#UnPiccoloFavore arriva al cinema oggi, giovedì #13Dicembre

Commedia nera, thriller, una scorza d’horror e 2 protagoniste supreme: questa l’irresistibile ricetta del nuovo film di #PaulFeig, con #BlakeLively e #AnnaKendrick.

La #recensione in anteprima di #UnPiccoloFavore, al cinema dal #13Dicembre: https://bit.ly/2QDk2CZ

Marta Zoe Poretti * LaScimmiaPensa.com

P.S: Un Piccolo Favore (A Small Favor) è il nostro film della settimana, nonché uno dei titoli da non perdere nella #Cinelist dei #FilmDiNatale 2018 😉

 

#PapaFrancesco #UomodiParola: la recensione del film di #WimWenders (in sala dal 4 al 7 #Ottobre con #Universal Pictures)

di Marta Zoe Poretti

La recensione in anteprima per FABRIQUE DU CINEMA:  

http://www.fabriqueducinema.com/cinema/recensioni/papa-francesco-uomo-di-parola-il-messaggio-di-speranza-di-wim-wenders/

***La filmografia di Ernst Wilhelm Wenders (nato il 14 Agosto del 1945 a Dusseldorf, diplomato all’Academy of Film and Television di Monaco) è stata sempre equamente divisa tra fiction e documentario. Dopo il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia per Lo stato delle cose (1982) il nome di Wenders resta indissolubilmente legato a Paris, Texas (1984) e Il cielo sopra Berlino (1987). Ma è nel 1999, con il documentario Buena Vista Social Club, che sembra ottenere davvero il successo internazionale. Di lì a breve il Cinema del Reale reclama la sua grande stagione di rinascita, chiede di riscrivere i confini, non solo come scelta d’elezione per la cinematografia indipendente: vuole incontrare la sala, il grande pubblico.

Questo limite invalicabile, quello tra finzione e reale, nel linguaggio di Wenders non c’è mai stato. Non c’è mai stata soluzione di continuità tra parola e silenzio, scrittura per immagini, road movie e spirito del Roc’k’Roll: anime che s’incontrano in un dialogo ininterrotto, che è l’essenza del suo cinema.

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IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO. La recensione del film di Yorgos Lanthimos con Colin Farrell e Nicole Kidman

di Marta Zoe Poretti

Ad oltre un anno dall’anteprima al Festival di Cannes 2017 (che l’ha premiato per la Migliore Sceneggiatura) arriva in sala grazie a Lucky Red il quinto lungometraggio scritto e diretto da Yorgos Lanthimos: Il sacrificio del cervo sacro (The killing of a sacred deer).

Dopo un autentico capolavoro di cinema dell’assurdo, l’autore di The lobster (Gran Premio della Giuria a Cannes 2016, diventato istantaneamente un film di culto in mezzo mondo) sceglie questa volta il dispositivo classico della tragedia greca: una parabola che procede fatale verso la rovina ineluttabile.

Protagonista resta Colin Farrell: star di Hollywood che Lanthimos sa rendere sorprendentemente umano, goffo, vulnerabile.

Al centro de Il sacrificio del cervo sacro c’è il cardiochirurgo Steven, un uomo dalla vita apparentemente perfetta, destinata a precipitare in un lucido, interminabile incubo a occhi aperti.

Obiettivi panoramici, estrema profondità di campo e utilizzo ossessivo della prospettiva rinascimentale, così impeccabile che sfiora l’orrore, sono gli elementi visivi scelti da Lanthimos per dilatare gli spazi, la città e gli interni, come se la quotidianità di Steven appartenesse in realtà a una dimensione parallela, disegnata dall’autore di 2001 Odissea nello spazio.

