#Oscar2018. Nessuna sorpresa: vince “la favola per tempi difficili” di Guillermo Del Toro

di Marta Zoe Poretti

Nessuna grande sorpresa (e una certa delusione) alla notte degli Oscar 2018: la giuria degli Academy Awards ha sostanzialmente ricalcato la linea dei Golden Globes e della Hollywood Foreign Press. Guillermo del Toro e La forma dell’acqua hanno portato a casa Miglior Regia e Miglior Film (strappando il titolo a Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin Mc Donagh). Neanche sul versante musicale l’Academy ha scelto di distinguersi premiando la cultura indipendente: niente Oscar per Jonny Greenwood e Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson (il premio va a ancora a La forma dell’acqua e Alexander Desplat) e niente Oscar per Surfjan Stevens, candidato per la Miglior Canzone con Mistery of Love, splendido leimotiv per Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino (al suo posto, l’Oscar va al lezioso Remember Me per Coco, classico successo di marca Disney, premiato anche come Miglior Film d’animazione).

Ecco tutte le statuette assegnate nella notte del 4 Marzo

MIGLIOR FILM

La forma dell’acqua (The Shape of Water) di Guillermo Del Toro

Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino

L’ora più buia (The Darkest Hour) di Joe Wright

Dunkirk di Christopher Nolan

Get Out di Jordan Peele

Lady Bird di Greta Gerwig

Il Filo Nascosto (Phantom Thread) di Paul Thomas Anderson

The Post di Steven Spielberg

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh

 

MIGLIOR REGIA

La forma dell’acqua, Guillermo del Toro

Dunkirk, Christopher Nolan

Get Out, Jordan Peele

Lady Bird, Greta Gerwig

Il Filo Nascosto, Paul Thomas Anderson

 

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

Frances McDormand, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Sally Hawkins, The Shape of Water

Margot Robbie, I, Tonya

Saoirse Ronan, Lady Bird

Meryl Streep, The Post

 

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

Gary Oldman, L’ora più buia

Timothee Chalemet, Chiamami col tuo nome

Daniel Day Lewis, Il Filo Nascosto

Daniel Kaluuya, Get Out

Denzel Washington, Roman J. Israel

 

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

Alison Janney, I, Tonya

Mary J. Blige, Mudbound

Lesley Manville, Il Filo Nascosto

Laurie Metcalf, Lady Bird

Octavia Spencer, The Shape of Water

 

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Sam Rockwell, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Willem Dafoe, The Florida Project

Woody Harrelson, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Richard Jenkins, The Shape of Water

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo

 

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

Jordan Peele per Scappa (Get Out)

Emily V. Gordon e Kumail Nanjiani per The Big Sick

Greta Gerwig per Lady Bird

Guillermo del Toro e Vanessa Taylor perThe Shape of Water

Martin McDonagh per Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

 

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

James Ivory per Chiamami col tuo nome

Scott Neustadter e Michael H. Weber per The Disaster Artist

Scott Frank, James Mangold e Michael Green per Logan

James Mangold per Molly’s Game

Aaron Sorkin, Virgil Williams e Dee Rees per Mudbound

 

La grande attesa per Luca Guadagnino e Chiamami col tuo nome (l’ultima candidatura italiana agli Oscar risale a vent’anni fa, con La vita è bella di Roberto Benigni) finisce in una magra consolazione. L’unico premio va infatti all’autore della sceneggiatura: James Ivory. A 89 anni il maestro di Camera con vista (1985) e Quel che resta del giorno (1993) vince il suo primo Oscar per l’adattamento del romanzo di André Aciman.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri vince nelle persone dei suoi incredibili protagonisti: Frances Mc Dormand e Sam Rockwell, incarnazione dell’America profonda e della violenza come unica prospettiva sul mondo.

Il discorso di ringraziamento di Frances Mc Dormand diventa il clou della serata: in una Hollywood impegnata a riconfigurare i suoi standard dopo l’onda d’urto dello scandalo Weinstein, l’attrice ringrazia il marito Joel Cohen e il figlio adottivo Pedro (“2 maschi cresciuti da femministe”) e invita tutte le candidate in sala ad alzarsi in piedi:

«Tutte abbiamo storie da raccontare e progetti da finanziare. Ma non parliamone stasera durante le feste. Chiamateci tra tre, quattro giorni, nei vostri uffici naturalmente. O venite nel nostro, come credete meglio, e vi diremo tutto. Ho due parole prima di lasciarvi stasera, signore e signori: inclusion rider!»

