuto di Paul l’uomo sembra finalmente pronto a sistemare la sua vita.

Tutto perfetto, almeno finché una banda di 3 rapinatori irrompe in casa. La rapina finisce male: nel giorno del suo compleanno Paul Kersey scopre che sua moglie Lucy (Elisabeth Shue) è stata uccisa, mentre sua figlia Jordan (Camila Morrone) giace in coma, con scarse possibilità di sopravvivenza.

Da principio, Paul Kersey confida nella polizia e nell’ordine costituito. Ma mentre i giorni diventano settimane, il Detective Rains (Dean Norris) continua a non avere risposte, mentre la rabbia di Paul continua a crescere.

La semplice pubblicità di un negozio di armi da fuoco innesca una trasformazione irreversibile: il brav’uomo che non ha mai violato la legge, e non sa neanche come sparare un colpo, sceglie la via della giustizia privata.

La rete ne farà subito un eroe: il primo video diventa virale, e il mite Dottor Kersey diventa The Grim Reaper (Il Triste Mietitore). Dopo un paio di interventi casuali, il caso farà il reso: il Giustiziere non deve attendere a lungo prima di trovarsi faccia a faccia con i responsabili dell’assassinio di sua moglie.

Sebbene Eli Roth decida di stemperare i toni (nel romanzo e il film del ’74 la figlia del protagonista è oggetto di violenza più brutale) e soprattutto aggiornare la storia all’era di Internet e dei Social, il Giustiziere della Notte conserva il mordente di un atavico desiderio di vendetta, e una domanda che va oltre lo spazio e il tempo: cosa faresti agli assassini della tua famiglia?

Eppure, spogliata dell’epica e ridotta alle sue premesse animali, la storia di Paul Kersey sembra solo una stanca ripetizione dell’ovvio. Più oltre, una sostanziale legittimazione della visione Trump: il Presidente che alle sparatorie di massa risponde proponendo di armare gli insegnanti.

Era davvero necessario l’ennesimo film su una società allo sbaraglio, incapace di intervenire sul disagio, dove i criminali sono quasi sempre afroamericani e latini? Un film dove non possiamo che parteggiare per il cittadino abbandonato, che decide di armarsi e reagire?

Evidentemente, nel 2018, dal caro vecchio Bruce Willis potevamo aspettarci qualcosa di più.

 

#thelovingmemory

DARK NIGHT di Tim Sutton. La recensione di Fabio Giagnoni

#1Marzo
Nuovo guest editor per THE LOVING MEMORY è FABIO GIAGNONI*

Questa la sua recensione di DARK NIGHT, il film di Tim Sutton 
dedicato al "Massacro di Aurora", in sala da oggi:
"Una pellicola straniante in cui il mostro delle sparatorie 
di massa è il vuoto nella vita degli adolescenti americani."

 

Il sonno della ragione genera mostri.

Questa celebre citazione, titolo dell’acquaforte di Goya n. 43 della serie “I capricci”, sembra incubare la nascita di tutti gli stragisti americani che periodicamente da decenni riempiono le pagine di nera dei giornali di mezzo mondo. Capricciosi appunto, come il giovane pistolero di questa pellicola, un bambinone viziato dallo sguardo assente, o ideologizzati, ma quasi sempre maschi bianchi con problemi mentali: queste schegge impazzite di una società in cui o sei un vincente o non vali niente rappresentano una delle più grandi ferite aperte del Paese che non si rimarginerà finché non verrà approvata una legge seria sul controllo delle armi, cui la lobby dei produttori, La National Rifle Association, strenuamente sempre si è opposta, aprendo solo sotto l’amministrazione Trump a marginali limitazioni finalizzate a riabilitare la sua immagine. Immagine che negli anni s’è fatta sempre più dark: lugubre, dato che i suoi membri si riunivano nei luoghi di ogni massacro per benedire l’uso dei loro amati fucili, superati in cattivo gusto solo dall’attuale presidente, che vuole armare anche gli insegnanti.

Dark night”, la notte oscura, perpetua, in cui ogni tanto qualche sonnambulo obnubilato apre il fuoco. E poco importa che accada nell’ennesima scuola, a un concerto o, caso da cui prende le mosse questa specie di documentario dell’orrore, nel cinema di una cittadina del Colorado, durante la proiezione dell’episodio “The dark knight rises” (“Dark knight” si pronuncia senza la k), di Batman, un altro “Cavaliere oscuro” nascosto dietro una maschera che si erge a farsi giustizia da sé.

