#TheOldManAndTheGun : #RobertRedford saluta l’arte del cinema

#TheOldManAndTheGun, l’ultimo film di #RobertRedford è al cinema da questo Giovedì #20Dicembre.

Chiunque soffra di ansia e spleen pre natalizi, troverà grande conforto in questo ineffabile capolavoro: un prezioso album di famiglia e un brillante poliziesco, tratto dalla vera storia del rapinatore gentiluomo Forest Tucker, ma costruito come 93 minuti d’improvvisazione jazz.

La #recensione in anteprima dalla #FestaDelCinemaDiRoma #RomaFF13: https://bit.ly/2yoLvOs

#MartaZoePoretti * La Scimmia Pensa.com

**Clip “Perchè Odio il Natale” (a cura del fidato amico e blues man #TomWaits):

 

#Natale2018 #CineList #FilmDiNatale

#Suspiria : la recensione del film di Luca Guadagnino, in anteprima a #Venezia75

di Marta Zoe Poretti

*recensione pubblicata anche su L’indiependente

Sullo sfondo di un cielo in tempesta, Luca Guadagnino, Thom Yorke, Tilda Swinton e Dakota Johnson sbarcano il primo Settembre alla 75. Mostra del Cinema di Venezia. Il film in anteprima è forse il più atteso dell’intera edizione del Festival: Suspiria, remake del classico di Dario Argento.

Solo alle proiezioni del mattino, erano migliaia i giornalisti e i rappresentanti delle industrie cinematografiche internazionali, in coda per assistere a quello che, per molti versi, è un evento storico. Negli annali della Mostra, non si ricorda un film di genere Horror che abbia mai suscitato tanto clamore.

Fin dai titoli di testa, la nuova Suspiria si presenta come un racconto in 6 atti e un prologo. La grafica rimanda esplicitamente alle avanguardie tedesche della fine degli anni ’70. Scopriremo così che il film, per quanto riprenda fedelmente la struttura tracciata da Dario Argento e Daria Nicolodi, non è ambientato a Friburgo, ma nella Berlino divisa del 1977.

Non si tratta di un dettaglio marginale: l’ambientazione berlinese rappresenta un’autentica linea narrativa, del tutto originale, che cambia subito la nostra prospettiva.

Dopo pochi minuti, la definizione “remake” si rivela già povera e riduttiva.

Quella di Luca Guadagnino è una rilettura complessa, che guarda alla sceneggiatura del ’77 con evidenti amore e devozione. Eppure, di quello script sembra prendere il cuore, per farlo esplodere in un racconto corale, con implicazioni e sfumature innumerevoli. La componente esoterica è solo uno tra i molti volti della paura. Quella che terrorizza, nella nuova Suspiria di Guadagnino, è la parte ferale della natura umana: istinto, desiderio, volontà di sopravvivenza.

Non sono banalmente il bene e il male le forze che si scontrano nella nuova Suspiria. Se la scuola di danza di Dario Argento era una cattedrale immersa nel nulla, estranea alla realtà e alla vita, il nuovo edificio della Compagnia di danza Markos è permeato dal mondo e dalla Storia. Dalla nascita del femminismo agli attentati della Banda Baaden-Meinhof, l’eco della Seconda Guerra Mondiale resta sempre presente, come una ferita aperta, mai cauterizzata. Il personaggio dello psichiatra Litz Ebersdorf (a voi il piacere di scoprire l’interprete) è il simbolo vivente di quella memoria e i suoi demoni. Così come la celebre coreografa Madame Le Blanc (Tilda Swinton) rappresenta le tensioni violente dell’Arte contemporanea (la cui missione è “rompere il naso alla bellezza”).

L’avventura di Suspiria era e resta semplice: una giovane danzatrice, fuggita dalla provincia dell’Ohio, entra nella compagnia diretta da Madame De Blanc, determinata a realizzare i suoi sogni. Con il suo incredibile talento, conquista subito un ruolo di primo piano. Ma nella compagnia, nel dormitorio e nell’animo delle vecchie maestre di ballo, si agitano forze e segreti indicibili.

Seguendo le stesse dichiarazioni di Guadagnino, al centro di Suspiria c’è la maternità: desacralizzata, spogliata dell’aura cristiana, mostrata nei suoi recessi più feroci.

Negli incubi della protagonista Susie Bannion (Dakota Johnson), vedremo una citazione esplicita di Francesca Woodman: fotografa che oggi conosciamo come una tra le artiste più influenti del suo tempo, morta suicida nel 1980, a soli 23 anni.