L’inclusion rider è una clausola che può essere inserita in tutti i contratti legati allo spettacolo: prevede che donne, afroamericani e altre etnie vengano equamente rappresentate tra gli attori e il cast tecnico del film.

L’euforia e le risate di Frances Mc Dormand squarciano una cerimonia altrimenti pietrificata nella perfezione del glamour.

La celebrazione della diversità non poteva che spettare a Guillermo del Toro, autore dell’indimenticabile storia d’amore di due creature letteralmente ai margini della società: un mostro acquatico, utilizzato (o meglio torturato) come cavia, e l’inserviente che ogni giorno pulisce il laboratorio (rimasta muta in seguito a un incidente).

«Io sono un immigrato, come molti di voi, e negli ultimi 25 anni ho vissuto in un paese tutto nostro. Una parte è qui, una parte è in Europa, una parte è ovunque. Perché la cosa più importante che fa il nostro settore è cancellare le linee di confine, quando il resto del mondo vorrebbe renderle più profonde. Dovremmo continuare a sentirci così, invece di costruire muri.»

La sua “fairytale for troubled times” (favola per tempi difficili) nonostante le 13 nomination non ha ottenuto la vittoria epocale che molti speravano: ma l’incredibile complessità dell’universo che Del Toro ha saputo costruire non poteva che essere premiata con gli Oscar per il Miglior Film e per il Miglior Regista del panorama internazionale.

A dispetto del cinismo di parte della critica (compresa qualche improbabile accusa di plagio) il regista messicano ha decisamente vinto la sua scommessa: firmare la prima fiaba dove la bella non è così piacente e la bestia non deve trasformarsi per essere amata.

 

Ecco gli altri premi assegnati questa notte a Hollywood:

MIGLIOR FILM STRANIERO

A Fantastic Woman (Una donna fantastica) di Sebastian Lelio (Cile)

The Insult (L’insulto) di Ziad Doueiri (Libano)

Loveless di Andrey Zvyagintsev (Russia)

On Body and Soul (Corpo e anima) di Ildikó Enyedi (Ungheria)

The Square di Ruben Östlund (Svezia)

 

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

Coco

Baby Boss

Ferdinand

Loving Vincent

The Breadwinner

 

MIGLIOR FOTOGRAFIA

Roger A. Deakins, Blade Runner 2049

Bruno Delbonnel, L’ora più buia

Hoyte van Hoytema, Dunkirk

Rachel Morrison, Mudbound

Dan Laustsen, The Shape of Water

 

MIGLIOR MONTAGGIO

Lee Smith, Dunkirk

Paul Machliss and Jonathan Amos, Baby Driver

Tatiana S. Riegel, I, Tonya

Sidney Wolinsky, The Shape of Water

Jon Gregory, Tre Manifest a Ebbing, Missouri

 

MIGLIOR COLONNA SONORA

Alexandre Desplat, The Shape of Water

Hans Zimmer, Dunkirk

Jonny Greenwood, Il filo nascosto

John Williams, Star Wars : Gli ultimi Jedi

Carter Burwell, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

 

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

Remember Me, Coco

Mighty River, Mudbound

Mystery of Love, Chiamami col tuo nome

Stand Up For Something, Marshall

This Is Me, The Greatest Showman

 

MIGLIOR SCENOGRAFIA

Paul D. Austerberry, Shane Vieau e Jeff Melvin, La Forma dell’acqua (The Shape of Water)

La Bella e la Bestia

Blade Runner 2049

L’ora Più Buia

Dunkirk

 

MIGLIORI EFFETTI VISIVI

John Nelson, Gerd Nefzer, Paul Lambert e Richard R. Hoover, Blade Runner 2049

Guardiani della Galassia Vol.2

Kong: Skull Island

Star Wars: Gli ultimi Jedi

The War – Il Pianeta delle Scimmie

 