Tim Sutton ha girato il tutto in poco più di due settimane. Si percepisce quest’ansia di arrivare allo scioglimento finale, che nonostante sia il centro e la causa efficiente dell’opera neanche è rappresentato, ma solo accennato, tragedia etimologicamente oscena: all’esterno dalle scene, prodotto degli schemi atomizzanti in cui sono bloccati i giovani personaggi, adolescenti isolati per scelta, per paura o per forza, come se i proiettili e il sangue possano essere l’unico punto di contatto nell’ambiente sociale a stelle e strisce, intriso di egoismo, ambizione, violenza. Quindi, mentre la scena finale che coincide con il cuore dell’opera non esiste, quella iniziale è un canto di dolore, colonna sonora di tutto il film, di una prefica addolorata ma anche come addormentata, ipnotizzata, sedata dalla ricorrenza di questi bagni di sangue senza un perché.

L’America tutta è sotto i riflettori, ben rappresentata da una ragazzina sovrappeso e miope che prende il sole dentro una piscina in una villa circondata da filo spinato: immensi spazi vuoti resi ancora più desolati dalle nenie lamentose di Maica Armata che canta soavemente “moriresti?”, sirena attraente, sibilla fatale e al contempo miglior ruolo femminile del film, particolarmente toccante quando la sua voce apotropaica nel famoso verso “please don’t take my sunshine away” fa ritirare la canna di un M16 già puntato inconsapevolmente su di lei.

Vuoto degli spazi comuni, piscine parcheggi strade, vuoto culturale nella società dell’apparenza, vuoto emotivo dei bulli a scuola e dei reduci traumatizzati, vuoto dei selfie che sostituiscono la personalità, vuoto della vita solo virtuale degli sparatutto e degli smartphone, vuoto dei giovani che non trovano un senso da dare alle loro vite, tra tinte sgargianti, piercing, trasgressioni di gruppo poco trasgressive, vaghi riti di passaggio, come inalare la nicotina del vaporizzatore che “sa di candele” o passare le giornate a fare acrobazie sugli skate per non collezionare armi d’assalto che prima o poi incutono la tentazione d’essere usate, vuoto negli occhi gelidi del “bambino” assassino, milked under Reagan, un latte amaro che puntualmente viene rigettato insieme a urla e munizioni.

Il vuoto è il vero protagonista di questo docufilm dell’orrore, che è esso stesso un vuoto, horror vacui, la paura più antica, quella dell’ignoto, resa perfettamente nelle parole tentennanti del giovane videogiocatore iperprotetto da una madre che lo ha posto su un altarino, condannandolo a domiciliari aurei autoindotti, spaventato dalle creature supposte letali di cui pullula il bosco (simbolo di quel fuori che è la vita reale), quando la morte velenosa, inaspettata, si nasconde tra noi, è l’ossessione dei suoi compagni di banco silenziosi e assenti.

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“Non vuoi che gli altri siano contro di te quando stai crescendo: distrugge la tua personalità”, a queste parole segue il pazzo allo specchio mentre indossa varie maschere da mostro e infine quella da Batman (realmente ritrovata in casa del 24enne pluriomicida), il supereroe nero nella buia notte della mente che miete morti.

L’America è una vecchia signora ripiegata su se stessa che un cancro al cervello ha privato della testa.

 

*FABIO GIAGNONI: Scrittore e cinefilo per passione, pirata 
criptovalutario per deontologia, apocalittico fino al midollo.

 

 

#MadeInItaly: il film di #Ligabue debutta al cinema ed è subito n.1

#26Gennaio. E’ in sala solo da ieri MADE IN ITALY, il nuovo film di Ligabue con Stefano Accorsi Kasia Smutniak, ma già sbaraglia la concorrenza.

Il film, prodotto da Fandango e Medusa, entra direttamente al numero 1 al Box Office, superando novità significative, tra cui L’uomo sul treno, thriller al cardiopalma con Liam Neeson; Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e i grandi favoriti alla Notte degli Oscar.

La storia di Sara e Riko arriva 18 anni dopo Radiofreccia. Nel video trovate Luciano Ligabue (in compagnia di Domenico Procacci e del cast al completo) che riassume Made In Italy in poche, essenziali parole: un film dedicato a quelle “brave persone” di cui non è interessante parlare, ma soprattutto un film “di cuore”, perché per il rocker di Correggio “sentimentale” non è ancora un termine da buttare.

 

 

 

#thelovingmemory

Marta Zoe Poretti

#Ligabue #MadeinItaly

#Gennaio al #cinema: TUTTI I SOLDI DEL MONDO, il nuovo film di Ridley Scott con Michelle Williams, Mark Wahlberg e Christopher Plummer.