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Tra le righe, non è difficile leggere la sconfitta di un’intera generazione, il caos del presente, che non sa scrivere nuovi paradigmi.

Accompagnate dalla colonna sonora di Thom Yorke (che ha dichiaro di aver composto le musiche come una sequenza di incantesimi) le coreografie, le visioni e il dolore si moltiplicano un capitolo dopo l’altro, per un magnifico film tentacolare, che avvolge lo spettatore fino a togliergli il respiro.

A questo punto, possiamo dire che Suspiria si nega ad ogni  facile giudizio critico.

Certo: non parliamo di un film perfetto, né di un film destinato a convincere tutti. Molti fan irriducibili di Dario Argento troveranno il remake inaccettabile.

La conclusione è il suo grande punto debole: non perché infedele al maestro, ma perché Guadagnino sembra rilanciare la posta, fino a un pay-off impossibile.

Comunque, resta salda una premessa. Dopo il successo internazionale di Chiamami col tuo nome (premio Oscar per la sceneggiatura di James Ivory), con un progetto così controverso, Luca Guadagnino dimostra un coraggio da leoni.

Suspiria divide prima ancora di arrivare in sala: destinato a scontentare chiunque non ami i remake, per non parlare della violenza e dell’etichetta Horror, che esclude automaticamente un’ampia gamma di spettatori.

Tanti avrebbero giocato altre carte, realizzando un inattaccabile film d’autore, abbastanza furbo da consolidare la simpatia di Hollywood.

Fosse solo per questo, non possiamo che consigliarvi di vedere Suspiria.

Un film che, al netto di qualunque considerazione, garantisce il piacere sfrenato di cadere in un incantesimo, orchestrato dai maestri Thom Yorke e Luca Guadagnino.

#thelovingmemory

#LaFavorita : la recensione in anteprima del film di Yorgos Lanthimos. #Venezia75

di Marta Zoe Poretti

*recensione pubblicata anche su L’indiependente

“Quando realizzi un film ambientato in un’altra epoca, è sempre interessante vedere come si relaziona con i nostri tempi – e ti rendi conto di quante poche cose siano cambiate, a parte gli abiti e il fatto che oggi abbiamo l’energia elettrica o internet. Sono tantissime le analogie a livello di comportamenti, società e potere.” – Yorgos Lanthimos

Dopo il futuro distopico di The Lobster, l’asettico presente de Il Sacrificio del Cervo Sacro (qui la nostra recensione), Yorgos Lanthimos procede a un salto indietro nel tempo, per condurci all’alba del ‘700, alla corte della Regina Anna di Gran Bretagna. Così il regista greco, considerato a pieno titolo tra gli autori più innovativi del panorama contemporaneo,  presenta in concorso alla 75. Mostra del Cinema di Venezia La Favorita (The Favourite): una parabola sul potere, la condizione femminile e la crudeltà insita nella natura umana.

Storia, linea surrealista e deformazione grottesca si incontrano al crocevia di un triangolo amoroso: quello tra Anna Stuart (regina stanca e malatissima, devastata nel corpo e nell’animo da un coacervo di malattie e 17 gravidanze fallite), la sua amica d’infanzia, consigliera e amante Sarah Churchill Duchessa di Malborough, e una sua lontana cugina, Abigail Masham (giovane Lady decaduta, perduta a carte da suo padre, giunta a corte dopo orribili peripezie).

Abigail (Emma Stone) ha i grandi occhi della disgrazia e della virtù: un vantaggio non indifferente, considerata la sua determinazione a scalare velocemente la piramide sociale, da sguattera a favorita di corte. Al contrario, la Duchessa di Malborough (Rachel Weisz) è celebre per il suo carattere aperto, onesto e diretto (magari vagamente brutale). Al centro, la Regina (Olivia Colman): un grosso corpo, tormentato dalla gotta e disperatamente in cerca d’amore. Il suo breve regno resta poco più di una nota ai margini della Storia, segnando la fine della dinastia Stuart. Ora, Yorgos Lanthimos ha scelto questo strano “scenario pre-illuminista” per mettere in scena il suo primo film in costume: un tripudio di balli di gruppo, giganti parrucche e anatre portate al guinzaglio.