MIGLIOR SONORO

Mark Mangini e Theo Green, Blade Runner 2049

Baby Driver

Dunkirk

The Shape of Water

Star Wars: Gli ultimi Jedi

 

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO

Richard King e Alex Gibson, Dunkirk

Baby Driver

Blade Runner 2049

The Shape of Water

Star Wars: Gli ultimi Jedi

 

MIGLIORI COSTUMI

Mark Bridges, Il filo nascosto

L’ora più buia

La bella e la bestia

La forma dell’acqua

Victoria & Abdul

 

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURE

L’Ora più Buia

Victoria & Abdul

Wonder

 

MIGLIOR DOCUMENTARIO

Icarus di Bryan Fogel e Dan Cogan

Abacus – Small enough to Jail di Steve James, Mark Mitten, Julie Goldman

Faces, Places di Agnès Varda, JR e Rosalie Varda

Last Man In Aleppo di Feras Fayyad, Kareem Abeed, Søren Steen Jespersen

Strong Island di Yance Ford and Joslyn Barnes

 

Gli Oscar delle categorie tecniche riaccendono un meritato spotlight su 2 opere a dir poco avveniristiche sul piano audiovisivo: Dunkirk di Christopher Nolan e Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve.

Grande delusione invece per Il filo nascosto (Phantom Thread) di Paul Thomas Anderson: evidentemente l’Academy non è ancora pronta a celebrare il talento sottile e il linguaggio obliquo, unico e personale di uno tra i più grandi cineasti del nostro tempo. Nonostante le 6 candidature l’unico premio va ai Migliori Costumi e Mark Bridges, collaboratore storico dell’autore di Boogie Nights, Magnolia, Ubriaco d’amore, The Master e Vizio di forma. Sfuma anche il sogno di un ultimo premio per Daniel Day-Lewis, che grazie a PT Anderson e Il petroliere aveva vinto il suo terzo Oscar come Miglior Attore Protagonista. A onor del vero, in questo caso la statuetta era evidentemente destinata a Gary Oldman: il suo Winston Churchill è un esempio di mimesi destinato a fare scuola, mentre il film L’ora più buia ha il grande merito d’illuminare un passaggio essenziale (e poco noto) della Seconda Guerra Mondiale.

Tante nomination e nessun premio anche per “i giovani outsider” dell’edizione numero 90 degli Oscar: eppure, se parliamo di Timothée Chalamet, protagonista di Chiamami col tuo nome e presente anche nel primo lungometraggio scritto e diretto da Greta Gerwig, Lady Bird (in nomination per la Miglior Regia e il Miglior Film), non c’è alcun dubbio che ad Hollywood siano nate delle nuove stelle.

Termina così la più grande festa della cinematografia internazionale.

Quanto all’Italia, non resta che la dura realtà delle elezioni politiche: dalle nostre parti, favole e diversità sembrano destinate a tutt’altra fine.

LADY BIRD di Greta Gerwig. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

Dopo Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin Mc Donagh, La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro e Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, da Giovedì 1 Marzo arriva al cinema un altro grande favorito per la notte degli Oscar: Lady Bird di Greta Gerwig. Il film ha già vinto il Golden Globe per la Migliore Commedia, e la sua giovane autrice potrebbe essere l’outsider dell’edizione 2018. Greta Gerwig, infatti, è anche candidata per la Miglior Regia: in 90 anni di storia è solo la quinta donna a competere per questa categoria.

Aldilà del clamore associato al movimento #metoo e all’organizzazione che prende il nome di Time’s Up (vera protagonista dell’ultima edizione dei Golden Globes), il primo lungometraggio scritto e diretto da Greta Gerwig è tutto tranne un film a tema: si tratta piuttosto di un moderno racconto di formazione, ma soprattutto una rappresentazione chiara, onesta e diretta dell’America contemporanea, dove famiglia e provincia d’origine sono fattori determinanti nella definizione dei percorsi sociali.