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LA STANZA DELLE MERAVIGLIE. La recensione in anteprima del film di Todd Haynes con Julianne Moore

di Marta Zoe Poretti

Tra le novità al cinema da Giovedì 14 Giugno anche La stanza delle meraviglie: adattamento cinematografico del bestseller di Brian Selznick. L’autore de La straordinaria avventura di Hugo Cabret (divento un film pluri premio Oscar grazie a Martin Scorsese) firma anche la sceneggiatura di questo nuovo viaggio di formazione, visto, raccontato e sentito dal punto di vista di due bambini. E in questo caso punto di vista non è semplicemente una formula letteraria: i protagonisti de La stanza delle meraviglie, infatti, sono due piccoli non udenti, che non conoscono ancora il linguaggio dei segni, eppure non hanno alcun timore, quando decidono di partire alla scoperta di un mondo tanto attraente quanto ostile.

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#Loro: la recensione del film in 2 parti di Paolo Sorrentino

di Marta Zoe Poretti

*la recensione è pubblicata anche su Lindiependente

Con il 10 Maggio arriva in sala Loro 2: seconda e ultima parte del nuovo film di Paolo Sorrentino, nato per indagare il mistero, il fascino e forse perfino l’anima dell’uomo noto col nome di Silvio Berlusconi. Ma non chiamatelo film politico: l’ardita parabola di Sorrentino non ha alcuna pretesa di analisi storica. Piuttosto, obiettivo del cineasta napoletano era costruire un affresco complesso, che lasciasse ampio margine a digressioni, allegorie e quella variopinta corte di amici, galoppini e saltimbanchi che circondano l’imprenditore che ha fatto di sé “un paradiso in carne e ossa”. E se “mistero” è la parola chiave, è altrettanto chiara l’intenzione di Sorrentino: “cinema e letteratura sono gli ultimi avamposti della comprensione” – ha risposto alle immancabili critiche emerse nel corso della conferenza stampa romana, rivendicando un’idea di cinema che non giudica e non condanna, ma sceglie la tenerezza come “tono rivoluzionario”.

Al netto di qualunque considerazione, non c’è dubbio che Sorrentino sia un autore indomito, nonché provvisto di notevole coraggio: se la divisione del lungometraggio in due capitoli l’ha automaticamente escluso dal Festival di Cannes (a differenza di Matteo Garrone, attualmente in concorso con Dogman), la scelta di non rappresentare Berlusconi come “male assoluto” avrà certo scontentato chi aspettava una variante surreale de Il caimano di Nanni Moretti (2006).

Disagio, pochezza, solitudine e un profondo, inarrestabile terrore dell’oblio e la vecchiaia sono le sensazioni che sembrano guidare tutti i personaggi del film. In realtà, Loro 1 rappresenta una sorta di lunga introduzione: protagonista assoluto dei primi 60 minuti è infatti Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), figura chiaramente ispirata a Gianpaolo Tarantini, spregiudicato arrampicatore di provincia, capace d’intuire che la via più diretta per arrivare a Berlusconi è riunire in epiche feste le migliori escort sul mercato. La prima parte di Loro diventa così un tetro succedersi di balletti, sessioni di sesso e (letteralmente) un pioggia di ecstasy e cocaina.

Altre figure chiave, la cui identità è un mix di riferimenti reali e deformazioni grottesca: Kira (Kasia Smutniak), variazione di Sabina Began, anche detta l’“ape regina” dei party berlusconiani, legata al Presidente da un sofferto sentimento d’amore, Cupa Caiafa (Anna Bonaiuto), che ricorda decisamente Daniela Santanché, e poi Santino Recchia (Fabrizio Bentivoglio): il personaggio che più ha scatenato la fantasia dei rotocalchi, già che recita poesie come Sandro Bondi, indossa camicie vistose come Roberto Formigoni, ma mira alla leadership del Centro-Destra come (forse) in quegli anni il segretario Angelino Alfano.