Lanthimos con La Favorita allestisce il suo personale Teatro della crudeltà, moltiplica e dissolve riferimenti e citazioni (Da Barry Lindon di Stanley Kubrick a Il re muore di Eugene Ionesco), mentre il triangolo d’amorosi sensi si fa sempre più perverso, si intreccia con lo scontro politico di Whigs e Tories. Il parlamento, come la corte, si fanno così spettacolo dell’assurdo. Un palcoscenico con tre splendide protagoniste, impegnate a scambiarsi incessantemente il ruolo di vittima e di carnefice.

Questa insolita, splendida partita di scacchi, per certi versi è estenuante. Soprattutto nella seconda parte, La Favorita si rivela infatti un’opera debordante, dall’intelligenza sottile, ma gravata da qualche lentezza (da imputarsi più alla sceneggiatura che non alle superbe soluzioni visive di Yorgos Lanthimos).

Se The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro erano impeccabili macchine a orologeria, quasi stranianti nella perfezione della forma, questo è un film stranamente più umano, destinato a scatenare reazioni contrastanti e dividere il pubblico (compresi grandi estimatori del regista).

Il cinema di Yorgos Lanthimos è uno strano animale, che domanda attenzione, stupore e disagio.

In un panorama di emozioni rapide, La Favorita è un film da meditare, che si rivela nel tempo, nelle sensazioni sottotraccia. E per questo, non possiamo che amarlo.

#thelovingmemory

#SullaMiaPelle : la recensione in anteprima del film di Alessio Cremonini. #Venezia75

di Marta Zoe Poretti

*recensione pubblicata anche su L’indiependente

Standing ovation e un lungo, interminabile applauso per Sulla mia pelle di Alessio Cremonini: il film che racconta gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, selezionato come titolo di apertura della sezione Orizzonti della 75. Mostra del Cinema di Venezia.

Aprire il Festival con un film già oggetto di tante polemiche, era inevitabilmente una scelta politica.

Il nome di Stefano Cucchi, purtroppo, non sembra aver bisogno di presentazioni. Arrestato il 15 Ottobre 2009 in Via Lemonia a Roma, accusato di possesso e spaccio di droga, morirà 7 giorni più tardi all’Ospedale Sandro Pertini ( ancora in custodia cautelare e in attesa di giudizio). Sulla vicenda non esiste ancora una “verità giudiziaria”: il processo-bis è tutt’ora in corso, in un balletto di assoluzioni e condanne, che coinvolgono alcuni agenti delle forze dell’ordine e della polizia penitenziaria (accusati di omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità) oltre a diversi medici (accusati di abbandono d’incapace e omicidio colposo). Al contrario, la verità che la sorella Ilaria Cucchi e i familiari di Stefano mostrano attraverso fotografie, referti e testimonianze dirette, è più tragica e chiara: Stefano è stato brutalmente picchiato, ed è morto dopo un’intera settimana di agonia, conseguenza delle gravi lesioni riportate.

Quella di Ilaria Cucchi è una battaglia che prosegue strenuamente da quasi 10 anni (impossibile dimenticare le parole dell’allora ministro Giovanardi – che liquidava la morte di Stefano Cucchi come l’inevitabile fine di un drogato, anoressico e sieropositivo, salvo poi scusarsi con la famiglia per la falsità delle affermazioni).

Ora, il film di Alessio Cremonini ricostruisce con assoluto rigore i 7 giorni del calvario di Stefano Cucchi (la sceneggiatura è basata sugli atti giudiziari e processuali). Soprattutto: chi si aspettava un banale film drammatico, pronto a indulgere sugli istanti più crudi di una vicenda straziante, ieri ha davvero dovuto ricredersi. Sulla mia pelle, al contrario, è un’opera sorprendente, che non concede nulla allo spettacolo, scegliendo un realismo crudo, essenziale e carico di dignità. Difficile immaginare un film più perfetto per restituire la verità su Stefano Cucchi, domandare giustizia per una pagina nera della Storia del nostro paese.

Sarebbe stato facile cadere nei cliché del film di denuncia, oppure realizzare un’opera ricca di contenuti, ma dal linguaggio stereotipato, come si conviene (soprattutto in Italia) a un onesto film tv per la prima serata. Per fortuna, Sulla mia pelle non è niente di tutto questo.

Alessandro Borghi (già protagonista di Suburra, Napoli velata di Ferzan Ozpetek e Non essere cattivo, l’ultimo film di Claudio Caligari) nella parte di Cucchi regala un’interpretazione da Leone: un esempio di mimesi totale, che restituisce integralmente gestualità, espressioni, voce e quell’ironia incrollabile che Stefano ha conservato fino all’ultimo.