Il 2018 inizia con un calendario quanto mai ricco di eccellenti novità cinematografiche. Ad esempio, dal 4 Gennaio arriva anche in Italia ALL THE MONEY IN THE WORLD (Tutti i soldi del mondo), il nuovo film di Ridley Scott, già celebre per la triste controversia con Kevin Spacey – impegnato in uno dei ruoli principali, travolto dal sex gate e licenziato in tronco , nonostante avesse quasi ultimato le riprese – le cui scene sono state completamente rigirate da Christopher Plummer (per altro candidato ai Golden Globe proprio per questa interpretazione).

Non che TUTTI I SOLDI DEL MONDO necessitasse di ulteriori promozioni e polemiche: di per sé il film è ispirato a fatti realmente accaduti, in un coacervo di versioni discordanti che (anche a distanza di svariati decenni) rendono particolarmente difficile mettere a fuoco verità, affermazioni e punti di vista dei molti protagonisti coinvolti nel famigerato “rapimento Getty”.

Al centro della storia Paul Getty III, nipote prediletto di J. Paul Getty, multimilionario ramo petroli, noto come “l’uomo più ricco del mondo”.

Il 10 Luglio del 1973 il ragazzo (aveva appena 16 anni) viene sequestrato dalla Ndrangheta mentre si trova in vacanza a Roma. La vera notizia da prima pagina, destinata a fare il giro del mondo, fu la sprezzante risposta di Getty, che si rifiutò categoricamente di pagare il riscatto.

Tutti i soldi del mondo diventa così la parabola di un uomo che ama i suoi soldi sopra ogni cosa, e ripercorre la corsa contro il tempo di Gail (madre di Paul ed ex nuora di Getty, interpretata da Michelle Williams) e della guardia privata Fletcher Chace (Mark Wahlberg), capaci di raccogliere una somma apparentemente impossibile e scongiurare la morte del ragazzo.

Naturalmente, la famiglia di Saro Mammoliti (uno dei rapitori coinvolti) ha immediatamente fatto causa alla promozione. L’esilarante motivazione è affidata alle voce del legale Barry Rothman:

“E’ tutto falso. E se state accusando la famiglia dei nostri clienti di essere dei criminali, mostrandoli in questa luce, allora non dovreste accusarli di essere criminali stupidi e falliti, che non sanno tenere a bada un sedicenne. Erano dei criminali grandiosi.”

Chissà se qualcun altro, a parte il regista di Alien e Blade Runner, è stato mai accusato di diffamare il buon nome di un criminale efferato.

Di certo è innegabile che Ridley Scott abbia cambiato la Storia del Cinema hollywoodiano; arrivando fino in fondo, ai rapporti di forza tra autori e produttori.

Parliamo di un uomo capace di battersi oltre 15 anni (ovvero, dal 1982 al 1997) perché Blade Runner fosse distribuito (almeno in home-video) nel suo autentico Director’s cut: quello che dicevano il pubblico non avrebbe mai compreso, diverso nella struttura e nel finale, per niente morbido e consolatorio.

Per questo, ammetteremo una remota speranza: forse un giorno vedremo anche quei ciak di Kevin Spacey in versione Paul Getty… Magari, quando si spegneranno polemiche, odio e chiacchiericcio intorno una vicenda che, forse, appartiene più alla magistratura che alla pubblica opinione

Intanto, grazie a Universal Movies possiamo pregustare il Trailer definitivo di TUTTI I SOLDI DEL MONDO, in sala da Giovedì 4 Gennaio, e atteso come uno dei film più avvincenti del nuovo anno che inizia:

 

Marta Zoe Poretti

#thelovingmemory

#16Dicembre: il #Cinepanettone. Ovvero: il lato oscuro del Cinema di Natale.

E’ il 16 Dicembre e con le nuove uscite per il weekend, al cinema è praticamente già Natale.

Poteva mancare forse IL CINEPANETTONE?
La risposta è certamente no. E immancabilmente illustra pochi, essenziali archetipi, tra cui: la iella, l’eterna rivalità di ricchi e morti di fame, ipocriti abbienti e cafoni ruspanti, procaci donne svestite, e poi funzioni corporali, il catalogo delle migliori parolacce regionali, e su tutto il sesso, sempre inseguito ma quasi mai raggiunto.
La curiosità come sempre è grande: anche nel 2017 qualcuno sarà caduto su un cactus?

Sul cinepanettone, per tradizione, nel belpaese dobbiamo spaccarci in tre: chi lo ama fieramente, chi ostenta il suo sdegno e chi puntualmente finirà per vederlo, ma non lo diciamo troppo in giro.

Per fortuna, manca poco e di quest’anomalia (tutta italiana) se ne riparlerà tra 12 mesi.

Tra le altre proposte per il Natale, comunque, non mancano alternative: ad esempio il nuovo capitolo di STAR WARS – GLI ULTIMI JEDI, oltre a una buona serie di deliziosi giocattoloni, dal thriller al dramma, fino alla commedia romantica…

Il 25 Dicembre arriva anche il Musical THE GREATEST SHOWMAN (con Hugh Jackman e Michelle Williams, musicato dai compositori premio Oscar per La La Land di Demien Chazelle).