Protagonista del film è Christine “Lady Bird” Mc Pherson, interpretata da una straordinaria Saorsie Ronan (già premiata con il Golden Globe e candidata all’Oscar come Migliore Attrice). Quando inizia l’ultimo anno alla scuola cattolica, si fa sempre più chiaro che lasciare Sacramento potrebbe restare soltanto un sogno. Figlia di un’infermiera e di un disoccupato, Lady Bird è nata nella “parte povera della città” (“wrong side of the tracks”): tra le sue opzioni per il futuro, a meno che non ottenga uno speciale prestito per studenti, non c’è che un’università pubblica e scarsissime prospettive di emancipazione. Invece di continuare ad accettare passivamente quello che sembra un destino già scritto, Lady Bird decide di reagire, e tenta il tutto per tutto per arrivare a New York.

Tra il rapporto conflittuale con sua madre, le sue aspettative e i suoi fallimenti, qualche inutile tentativo di essere accettata dagli studenti più ricchi e popolari, un paio di amori andati a male e la difficile ricerca di un’identità, Lady Bird riesce a raccontare i nodi fondamentali dell’adolescenza, oltre la nazionalità e il genere. Ma è anche un film capace di descrivere la brutalità dell’America contemporanea, dove il successo professionale e il benessere economico sono l’unica misura del valore di un essere umano.

Greta Gerwig si conferma una sceneggiatrice di grande talento, dal tratto minimale, leggero e insieme profondo, capace di illustrare nella rapida successione di brevi episodi un passaggio complesso, ma soprattutto un momento irripetibile: quello in cui un’adolescente decide che le sue sole forze sono abbastanza per cambiare una vita.

Gli elementi autobiografici assicurano spessore e sostanza a un’opera decisamente riuscita: una tra le migliori commedie di un’inizio 2018 già ricco di film sorprendenti, concreti e necessari.

 

#thelovingmemory

IL FILO NASCOSTO (Phantom Thread) di Paul Thomas Anderson. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

Erano necessari 20 anni e 8 film (o meglio 8 irripetibili pezzi di Storia del Cinema, così anomali che non si somigliano neanche tra loro) perché la giuria degli Academy Awards concedesse il giusto spazio a Paul Thomas Anderson: tra i pochi autori al mondo ad aver scelto la strada dell’impavido sperimentatore, capace con ogni lungometraggio di riscrivere le regole del Cinema stesso, eppure restare saldamente ancorato all’arte del racconto.

Se esiste un cineasta che sembra aver colto, interpretato e assimilato la lezione di Stanley Kubrick, quell’uomo è Paul Thomas Anderson: e quella lezione afferma che la sperimentazione non è nulla, se non utilizzata in funzione di una singola, particolare storia, secondo l’aspirazione (o forse il sogno) di un equilibrio perfetto tra forma e contenuto. Regole e strutture si rinnovano in ogni film come se fossero completamente nuove: in questo modo, se pure l’immaginario di PTA resta visibile come un sottile filo rosso, ogni capitolo della sua filmografia si configura come una nuova sfida.

Ed eccoci a Phantom Thread – Il filo nascosto: un film letteralmente cucito su Daniel Day-Lewis, perché regali un’ultima indimenticabile interpretazione prima dell’addio alle scene.

Candidato a 6 Premi Oscar (Miglior Film, Miglio Regista, Miglior Attore Protagonista; Lesley Manville per la Miglior Attrice Non Protagonista, Mark Bridges per i Migliori Costumi, Jonny Greenwood dei Radiohead per la Miglior Colonna Sonora) da Giovedì 22 Febbraio Il filo nascosto è finalmente in sala, ed è esattamente l’opera straniante, diversa e stupefacente che stavamo aspettando.

Nella Londra degli anni ’50, quando la rivoluzione del prêt-à-porter è ancora lontana e le confezioni restano appannaggio dei poveri, Daniel Day-Lewis è Reynolds Woodcock: stilista amato da nobildonne, principesse e figure di spicco dell’alta società. La House of Woodcock è una creatura di Reynolds e sua sorella Cyril (Lesley Manville), l’unica donna che sembra saper comprendere e interpretare le sue molte ossessioni.

Dietro l’apparenza di un’eleganza innata, Woodcock è un uomo profondamente tormentato. Il filo nascosto è quello contenuto dai suoi stessi abiti: piccoli, strani messaggi ricamati a mano, racchiusi tra le pieghe e gli orli del tessuto, all’insaputa perfino di chi li indossa.