Non ci sarà alcuna rivelazione: quello che accadde dietro una porta chiusa, tra Stefano e tre agenti dell’arma dei Carabinieri, non verrà mai mostrato. La vera domanda, quella che oltrepassa il caso di cronaca e rivela un paese sempre più spaccato e ferito, resta la stessa. Sì, il ragazzo era tossicodipendente. Sì, è altamente probabile che vendesse hashish e forse anche droghe pesanti. Per questo meritava di morire?

SULLA MIA PELLE

Grazie al film, anche chi conosce la vicenda scoprirà qualche dettaglio meno noto (ma capace di spezzarti il cuore). Ad esempio: come Stefano sia passato attraverso tante diverse strutture carcerarie e ospedaliere, con evidenti segni di percosse, già in condizioni disperate, nell’indifferenza di una lunga serie di persone (che certo avevano capito la situazione, ma desideravano solo non essere coinvolte). Oppure, come la famiglia (interpretata da Jasmine Trinca, Max Tortora e Silva Marigliano) abbia disperatamente cercato di incontrare il ragazzo, avere informazioni sulle sue condizioni dopo il ricovero, senza mai ottenere i necessari permessi. Non avevano idea della gravità della situazioni, e hanno avuto notizia del decesso con un atto formale: la richiesta di autorizzazione per l’autopsia.

Dopo l’anteprima mondiale della Mostra del Cinema di Venezia, Ilaria Cucchi ha rivolto un tweet direttamente al Ministro dell’Interno Matteo Salvini – tornato solo il mese scorso a esprimersi in favore dell’abolizione del reato di tortura per le forze dell’ordine.

Non è necessario aggiungere altro. Il film di Alessio Cremonini ha l’incredibile merito di non esprimere giudizi, non indulgere in nessuna facile morale, colpendo all’anima e allo stomaco solo con la forza dirompente delle immagini.

Secondo Jean-Luc Godard “il cinema è verità 24 volte al secondo”. E’ certo questo il caso di Sulla mia pelle, un film che fa piangere lacrime vere, amare e calde, come quelle che ieri in Sala Darsena a Venezia univano indistintamente autori, cast, produzione, stampa e pubblico.

L’abbraccio di Alessandro Borghi e Ilaria Cucchi, più del glamour e dei red carpet, resta l’immagine simbolo della prima giornata alla Mostra del Cinema di Venezia.

Troverete Sulla mia pelle in streaming su Netflix (che ha scelto di rendere disponibile il film in ben 190 paesi) a partire dal 12 Settembre – ed in una serie di cinema selezionati grazie a Lucky Red.

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#thelovingmemory

 

END OF JUSTICE – Nessuno è innocente. La recensione del film con Denzel Washington

di Marta Zoe Poretti

Il 2018 è anche il cinquantesimo anniversario del ’68: al polo opposto della celebrazione, arriva in sala End of Justice – Nessuno è innocente, secondo lungometraggio da regista di Dan Gilroy (già autore dell’ottimo The Nightcrawler – Lo sciacallo, 2014). Per il legal-drama che è valso a Denzel Washington l’ottava candidatura all’Oscar come Miglior Attore, il volto storico di Malcolm X diventa interprete di una parabola amara (per non dire drammatica) sul crepuscolo di ogni ideale. Roman J. Israel, protagonista assoluto di End of Justice, è infatti un ex militante delle Black Panthers, che ha dedicato la sua intera esistenza alla battaglia per i diritti civili, solo per trovare che ormai non ha più un posto nel mondo.

Ispirato a Il verdetto (1982) di Sidney Lumet, anche End of Justice è un dramma che non ricostruisce un procedimento giudiziario, ma cerca l’essenza e l’anima dell’avvocato protagonista.

Roman J. Israel (Denzel Washington) ha vissuto per decenni nell’ombra del suo socio: lo studio si è sempre schierato al fianco delle minoranze etniche, offrendo assistenza legale pro-bono a minorenni, piccoli criminali e chiunque viva ai margini della società. Ruolo di Roman, forte di una conoscenza quasi prodigiosa dei codici di legge, era predisporre la linea di difesa, senza mai avvicinarsi concretamente né ai clienti né alle aule di tribunale. Ma quando il suo storico socio ha un malore, nel giro di pochi giorni la vita di Roman torna a scontrarsi violentemente con la realtà.