Se la prima parte del film (che non ha convinto buona parte di pubblico e critica) sembra indulgere eccessivamente sullo scenario, la seconda parte è tutta per Lui: Silvio Berlusconi. Toni Servillo apre Loro 2 con una sequenza da vero mattatore: nella parte di Silvio e il suo doppio, Ennio Doris (Presidente di Banca Mediolanum e prediletto tra  gli epigoni), Servillo è una perfetta marionetta da Teatro dei Pupi, che agita braccia e mani con eloquenza e precisione, portandoci finalmente al vivo del film, ovvero la storia del “più grande venditore d’Italia”.

Il film inizia nel 2006, quando Berlusconi si trova suo malgrado all’opposizione per poche migliaia di voti: dall’intuizione di sedurre i 6 senatori che determineranno la caduta del governo, vedremo il Presidente ferito superare ansie, depressione e la tristezza per la fine del matrimonio con Veronica (che in Loro 1 aveva cercato di riconquistare), ma anche perdere progressivamente interesse per il potere, mentre avanza l’armata di giovanette e soubrettine.

loro berlusconi veronica

Oltre all’incredibile cast di attori (tutti folgoranti, dalle comparse a un Toni Servillo in stato di grazia, affiancato da una eccellente Elena Sofia Ricci nella parte di Veronica Lario), con Loro 2 Sorrentino realizza un film davvero efficace: non serve condanna né giudizio, infatti, laddove la tristezza della realtà supera anche la più sfrenata immaginazione. Un’immagine su tutte: il sorriso smagliante di Berlusconi in visita tra le macerie dell’Aquila, devastata dal terremoto del 6 Aprile 2009.

Certo, la divisione in due parti non convince del tutto, tanto che sembra ormai ufficiale un nuovo montaggio per la distribuzione all’estero (e molti spettatori potrebbero scegliere di vedere direttamente Loro 2, senza passare dalla sua ricca introduzione). La sceneggiatura risulta sbilanciata in modo quasi stridente: i protagonisti di Loro 1 nella seconda parte quasi scompaiono, liquidati con poche battute, mentre la stessa struttura del film, che prima indulge su digressioni oniriche, con l’immancabile passaggio di animali mitici, pecore e rinoceronti, diventa improvvisamente più concreta, serrata, arrivando seriamente al cuore del personaggio.

loro cf1

Anche questa volta, Sorrentino si conferma un autore che non accetta limiti né compromessi, senza la minima preoccupazione di compiacere il pubblico, meno che mai la stampa cinematografica. A loro volta, gli spettatori si divideranno nelle consuete, inconciliabili fazioni: da un lato chi resta sedotto da un cinema estetizzante, complesso e sontuoso, dall’altro chi trova auto-compiaciute e irritanti le sue derive anti-narrative.

Di certo, Loro di Paolo Sorrentino è il nuovo esempio di un cinema che non potrà mai lasciarci indifferenti, confermando lo stile unico di un cineasta che non teme gli abissi dello squallore umano, ostinatamente in bilico tra provocazione e tenerezza, reale e grottesco, fantasia e Storia.

 #thelovingmemory

ESCOBAR – IL FASCINO DEL MALE. La recensione del film con Javier Bardem e Penelope Cruz

di Fabio Giagnoni

L'8 Maggio Penelope Cruz e Javier Bardem apriranno il Festival di 
Cannes con l'anteprima mondiale di Everybody knows (Todos los saben),
atteso nuovo film di Asghar Farhadi (regista iraniano 2 volte 
premio Oscar con Una separazione e Il cliente). 

La coppia di star (che nella vita reale è felicemente sposata 
da 18 anni) intanto è al cinema con il controverso 
Escobar - Il fascino del male: presentato in anteprima alla 
Mostra del Cinema di Venezia, il film è numero 1 al Box Office.

La recensione del nostro guest editor Fabio Giagnoni.