Woodcock non è giovane, ma è ancora un abile seduttore. Neanche il tempo di congedare la sua ultima convivente, che in un ridente diner di campagna incontra Alma (Vicky Krieps): cameriera dal sorriso gentile, pronta a diventare una nuova modella e musa.

Quello che poteva essere l’ennesima liaison fondata sulla sudditanza psicologica e intellettuale, grazie ad Alma si trasforma invece in un complesso rapporto di interdipendenza: la timida e dolce ragazza rivelerà una mente decisamente oscura, ma a suo modo creativa, e saprà escogitare le soluzioni più estreme, finché Woodcock non saprà più immaginare la vita senza di lei.

Phantom Thread – Il filo nascosto è un’anomala storia d’amore e ossessioni, costruita come una sonata, dove immagini musica e sequenze sembrano succedersi senza soluzione di continuità.

La macchina da presa si muove con grazia, raccontando la prigione dorata di Casa Woodcock, tra la perfezione delle apparenze e le crisi nascoste nelle stanze chiuse. La rappresentazione iperrealista della vita di Woodcock, Alma e Cyril è amplificata dalla scelta di girare il film quasi solo in interni, mentre le sarte e l’inquietudine lavorano senza sosta. Come sempre nel cinema di P.T. Anderson, la colonna sonora ha il ruolo di un autentico elemento narrativo: in questo caso, il pianoforte di Jonny Greenwood è la tessitura ipnotica che fa scomparire il montaggio, la divisione di scene e sequenze, e la stessa percezione del tempo.

Dopo The Master (2012) e Inherent Vice (Vizio di forma, 2014), quella de Il Filo nascosto è la terza colonna sonora che il chitarrista dei Radiohead realizza per Paul Thomas Anderson. Dopo Il Petroliere (There will be blood, 2007) è anche il secondo film che vede Daniel Day-Lewis come protagonista: entrambi, non sono dettagli trascurabili.

Figlio di un noto personaggio delle tv locali, Ernie Anderson (meglio noto come Ghoulardi, una sorta di Zio Tibia, presentatore specializzato per Notti Horror), P.T. Anderson cresce nella San Fernando Valley: ricco sobborgo di Los Angeles, che alla fine degli anni ’70 diventa il capoluogo della nascente industria pornografica. A soli 12 anni Paul Thomas ha già girato il suo primo cortometraggio, possiede una Betamax ed ha qualche problema con il gioco d’azzardo… Insieme alla Valley e i suoi strani abitanti, sono gli elementi destinati a comporre il suo primo grande film corale: Boogie Nights (1997).

Nel 2000 il suo terzo film, Magnolia, vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. A soli trent’anni, per la critica P.T. Anderson è già il nuovo Robert Altman.

Nella realtà, il ragazzi prodigio ha avvicinato l’anziano autore di Nashville e America Oggi: la loro amicizia accompagnerà il maestro negli ultimi difficili mesi della sua vita. Da notare che Altman non era neanche un tipo affabile: molto più di un allievo, un erede o un epigone, quello che ha visto in Paul Thomas Anderson è un cineasta dal talento naturale, capace di inserirsi nella tradizione del racconto corale e del multilevel drama come una voce unica e personale.

La sceneggiatura di Magnolia è frutto del complesso mash-up di 10 personaggi e 10 storie, per un dramma che non esclude un’improvvisa incursione nel Musical e una provvidenziale pioggia di rane. P.T. Anderson ha l’ironia necessaria per scherzare sulla possibile fine della sua carriera: un autore che a 30 anni ha già firmato il suo capolavoro, infatti, potrebbe non sopravvivere all’inevitabile crisi creativa.

La risposta è Punch-drunk Love (2002): il film che divide nettamente in 2 la carriera del cineasta (e forse è il vero capolavoro di PTA, nonché uno dei più incredibili tesori nascosti della Storia del Cinema intera).

Il titolo sarà tradotto in italiano come Ubriaco d’amore: una semplificazione vagamente fuorviante, già che la traduzione letterale è Suonato d’amore, nello stesso modo in cui si dice “suonato” di un boxeur dopo una lunga carriera di pugni.