Senza lavoro, senza il suo unico amico, Roman dovrà accettare l’offerta George Pierce (Colin Farrell): avvocato ben più spregiudicato e dedito al profitto. Non va meglio quando il vecchio Roman J. Israel cerca di riavvicinarsi alla protesta sociale: nonostante la stima di Maya (Carmen Ejogo), i giovani afro-americani e il loro linguaggio sembrano ormai alieni, con cui Roman non è minimamente in grado di entrare in contatto.

 

End of Justice – Nessuno è innocente diventa così la triste storia di un riscatto impossibile. Denzel Washington, nel ruolo di Roman J. Israel è quasi irriconoscibile: goffo, appesantito, irrimediabilmente buffo nelle sue mise démodé. Peccato che il film si riveli presto debole: privo di una trama davvero convincente, questa volta Dan Gilroy lascia tutto il peso del film sulle spalle del protagonista. E benché si tratti di un gigante della Storia del cinema americano, non basta a salvare una sceneggiatura superficiale (e una grande occasione mancata).

Restano una splendida colonna sonora Jazz, una Los Angeles luminosa e indifferente, l’ipad e i grossi occhiali di Roman/Denzel Washington, per un film che sembra dedicato solo ai fan più irriducibili del protagonista di Malcolm X (1992), Philadelphia (1993),Training Day (2001) e una incredibile serie di storie, capaci di conservare una forte valenza sociale anche nel contesto del cinema più commerciale.

Per rivedere Denzel Washington al suo massimo splendore, non resta forse che aspettare il sequel di The Equalizer – Il vendicatore, adattamento della serie cult anni ’80 Un giustiziere a New York.

#EndofJustice è in sala da Giovedì 31 Maggio con #WarnerBros

#thelovingmemory

#Dogman e #LazzaroFelice : cosa raccontano i film italiani premiati a #Cannes

di Marta Zoe Poretti

"Grazie a questa incredibile giuria e la sua incredibile 
presidentessa(…) Grazie ai produttori e tutti quelli che 
hanno reso possibile questo film e questa sceneggiatura 
bislacca, grazie per averla preso seriamente 
come i bambini prendono seriamente i giochi.”

Così Alice Rohrwacher ha ringraziato la giuria di Cannes e Cate Blanchett, che hanno scelto di premiare il suo Lazzaro Felice per la Migliore Sceneggiatura. Come per Marcello Fonte, Miglior Attore grazie a Dogman di Matteo Garrone, quella della giuria è una linea precisa: premiare la diversità, il coraggio di un cinema che prende solo strade traverse, capace di mirare al cuore senza cedere alle lusinghe dello spettacolo, né agli artefatti tipici dell’autorialità (vera o presunta).

Il cinema italiano conquista così il Festival di Cannes 2018, con due film che non potrebbero essere più diversi, eppure hanno un sostanziale punto in comune: raccontare la tenerezza, attraverso due protagonisti dal candore assoluto, esclusi brutalmente dalla società e dagli uomini. Come a dire che bontà, gentilezza e dedizione rappresentano ormai un dato non realistico, un sintomo di alienazione, o forse la più inaccettabile tra le provocazioni.

Lazzaro Felice arriva oggi nelle nostre sale. Fin dal primo fotogramma, il terzo lungometraggio di Alice Rohrwacher dichiara la sua diversità, che parte dalla scelta di girare il film in 16 millimetri. Lontana dall’estetica del digitale, ma anche dalla perfezione del 35 millimetri (suo nobile fratello maggiore), il 16mm è la pellicola delle avanguardie e del cinema a basso costo, la cui grana spessa, non perfettamente definita risulta oggi quasi straniante. Nell’era del 4K, la scelta stessa del Super16 rappresenta un invito: abbandonarsi a una fiaba insolita, dai tempi dilatati, imperfetta e fuori dal tempo.

Lazzaro (Adriano Tardiolo) è un mezzadro: come a dire uno schiavo, la cui vita appartiene e dipende dalla Marchesina Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi). Il ragazzo non conosce altra realtà che l’Inviolata, le sue piantagioni di tabacco, il casale dove vive con Antonia (prima Agnese Graziani, poi Alba Rohrwacher) e altre decine di contadini, ammassati come fossero bestiame. Come ogni estate, la Marchesa raggiunge l’Inviolata con suo figlio Tancredi (Luca Chikovani). A differenza della madre, il Marchesino odia la tenuta, e nel disperato tentativo di sfuggire alla noia, sceglie come amico proprio Lazzaro. La bontà di Lazzaro ne aveva già fatto una sorta di scemo del villaggio: quello a cui tutti si rivolgono quando hanno bisogno di qualcosa. Ma tra l’indolente nobile e il candido ragazzo, nasce un’amicizia istantanea e vera. Un legame così autentico che finirà per rivoluzionare la vita di tutti, rompendo quel “grande inganno” che esclude l’Inviolata dalla realtà.