Pablo Escobar. Anche solo il suo nome è leggenda. E finalmente assistiamo a una elaborazione artistica degna di tanta malvagia magnificenza, tratta da Loving Pablo, hating Escobar, la (auto)biografia della giornalista colombiana Virginia Vallejo, prima sincera e spavalda amante di Pablo, poi spaventata e spietata delatrice di Escobar. A interpretarla con intensità e misura, grazie a circa 800 ore di registrazioni video studiate, è Penélope Cruz, già premio Oscar come migliore attrice non protagonista in Vicky Cristina Barcelona (Woody Allen, 2008), sua precedente collaborazione con il protagonista indiscusso di questo biopic, nonché uno dei produttori, Javier Bardem, altro Oscar per Non è un paese per vecchi. I due grandi attori spagnoli hanno girato altri due film insieme: The counselor (Ridley Scott, 2013) e Prosciutto, prosciutto (Bigas Luna, 1992), questa contiguità di lungo corso permette a Bardem di elogiare così la collega: “Ci sfidiamo sempre l’un l’altro ad andare più lontano, più in profondità. Sappiamo come relazionarci tra noi e sperimentare cose diverse. Quella fiducia che abbiamo l’uno nell’altra è una cosa grandiosa”. Se al duo aggiungiamo il pluripremiato regista e sceneggiatore Fernando León de Aranoa, iberico anche lui e amico di Bardem col quale esordì ne I lunedì al sole e che l’ha coinvolto nel progetto, otteniamo una miscela esplosiva: il lungometraggio ha quel ritmo, quel brio e quella ferocia che lo rende opera pregna, attendibile, all’altezza di rappresentare il criminale più ricco della storia. Il suo patrimonio sporco di sangue fu stimato, nei primi anni ’90, attorno ai 30 miliardi di dollari americani, oggi sarebbero quasi il doppio. E proprio dalla sua spropositata opulenza parte la cronista d’assalto (è proprio il caso di dirlo!), le origini di tanta fortuna ancora non erano ancora risapute in pubblico e il boss passava per essere un imprenditore parvenu in ascesa. La facilità con cui la Vallejo si lascia scivolare in questo mondo d’oro, di neve e di sangue, assieme a particolari inquietanti e brutali – quali le taglie diffuse e pagate nelle baraccopoli sulla testa delle guardie a seconda del loro grado, riconoscibile dal distintivo strappato dal cadavere, all’assassinio del ministro della giustizia la cui colpa fu cercare di minare la carriera politica del mammasantissima colombiano, riuscito a farsi plebiscitariamente eleggere parlamentare (la scena delle cravatte è spassosissima), – fa comprendere allo spettatore europeo la profondità della corruzione delle repubbliche delle banane e gli orrori che ne conseguono. Circa 3000 morti pesano su questa vicenda, conclusasi solo con l’uccisione della mente dietro la guerra dichiarata a due stati, il suo e gli USA, vera fonte della forza finanziaria dei cartelli sudamericani: è stato calcolato che all’apice della sua diffusione, la cocaina di Escobar copriva circa l’80% del consumo a stelle e strisce. Strisce soprattutto. A proposito del rapporto fra le due nazioni, Escobar è la naturale prosecuzione di Blow, altro biopic del 2001 in cui il pluripremiato Oscar Johnny Depp interpreta George Jung. Nome sconosciuto ai più, egli fu la testa di ponte del Re della cocaina negli Stati Uniti appunto, ma mentre Blow scandaglia la miseria dei tradimenti e le pazze, patinate feste hollywoodiane, Escobar lo surclassa in violenza, verità, miseria e paura. Sì perché alla P di Pablo sono associate soprattutto Povertà, in grado di rendere chiunque un cieco esecutore a basso costo, e Paura, onnipresente e necessaria per ottenere omertà e riverenza necessarie a tenere in piedi qualsiasi impero criminale. Pablo teneva prigionieri numerosi animali esotici nella sua immensa tenuta, il suo preferito era l’ippopotamo, gli ricordava se stesso, lento, massiccio e inesorabile. “Vederlo nel suo habitat naturale crea dipendenza”, commenta la sua amante giornalista che gli insegnò come parlare in pubblico e ne registrò le gesta. Dell’ippopotamo il boss aveva anche la stazza e qui ammiriamo gli sforzi anche fisici dell’altrimenti atletico Bardem, ingrassato a dismisura e ridicolo in quella scena in cui scappa nudo in mezzo alla foresta dagli elicotteri dell’esercito che lo inseguono. L’attore afferma di aver lavorato molto anche sul tono della voce e sugli sguardi che, a giudicare dalle foto d’archivio, gli riescono addirittura più truci.  Terrorizzante come la bara fatta pervenire ai cancelli della villa di un giudice non connivente, infartato a quella lugubre vista, “Il terrorismo è la bomba atomica dei poveri”: si difende il Re della cocaina, mentre fa squartare con la motosega i suoi compagni di una vita alla prima mancanza di rispetto. “Così mi spezzi il cuore”, ruggisce l’Ippopotamo mentre si massaggia la pancia, comica replica alle prime minacce della Vallejo di cantarsela coi federali, fatto che contribuirà in seguito a porre fine al suo regno. E fra “Ahi, Maria!” (la moglie o la Vergine?) e “Malparido/a!” (insulto traducibile letteralmente come “malnato”, ma più pesante) ripetuti folkloristicamente da quelle labbra abituate a dare solo ordini, si srotola la vicenda di questo personaggio inquietante e affascinante allo stesso tempo, che riuscì a divenire il settimo magnate più ricco del mondo e su cui è stato detto e scritto moltissimo. Ma ascoltiamo anche l’opinione del suo interprete: “Uno dei temi su cui abbiamo lavorato è il significato della parola abbastanza. C’è un limite al voler raggiungere un certo livello? Al voler avere sempre di più, voler essere migliori, più grandi, più forti? Cosa scaturisce nella mente di una persona quando non ne ha mai abbastanza? Niente era mai abbastanza per Pablo. Escobar voleva sempre di più, e aveva tutte le risorse e gli strumenti per diventare più forte, più potente. E questo può portare a distruggere la mente di una persona”.