L’intreccio di differenti storie lascia spazio a un unico tema: il miracolo dell’amore, che si presenta inaspettato come un armonium sul ciglio dell’autostrada. La struttura è apertamente al limite tra narrativa e video installazione: la trama, infatti, ospita immagini e “transizioni” realizzate da Jeremy Blake (video artist che ha collaborato anche all’album Sea change di Beck).

Anomalo come Adam Sandler, volto del cinema più mainstream prestato all’avanguardia, Punch-drunk love è l’ultimo film di P.T. Anderson dagli elementi fortemente autobiografici.

Da qui in poi, inizia la seconda fase del suo cinema, che sarà ancora dedicato ai weirdos, i diversi, i drop-out, ma abbandonerà Los Angeles e il tempo presente, per dedicarsi a una galleria di anti-eroi solitari sparsi nel tempo.

Primo protagonista del new deal è proprio Daniel Day-Lewis con Il petroliere (2007): è il primo vero cattivo del cinema di PTA, la prima storia che non presenta neanche l’ombra della speranza e della redenzione.

Con The Master e l’arrivo di Jonny Greenwood, il quadro è completo: dopo gli anni del sodalizio con Jon Brion e Aimee Mann, i loop, le atmosfere sognanti e i suoni distorti delle prime colonne sonore cedono il passo a un approccio più concreto: nel caso di Phantom Thread – Il Filo nascosto, la colonna sonora è l’anima gotica di una storia d’amore ispirata a Rebecca,la prima moglie (1940) del maestro del brivido Alfred Hitchcock.

Non sappiamo se Paul Thomas Anderson e Jonny Greenwood abbiano davvero qualche chance di vincere un Oscar nell’anno di Guillermo Del Toro e The Shape of Water (La forma dell’acqua).

Certo, con la storia di Alma e Reynolds Woodcock hanno firmato un nuovo capolavoro sui misteri dell’animo umano.

 

 

#thelovingmemory

*l’articolo è pubblicato anche sul sito www.lindiependente.it

Oscar2018: Tutte le nomination, i film e gli autori candidati agli Academy Awards

di Marta Zoe Poretti

“90 years of once in a lifetime”

(90 anni di una volta nella vita)

Così il 24 Gennaio si presenta ufficialmente l’edizione 2018 della Notte degli Oscar, mentre in diretta da Hollywood scopriamo le nomination ai premi più ambiti nel mondo del cinema.

Com’era forse prevedibile, lo scenario è quello della Mostra del Cinema di Venezia e soprattutto dei Golden Globes, dove a contendersi i premi nelle categorie principali sono 2 incredibili film: The Shape of Water (La forma dell’acqua) di Guillermo Del Toro e Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (rispettivamente 13 e 7 nomination).

Segue a ruota il film d’esordio più apprezzato dell’anno: Lady Bird di Greta Gerwig (5 nomination).

Dettaglio non trascurabile: tutti e 3 gli autori sono candidati per la Miglior Regia, la Miglior Sceneggiatura e il Miglior Film. Nel caso della giovane Greta Gerwig, aggiungeremo che è la quinta donna candidata alla Miglior Regia in 90 anni di storia.

Rispetto ai Golden Globes (criticati da parte della stampa per la scarsa obiettività e la natura essenzialmente politica dell’ultima edizione) guadagnano terreno altri 2 film (prima ingiustamente trascurati): Blade Runner 2049, diretto da Denis Villeuve e prodotto da Ridley Scott (grande favorito per Fotografia, Effetti Visivi, Montaggio e Sonoro) e l’ottavo lungometraggio di Paul Thomas Anderson: Phantom Thread (Il filo nascosto).

Per quanto improbabile, non possiamo che sperare nel primo Oscar alla Regia per P.T. Anderson, autore di Boogie Nights, Magnolia, Punch-Drunk Love, Il petroliere e Inherent Vice; in un Oscar per Jonny Greenwood dei Radiohead (autore della Colonna Sonora) o magari per l’ultima interpretazione di Daniel Day-Lewis (che ha già annunciato il suo ritiro dalla scene).

In realtà, l’Oscar per il Miglior Attore sembra promesso a Gary Oldman, trasfigurato in Winston Churchill per The Darkest Hour (L’ora più buia) di Joe Wright (che registra ben 6 nomination).