Lazzaro felice è un film senza coordinate: attraversa lo spazio e il tempo, mescolando presente e passato, la realtà più cruda e l’incanto della fiaba. Ma le differenze tra città e campagna, libertà e schiavitù non si rivelano che illusorie. Da Vetriolo e Bagnoregio, dagli scenari del viterbese a Castel Giorgio e la provincia di Terni, fino a una strana modernità metropolitana (che è il mash-up di Milano, Torino e Civitavecchia), il film di Alice Rohrwacher racconta una ferita italiana: ancora quella illustrata nel 1975 da Pier Paolo Pasolini con “La scomparsa delle lucciole”. Una società che ha annientato i valori della cultura rurale, senza riempire il vuoto di autentico progresso.

Uno scenario ferale, dove la sopraffazione e l’esclusione dei più deboli si consolida come norma, finalmente invincibile, già che non corrisponde più a una Signora Marchesa, ma al muro senza volto di una società intera.

 

Sia il film di Alice Rohrwacher che Dogman di Matteo Garrone sono l’esempio di un cinema italiano finalmente moderno, che conosce e interpreta le sue radici, su tutte la lezione neorealista: infinitamente replicata, ma raramente così meditata, compresa e riscritta nell’ottica di un racconto contemporaneo.

Con Dogman, Garrone proietta una leggenda della cronaca nera (quella del Canaro della Magliana) nel tempo presente e nello spettrale scenario del Villaggio Coppola di Castel Volturno. Un luogo letteralmente ai confini della realtà, paradiso balneare della criminalità organizzata, ormai tetro monumento alla speculazione edilizia.

Se Garrone è tornato alla stessa location de L’imbalsamatore (2002), anche il legame con Primo Amore (2004) è dichiarato: il volto sinistro e beffardo di Vitaliano Trevisan (che del film era protagonista e sceneggiatore) è tra i primi ad accogliere l’arrivo di Marcello in carcere.

Marcello Fonte è Dogman ma resta Marcello: il premio a Cannes per il Miglior Attore è anche un premio per l’autore, che (ancora una volta) ha scelto un attore vissuto ai margini dello spettacolo per interpretare un uomo ai margini della società. Più oltre, il lavoro di Garrone con Marcello Fonte trova un equilibrio irripetibile tra tragedia classica e quella “teoria del pedinamento” che è alla base della nascita del Neorealismo.

In Dogman, come nella tragedia classica, il destino dell’eroe è noto fin dall’inizio, mentre la storia procede fatale verso una rovina ineluttabile.

Il dispositivo più antico e potente della tragedia incontra qui il cinema di Cesare Zavattini: l’idea di pedinare il personaggio, in un corpo a corpo che rivela attraverso espressioni e gesti comuni la sua anima profonda.

Dogman diventa così una perfetta tragedia contemporanea, dove umanità e verità si rivelano nel paradosso dell’alterazione iperrealista.

 

Meno perfetta la pellicola di Alice Rohwacher, bislacca per la sua stessa autrice, che rinuncia all’equilibrio e rifiuta la dittatura del ritmo, perché risplenda la magia del silenzio, dei primi piani, del suo Lazzaro.

Anche il realismo magico di Lazzaro felice, fiaba e racconto morale dal sostrato dichiaratamente politico, è intimamente legato al Neorealismo e la sua rivoluzionaria idea di profondità e “pedinamento”.

Per questo, poco importa delle imperfezioni: in un mercato impazzito, schiavo di continue nuove uscite (destinate presto a bruciarsi in nome della moltiplicazione dell’offerta) Dogman e Lazzaro felice sono l’affermazione di un cinema necessario, dalla vera urgenza narrativa, che domanda tempo, sensazioni e tutta la nostra attenzione.

#thelovingmemory

#Dogman #LazzaroFelice

#1Maggio Tra le novità al cinema anche L’ISOLA DEI CANI (Isle of Dogs). La recensione in anteprima del nuovo film di Wes Anderson

di Marta Zoe Poretti

Scelto come film d’apertura per l’ultima edizione del Festival di Berlino e premiato con l’Orso d’argento per la Miglior regia, L’isola dei cani (Isle of Dogs) di Wes Anderson è tra le grandi novità in sala da martedì Primo Maggio.