Fu una chiamata di troppo ai figli, cui teneva moltissimo, che ne decreterà la sconfitta: anche in quel caso fu lui a decidere.

#31Ottobre: STRANGER THINGS 2 secondo Valerio Alberti

VALERIO ALBERTI* è il primo GUEST EDITOR di THE LOVING MEMORY

Questa la sua recensione di STRANGER THINGS 2

Con la prima stagione di Stranger Things i Duffer Brothers erano già riusciti in un piccolo miracolo: mi avevano fatto provare nostalgia per gli anni ‘80. Essendo figlio della disillusione che ha caratterizzato i ‘90 ho sempre vissuto il glitter, le giacche con le spalline, i sintetizzatori e la spensierata voglia di divertirsi tipici del decennio precedente con imbarazzato fastidio. I Duffer però avevano fatto rivivere in me l’emozione della mattina dopo aver visto I Goonies: quando a ricreazione nel cortile della scuola se ne rivivevano le avventure, ed un castello di legno con gli scivoli di lamiera si trasformava nel galeone di Willy l’Orbo.

Se ci sono riusciti é grazie alla chiara percezione che è quella stessa emozione è la base della stagione d’esordio: Stranger Things non aveva lo spirito di una serie del 2016 ambientata negli anni ‘80, al contrario, quello di un’avventura vissuta negli anni ’80, raccontata nel 2016, senza che quello spirito vada perduto.