Si riaccendono le speranze anche per Luca Guadagnino e Call me by your name (Chiamami col tuo nome): il regista italiano e il film scritto da James Ivory (adattamento per il grande schermo il romanzo omonimo di André Aciman) avevano ricevuto 4 nomination anche per i Golden Globes, senza conquistare alcun premio. Chiamami col tuo nome (in uscita in Italia domani, Giovedì 25 Gennaio) può contare su un grande successo di pubblico e critica statunitensi, che hanno particolarmente apprezzato le interpretazioni dei protagonisti (Timothée Chalamet e Armie Hammer) e la singolare sensibilità di Guadagnino nel raccontare la provincia bergamasca degli anni ’80, teatro di una storia d’amore e passione omosessuale.

A Venezia The Shape of Water di Guillermo Del Toro ha vinto il Leone d’Oro per il Miglior Film, mentre McDonagh e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri sono stati premiati per la Miglior Sceneggiatura.

I Golden Globes hanno rimescolato le carte: Guillermo Del Toro Miglior Regista, Tre Manifesti Miglior Film (e ancora Best Original Screenplay).

La commedia nera di McDonah ha decisamente prevalso su tutti, grazie alle interpretazioni di Frances McDormand e Sam Rockwell (Migliore Attrice e Miglior Attore Non Protagonista). Per altro, nella categoria “Actor in a supporting role” si contendono il titolo entrambi i co-protagonisti del film: Sam Rockwell e Woody Harrelson (che continua a portare la stella di Sceriffo come nessuno).

In sostanza, The Shape of Water (La forma dell’acqua) e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri rappresentano due idee di cinema opposte, ma speculari.

Il primo è un’ammaliante favola sci-fi, un universo parallelo, costruito, illuminato e fotografato per raccontate la storia d’amore di due bellissimi freak; la migliore evoluzione del cinema di Georger Mélies, del viaggio in un sogno ad occhi aperti. Dal lato opposto, Mc Donagh fotografa l’America profonda con crudo realismo, in una ridente cittadina dimenticata da Dio e dagli uomini, persa in una spirale di violenza strisciante, quotidiana, rappresentata da Frances McDormand – una donna che vive solo per il suo progetto di vendetta (ed è tutto tranne una madre coraggio).

Ma non si tratta dell’eterno scontro tra realismo e fiaba: entrambi i film contengono elementi dell’uno e dell’altro, rileggendo generi e strutture, con la stupefacente capacità di sovvertire ogni regola, solo e unicamente in funzione della storia. Non capita spesso di assistere a due opere così fondamentali, capaci di centrare la sintesi di forma e contenuto. Quello di McDonagh è un film di sceneggiatura, centrato sui personaggi, e sull’urgenza di parlare di violenza, e parlarne al presente. Del Toro sceglie invece la strada dello stupore, di una continua invenzione audiovisiva, per una fiaba fuori del tempo, che possiede il realismo magico del Musical e della Fantascienza e mira al cuore di chiunque si senta fuori posto nel mondo. 

Eppure, entrambi i film appartengono alla categoria dei film indispensabili, necessari.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è già nelle nostre sale, mentre The Shape of Water sarà distribuito da Fox a partire dal 14 Febbraio.

L’appuntamento con la Notte degli Oscar è per il 4 Marzo 2018.

INTANTO, ECCO TUTTE LE CANDIDATURE I GLI AUTORI IN NOMINATION PER GLI OSCAR 2018:

MIGLIOR FILM

Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino

L’ora più buia (The Darkest Hour) di Joe Wright

Dunkirk di Christopher Nolan

Get Out di Jordan Peele

Lady Bird di Greta Gerwig

Il Filo Nascosto (Phantom Thread) di Paul Thomas Anderson

The Post di Steven Spielberg

The Shape of Water (La forma dell’acqua) di Guillermo Del Toro

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh

 

MIGLIOR REGIA

Dunkirk, Christopher Nolan

Get Out, Jordan Peele

Lady Bird, Greta Gerwig

Il Filo Nascosto, Paul Thomas Anderson

The Shape of Water, Guillermo del Toro

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

Sally Hawkins, The Shape of Water

Frances McDormand, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Margot Robbie, I, Tonya