Dimenticate pure prospettive impeccabili e delicate palette dai colori pastello: per il suo nono lungometraggio l’autore di Gran Budapest Hotel, I Tenenbaum e Monnrise Kingdom ha scelto di tornare a una tra le più antiche e complesse tecniche di animazione cinematografica (già sperimentata nel 2010 con Fantastic Mr. Fox): il risultato è il più lungo e complesso film in Stop Motion mai realizzato.

L’Isola dei cani è anche la lettera d’amore di Wes Anderson al cinema giapponese (in particolare Akira Kurosawa) e l’immaginario nipponico in genere: dalle maschere del teatro Kabuki agli scenari naturali, ritratti con delicate sfumature ad acquerello.

Dalle miniature in plastilina animate fotogramma per fotogramma in Stop Motion (anche detta tecnica del “passo uno”) alle migliaia di fondali dipinti a mano, Wes Anderson realizza un film fuori del tempo, senza alcun ausilio di CGI e computer grafica, quasi straniante per eterogeneità e ricchezza dell’amalgama audiovisiva.

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2037. In un immaginario Giappone del futuro, il potere assoluto appartiene al sindaco della città di Megasaki. In seguito ad una (vera o presunta) epidemia d’influenza canina, il dittatore ha deciso di esiliare tutti i cani del paese sulla Trash Island: letteralmente un’isola d’immondizia. Sarà proprio il nipotino del sindaco, intrepido dodicenne di nome Atari Kobayashi, a dirottare un piccolo aeroplano e atterrare sull’Isola dei cani: scopo della sua missione ritrovare il fedele cane Spots. Ad accompagnarlo nella missione (apparentemente impossibile) un branco di meticci con qualche macchia ma senza paura: Rex, Chief, Duke, Boss e King. Gli improbabili cagnacci si riveleranno compagni coraggiosi e leali, proteggendo Atari dall’esercito e dai molti pericoli di una missione che, in fondo, mira alla libertà e il riscatto di umani e quadrupedi.

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Scritto con i collaboratori di sempre, Roman Coppola e Jason Schwartzman, e l’aiuto dell’attore Kunichi Nomura (uno degli interpreti di Grand Budapest Hotel), L’Isola dei Cani riunisce anche tutti i grandi protagonisti del cinema di Wes Anderson: un coacervo di voci d’eccellenza, tra cui Bill Murray, Edward Norton, Tilda Swinton, Jeff Goldblum, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, Frances McDormand e perfino Yoko Ono (nella parte di se stessa).

Voci familiari a parte, Isle of Dogs è un’opera di rottura, che non somiglia a nessun film d’animazione che abbiate già visto. E se la poetica di Wes Anderson resta la celebrazione di weirdo e drop-out, strambi, diversi e chiunque viva relegato ai margini della società, questa nuova variazione sul tema rappresenta una scelta di sperimentazione radicale, lontana da quei tratti distintivi che hanno fatto la fortuna del suo cinema.

Per questo, L’isola dei cani è un film destinato a spiazzare sia i fan che i detrattori del regista texano, conquistando anche i più intolleranti alle vecchie cartoline dai colori confetto. Lasciatevi stupire: in un mare di immagini omologate, il nuovo film di Wes Anderson è un autentico atto d’amore per l’arte cinematografica.

Dopo il successo al #Comicon2018, #LIsolaDeiCani è al cinema dal #1Maggio grazie a 20th Century Fox.

#thelovingmemory

*trovate la recensione anche sul sito www.lindiependente.it

MOLLY’S GAME. La recensione in anteprima del film con Jessica Chastain, scritto e diretto da Aaron Sorkin

di Marta Zoe Poretti

Aaron Sorkin è un autore che non ha bisogno di presentazioni: dall’esordio con Codice d’onore, legal drama del 1992 con Jack Nicholson, Tom Cruise e Demi Moore, Sorkin ha riscritto le regole della sceneggiatura americana, imponendo il suo stile inconfondibile, strutturato su dialoghi serrati, dov’è la parola a guidare l’immagine.

Premio Oscar nel 2011 per The Social Network, negli anni ’90 Aaron Sorkin si impone come sceneggiatore e show-runner grazie al successo di Codice d’onore, Malice – Il sospetto (1993) e di West Wig – Tutti gli uomini del Presidente (1999-2006), serie destinata a fare scuola; ma è anche lo scrip-doctor che contribuisce in modo determinante al successo di Schindler’s List di Steven Spielberg (1993). La sua visione è un punto di riferimento per i serial di nuova generazione: tra i suoi lavori troviamo anche The Newsroom (2012-2014) e Studio 60 on the Sunset Strip (2006-2007).