L’armata del Cinema di Natale è qui.
Buon divertimento

Marta Zoe Poretti

 

*nel video: i migliori mostri dalle serie sci-fi THE OUTER LIMITS (USA, early ’60s)

#2Dicembre : tra novità le al cinema torna #SmettoQuandoVoglio

Il primo #weekend di #Dicembre non poteva che essere ricco di novità sul grande schermo.

Tra le nuove uscite, anche il terzo e ultimo capitolo della saga SMETTO QUANDO VOGLIO: raro esemplare di script impeccabile e puro intrattenimento nel panorama italiano contemporaneo (che notoriamente sa come fare jackpot e presentarsi povero sia nella forma che nel contenuto).

Ecco il trailer di Smetto quando voglio – Ad Honorem, regia di Sydney Sibilia:

 

Nel cast la banda dei ricercatori al gran completo: Edoardo Leo, Pietro Sermonti, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Libero de Rienzo, Neri Marcorè, un perfido Luigi Lo Cascio (e molti altri ancora).

 

#MZP ❤ #Smettoquandovoglio

#JimCarrey : #Netflix presenta il documentario “Jim & Andy – The Great Beyond”

"How beautiful you are!

You're so broken!

Please don't get well"*

Michel Gondry a Jim Carrey nel backstage del film 
ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND 
(Se mi lasci ti cancello, 2004)

Questo scambio di battute è solo uno tra gli aneddoti e le grandi rivelazioni assicurate da JIM & ANDY – THE GREAT BEYOND: : il documentario che Jim Carrey ha presentato in anteprima nell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.
Il film sarà a disposizione di tutti gli utenti Netflix da questo Venerdì (#17Novembre).

Nel lontano 1999, questa hit degli R.E.M. (da AUTOMATIC FOR THE PEOPLE) diventava il tema principale di MAN ON THE MOON: il film di Milos Forman che Jim Carrey (all’apice della sua carriera) dedica alla vita e l’estro di Andy Kaufmann:

Il backstage e l’esperienza di quel film diventa oggi JIM & ANDY – THE GREAT BEYOND: un documentario imperdibile per le più svariate ragioni.

Anzitutto: non serve essere grandi fan di Jim Carrey per apprezzare questo coraggioso esempio di cinema del reale. Solo la complessità della struttura, infatti, merita tutta la vostra attenzione.

Coraggio non è una parola scritta a caso, sulla scia dell’entusiasmo di un momento. Il film è coraggioso come un uomo, Jim Carrey, che ha deciso di parlare a lungo, in primo piano, lo sguardo fisso in macchina (come ci guardasse insistentemente negli occhi): la storia che racconta non è solo l’ascesa di Ace Ventura nell’Olimpo di Hollywood. E’ anche la storia dei disturbi psichiatrici che da sempre lo accompagnano.

Scopriremo che il protagonista di The Mask e The Eternal Sunshine of the Spotless Mind è stato un tempo un comico canadese. Partito dal nulla, in pochi mesi ha saputo stregare il mondo con il suo talento per la stand-up comedy, ma soprattutto quelle trasformazioni che sembravano senza fine.

Massimo esponente del sorpresismo, Jim ha saputo sempre rilanciare la posta: magari con interpretazioni drammatiche pronte a spezzarci il cuore. Magari parlando di suo padre, dei mesi vissuti in un furgone Volkswagen, del successo che non ha fatto in tempo a vedere.

Nel 2017, nella nuova Hollywood che ha infranto ogni tabù (perfino la compravendita del sesso), la malattia mentale resta tra i pochi segreti che non vanno svelati. Insieme alla Principessa Leia, Carrie Fischer (scomparsa il 27 Dicembre dello scorso anno), Jim Carrey resta fieramente tra le più rare delle eccezioni: una star disposta a pagare il prezzo del disagio, dell’autenticità e la naturalezza che riserva anche a questo genere di argomenti. 

Come ai tempi di Man On The Mooon, per questa nuova prova con il regista Chris Smith  Jim divide la scena con il maestro Andy Kaufmann, senza escludere le incursioni di Tony Clifton: brutto alter ego, davvero di difficile gestione.

Non riveliamo oltre: tra le nuove uscite di questa settimana, non possiamo che consigliarvi JIM & ANDY – THE GREAT BEYOND, su Netflix a partire da Venerdì 17 Novembre.

 

Marta Zoe Poretti

#MZP ❤ #JimCarrey

*(ITA) “Come sei bello! Sei così devastato! Per favore cerca di non stare meglio.” (Michel Gondry)

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