La coincidenza del lancio della seconda stagione con un viaggio di mia moglie mi ha offerto l’opportunità di una lunga maratona, nella quale ho deciso di rivedere anche gli episodi dell’anno scorso: è stata una scelta felice perché la narrazione – a 351 giorni di distanza e con alcuni flashback – riprende con naturalezza tutto quanto era già raccontato. Nella nuova stagione, ogni evento significativo dell’anno precedente, dal più marginale al più drammatico, ha conseguenze dirette sulla vita dei personaggi. Quando la serie apre nuovi percorsi narrativi lo fa sempre in modo coerente, sia sul piano degli intrecci narrativi, quanto per lo sviluppo personale di personaggi. Questo comporta una grande differenza rispetto alla prima stagione di Stringer Things: la storia è molto più frammentata, e forse nella gestione di tanti elementi sta l’unico vero difetto che ho riscontrato. A metà stagione si avverte un senso di confusione che, volendo, può anche essere considerato in linea con quanto succede nella storia, ma certo rende più faticoso seguirla. Va comunque sottolineato che in questa confusione nulla si perde e ogni linea narrativa viene chiusa in modo chiaro e soddisfacente.

La messa in scena rimane quella, eccezionale, della prima stagione: l’intera serie è un meraviglioso compendio di tutto quanto c’è di buono nella cultura Nerd e Pop del periodo, con frequentissimi omaggi, suggeriti o diretti, a capisaldi come  Ghostbusters e Gremlins, ma anche al meglio del genere Horror; i riferimenti vanno dal videogioco Silent Hill (a sua volta ispirato al film Jacob’s Ladder, tradotto malamente in italiano come Allucinazione Perversa), a IT di Stephen King, per arrivare a The Exorcist e fino al Pantheon di Howard Phillips Lovecraft.

In Stranger Things 2 personaggi vecchi e nuovi sono tutti ben caratterizzati, hanno uno sviluppo credibile: sebbene si giochi con degli stereotipi la serie non scade mai nella banalità dei cliché. Gli interpreti poi sono sempre più che all’altezza. In particolare sento di fare un plauso a Sean Astin (ovvero il nuovo personaggio di Bob Newby): anche nel nostro decennio l’attore ci regala un’interpretazione memorabile.

(“I Goonies non dicono mai la parola morte!”. Non posso portare l’Anello per Voi, ma posso portare Voi!” …. e a questo punto non faccio SPOILER, ma vi garantisco che anche stavolta CE N’E’)

La colonna sonora, sia per musiche e sonorità originali, sia per i meravigliosi pezzi d’epoca (The Clash, The Police e Cindy Lauper, solo per nominarne alcuni), contribuisce a creare quel meraviglioso effetto nostalgia in tutti noi che abbiamo vissuto quegli anni; mentre i più giovani avranno modo di conoscere autentiche pietre miliari nella storia del Rock (e oltre).

La sigla poi ha avuto su di me lo stesso effetto di quella di Game of Thrones: su 17 episodi consecutivi guardati non ho mai avuto la tentazione di saltarla.

La seconda stagione di Strager Things, ancor più della precedente,  veicola un messaggio che di questi tempi è quantomeno rivoluzionario: ogni atto d’amore, anche quello più insensato, rischioso o che qualcuno consideri contro natura, porta il bene per tutti.

Sarebbe bello che di messaggi come questo se ne sentissero più spesso. Mi sento, in conclusione, di promuovere questa seconda stagione senza riserve, sperando che anche per la prossima, già in lavorazione, riescano a mantenere lo stesso livello di eccellenza.

Stranger Things 2.  IT ONLY GETS STRANGER

* LA BIO DI VALERIO ALBERTI

“Nato a cavallo tra la generazione X e la Y mi trovo perfettamente a mio agio con un libro come con un casco per la realtà virtuale o con un pennello come con una tavoletta grafica. Cinefilo fin da quando mia madre a 3 anni mi portò a vedere La febbre del sabato sera ed ero convinto che gli attori e le scenografie fossero fisicamente dietro lo schermo. Insaziabile divoratore di narrazioni prima o poi mi capiterà di rigurgitare qualcosa, nel frattempo dipingo e scolpisco.”

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