Dopo il successo del biopic Steve Jobs (2015), Sorkin ha incontrato Molly Bloom: non il personaggio immaginario di James Joyce, ma l’autentica Principessa del Poker, partita dal nulla e arrivata a gestire le più esclusive serate di Texas Hold’em clandestino. L’ascesa è folgorante come la caduta: arrestata nel 2014 dall’FBI, Molly Bloom si dichiara colpevole ed è disposta ad affrontare le pesanti conseguenze di un processo, senza mai accettare immunità né altre ipotesi di patteggiamento, in cambio di nomi e segreti dei suoi clienti (una lunga lista che comprende star di Hollywwod, imprenditori, finanzieri e altri tycoon di Wall Street, ma anche affiliati della mafia russa).

All’inizio Sorkin non era convinto di accettare l’adattamento cinematografico dell’autobiografia di Molly Bloom: in questa storia di decadenza hollywoodiana erano coinvolte troppe persone reali, tra cui amici dello stesso sceneggiatore. Ma è proprio a questo punto che Sorkin scopre una persona completamente diversa da quanto si aspettasse:

“Dopo 15 minuti, volevo disperatamente scrivere questo film, 
perché ho scoperto che lei ha pagato un prezzo molto alto 
per aver preso la mia stessa posizione, che a me però 
non costava nulla.”

Molly’s Game diventa così non solo una sceneggiatura, ma anche la prima regia di Aaron Sorkin: celebrazione di una donna forte, che in nome di lealtà e integrità sceglie di rischiare la vita, il carcere (e rinuncia a svariati milioni di dollari). Interprete di questa protagonista anomala, carismatica e complessa, è una impeccabile Jessica Chastain: il film sceglie la sua voce in prima persona per condurci attraverso una strana storia, che inizia da una campionessa olimpionica mancata.

Prima di sopravvivere alla giunga del poker clandestino, da ragazzina Molly Bloom era già sopravvissuta a un’operazione alla spina dorsale, continuando la sua carriera di sciatrice professionista, specializzata in free-style. Una rovinosa caduta le impedisce di qualificarsi alle olimpiadi: la delusione di suo padre (Kevin Costner) e la continua sfida alla sua autorità resteranno il leitmotiv della sua adolescenza. Trasferita a Los Angeles, Molly rimanda l’inizio della scuola di legge all’Università di Harvard. La vita notturna è straordinariamente più attraente: proprio mentre lavora come cameriera, Molly incontra Dean Keith (Jeremy Strong), diventando la sua assistente personale. E’ lui a introdurla alle serate di poker clandestino, organizzate ogni Martedì al Cobra Lounge (che nella realtà corrisponde al Viper Club, di proprietà di Johnny Depp). Anche il vero deus ex-machina di quest’universo parallelo è protetto da un nome di fantasia: Giocatore X (Michael Cera). Con la sua complicità Molly Bloom diventerà l’organizzatrice delle serate più ambite, prima a Los Angeles, poi a New York, con un buy-in (cifra minima per l’accesso) di 250.000 dollari.

MOLLY'S GAME

Quando una mattina del 2014 viene arrestata da 17 agenti dell’FBI armati fino ai denti, Molly è fuori dal giro già da 2 anni: solo l’impegno dell’avvocato Idris Elba (Charley Jaffrey) potrebbe salvarla da una condanna esemplare.

Per quanto Molly Bloom si sia limitata a confermare le dichiarazioni di altri imputati, senza mai cedere all’FBI informazioni, mail e messaggi dei giocatori, è noto che il fantomatico Player X corrisponda a Tobey Maguire (all’apice del successo dopo Spiderman): la sua è una figura obliqua, cinica e sprezzante, capace di abbandonare Molly senza mi voltarsi indietro. Altri giocatori compulsivi che animavano i tavoli verdi, sono in realtà Leonardo Di Caprio, Ben Affleck, Matt Damon e Macaulay Culkin.

Ma il film scritto e diretto da Aaron Sorkin è tutto per lei, Molly Bloom: nel suo cinema è sempre, solo il personaggio al centro dell’azione, che procede attraverso una fitta serie di dialoghi e monologhi in voice-over, rivelando sempre più informazioni, emozioni e sfumature.

Il risultato è un film solido e avvincente, in sala da Giovedì 19 Aprile grazie a Rai Cinema e 01 Distribution.

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