Saoirse Ronan, Lady Bird

Meryl Streep, The Post

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

Timothee Chalemet, Chiamami col tuo nome

Daniel Day Lewis, Il Filo Nascosto

Daniel Kaluuya, Get Out

Gary Oldman, L’ora più buia

Denzel Washington, Roman J. Israel

 

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

Mary J. Blige, Mudbound

Alison Janney, I, Tonya

Lesley Manville, Il Filo Nascosto

Laurie Metcalf, Lady Bird

Octavia Spencer, The Shape of Water

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Willem Dafoe, The Florida Project

Woody Harrelson, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Richard Jenkins, The Shape of Water

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo

Sam Rockwell, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

Emily V. Gordon e Kumail Nanjiani per The Big Sick

Jordan Peele per Get Out

Greta Gerwig per Lady Bird

Guillermo del Toro e Vanessa Taylor perThe Shape of Water

Martin McDonagh per Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

James Ivory per Chiamami col tuo nome

Scott Neustadter e Michael H. Weber per The Disaster Artist

Scott Frank, James Mangold e Michael Green per Logan

James Mangold per Molly’s Game

Aaron Sorkin, Virgil Williams e Dee Rees per Mudbound

MIGLIOR FILM STRANIERO

A Fantastic Woman (Una donna fantastica) di Sebastian Lelio (Cile)

The Insult (L’insulto) di Ziad Doueiri (Libano)

Loveless di Andrey Zvyagintsev (Russia)

On Body and Soul (Corpo e anima) di Ildikó Enyedi (Ungheria)

The Square di Ruben Östlund (Svezia)

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

Baby Boss

Coco

Ferdinand

Loving Vincent

The Breadwinner

MIGLIOR FOTOGRAFIA

Roger A. Deakins, Blade Runner 2049

Bruno Delbonnel, L’ora più buia

Hoyte van Hoytema, Dunkirk

Rachel Morrison, Mudbound

Dan Laustsen, The Shape of Water

MIGLIOR MONTAGGIO

Paul Machliss and Jonathan Amos, Baby Driver

Lee Smith, Dunkirk

Tatiana S. Riegel, I, Tonya

Sidney Wolinsky, The Shape of Water

Jon Gregory, Tre Manifest a Ebbing, Missouri

MIGLIOR COLONNA SONORA

Hans Zimmer, Dunkirk

Jonny Greenwood, Il filo nascosto

Alexandre Desplat, The Shape of Water

John Williams, Star Wars : Gli ultimi Jedi

Carter Burwell, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

Mighty River, Mudbound

Mystery of Love, Chiamami col tuo nome

Remember Me, Coco

Stand Up For Something, Marshall

This Is Me, The Greatest Showman

MIGLIOR SCENOGRAFIA

La Bella e la Bestia

Blade Runner 2049

L’ora Più Buia

Dunkirk

The Shape of Water

MIGLIORI EFFETTI VISIVI

Blade Runner 2049

Guardiani della Galassia Vol.2

Kong: Skull Island

Star Wars: Gli ultimi Jedi

The War – Il Pianeta delle Scimmie

MIGLIOR SONORO

Julian Slater, Baby Driver

Mark Mangini e Theo Green, Blade Runner 2049

Richard King e Alex Gibson, Dunkirk

Nathan Robitaille e Nelson Ferreira, The Shape of Water

Matthew Wood e Ren Klyce, Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO

Baby Driver

Blade Runner 2049

Dunkirk

The Shape of Water

Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIORI COSTUMI

Jacqueline Durran, La bella e la bestia

Jacqueline Durran, L’ora più buia

Mark Bridges, Il filo nascosto

Luis Sequeira, The Shape of Water

Consolata Boyle, Victoria & Abdul

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURE

L’Ora più Buia

Victoria & Abdul

Wonder

MIGLIOR DOCUMENTARIO

Abacus – Small enough to Jail di Steve James, Mark Mitten, Julie Goldman

Faces, Places di Agnès Varda, JR e Rosalie Varda

Icarus di Bryan Fogel e Dan Cogan

Last Man In Aleppo di Feras Fayyad, Kareem Abeed, Søren Steen Jespersen

Strong Island di Yance Ford and Joslyn Barnes

 

#MZP

*L’articolo è pubblicato anche sul sito www.lindiependente.it

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