L’AMORE SECONDO ISABELLE. La recensione in anteprima della nuova commedia con Juliette Binoche

di Marta Zoe Poretti

Ispirato ai Frammenti di un discorso amoroso del maestro Roland Barthes, il nuovo film di Claire Dénis sceglie una luminosa Juliette Binoche per raccontare sentimenti, relazioni e altri disastri. Il risultato è una commedia sofisticata, anti-romantica e ricca di ironia, dal titolo L’amore secondo Isabelle (Un beau soleil interieur): uno tra i titoli più apprezzati nell’edizione 2018 di Rendez-vous – Festival del Nuovo Cinema Francese.

Sullo sfondo della ville lumière, il film racconta le avventure di Isabelle (Juliette Binoche): cinquantenne parigina, pittrice affermata, intenta a riscoprire dopo un divorzio regole e inganni del misterioso mondo delle relazioni. Tra illusioni, passioni fugaci e fiumi di lacrime, Isabelle insegue una meravigliosa utopia: quella del vero Amore. In questo viaggio di formazione troverà sulla sua strada banchieri e mentitori, attori e saltimbanchi, uomini indecisi, inadeguati oppure ossessivi, senza mai perdere quell’ardente speranza. Quando si rivolgerà a un indovino (Gerard Depardieu), le consiglierà di coltivare il suo bel sole interiore: l’uomo dei suoi sogni esiste e, se pur non si sa bene quando, è certo pronto ad arrivare.

Claire Dènis e Juliette Binoche si addentrano nel campo minato della commedia sentimentale con classe ineffabile, realizzando il miracolo di un film lieve, aggraziato, immune da facili cliché.

Fin dalla prima sequenza assisteremo a immagini lontanissime dalle selvagge e perfette sessioni erotiche del cinema Hollywoodiano: il banchiere amante di Isabelle (Xavier Beauvois) non è bello, non è prestante e oltretutto non è affatto un gentiluomo.

Claire Dènis, sul modello del saggio di Barthes, procede così per rapide impressioni, rappresentando attraverso una giostra di personaggi tutte le emozioni dell’innamoramento: attesa, euforia, dubbio, disillusione, e su tutto tanto, delizioso tormento.

Lo spettacolo di varia umanità che attraversa la vita di Isabelle è reso prezioso dalle brevi ma folgoranti apparizioni di grandi interpreti del cinema francese: Gerard Depardieu (irresistibile cartomante, che regala un piano-sequenza destinato a fare scuola), Philippe Katherine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Devauchelle, Paul Blain e Valeria Bruni Tedeschi.

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L’amore secondo Isabelle, vincitore del Prix SACD al Festival di Cannes 2017 e segnalato come “film della critica” dall’SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani) vi aspetta in sala da Giovedì 19 Aprile.

#thelovingmemory

THE HAPPY PRINCE – L’ULTIMO RITRATTO DI OSCAR WILDE. La recensione in anteprima del film di Rupert Everett

di Marta Zoe Poretti

Fin dagli albori il cinema si è rivolto a Oscar Wilde come una riserva inesauribile di storie, personaggi, variazioni: dall’adattamento de Il ventaglio di Lady Windermere di Ernst Lubitsch (1925) a Wilde Salomé di Al Pacino (2011), esistono almeno diciotto versioni solo de Il ritratto di Dorian Gray. Nel 1997 l’icona del poeta e drammaturgo irlandese – che ha conosciuto l’apice del successo, i fasti dell’alta società londinese, poi la vergogna e la rovina a seguito della condanna per omosessualità, che in Inghilterra resta un reato fino al 1968 – ha trovato la sua perfetta incarnazione in Stephen Fry. Se Wilde di Brian Gilbert raccontava tormento, debolezze, ma soprattutto la grandeur del genio e del dandy, oggi Rupert Everett sceglie di raccontare Monsieur Melmoth: un uomo che ha perso tutto, costretto all’esilio in Francia, disperatamente in cerca di denaro e qualche ultimo, fugace piacere.

Ci sono voluti dieci anni perché Everett trovasse i finanziamenti per The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde: un film che racconta con realismo implacabile il crepuscolo di un idolo, spogliato di ogni aura, ma certo brillante fino all’ultimo respiro.

Everett ha scritto, diretto e interpretato un’opera struggente, che dimostra come Oscar Wilde, autore tra i più celebri della letteratura occidentale intera, resti un uomo che non finiremo mai di conoscere.

L’attore inglese (che ha ispirato volto e sembianze di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo di Tiziano Sclavi) aveva già interpretato Un marito ideale (1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (2002) negli adattamenti firmati Oliver Parker. Quindi, ha conquistato pubblico e critica come protagonista di The Judas Kiss, dramma teatrale di David Hares, che si concentra proprio sul rapporto tra Wilde e Lord Alfred Douglas, detto Bosie: il grande amore e la rovina della sua vita.

Quindi, scrivendo la sceneggiatura di The Happy Prince, Everett si concentra sui misteri che caratterizzano la fine di Wilde. Come sottolineato anche nella conferenza stampa romana, è il poeta stesso l’artefice della sua rovina: è lui a denunciare per calunnia il padre di Lord Alfred Douglas, che l’aveva accusato pubblicamente di sodomia, sempre lui a innescare la macchina processuale, come non fosse consapevole delle conseguenze. Tanta hybris sarà duramente punita: il Marchese di Queensberry non fatica a trovare testimonianze tra i mercenari del sesso, mentre il tribunale infligge a Oscar una condanna esemplare, con due anni di lavori forzati. Rupert Everett ha sottolineato un altro dettaglio importante: il governo inglese ha lasciato a Wilde ampio margine di fuga, prima che l’arresto diventasse effettivo. Per questo, la sua fine assume i contorni di un martirio ostinato, volontario e auto-inflitto.

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde racconta gli anni dell’esilio francese. Per quanto cerchi ancora di mostrarsi elegante e charmant, Wilde è un uomo anziano, provato irrimediabilmente dalla vergogna e dagli orrori della prigionia. Decide di chiedere un’ultima volta il perdono di sua moglie, Constance Holland (Emily Watson). Benché gli venga negato, la donna provvede ancora al pagamento della sua rendita, mentre al suo fianco restano solo gli amici più fidati, Robbie Ross (Edwin Thomas) e Reggie Turner (Colin Firth). Incapace di accettare l’amore di Robbie (che comunque resterà fino in fondo), Oscar si abbandona alla scelta più folle: incontrare ancora Lord Alfred Douglas (Colin Morgan). Dopo la fuga a Napoli e qualche mese di stravizi, una volta a corto di fondi, Bosie torna immancabilmente alla sua routine di lusso e privilegi. Al contrario, la vita di Oscar Wilde finirà il 30 Novembre del 1900 in una squallida pensione parigina: al suo capezzale restano solo Reggie, Robbie Ross e due giovani fratelli francesi, nella fattispecie un fiammiferaio e un gigolò, protagonista di qualche ultimo momento purpureo.

Nonostante si tratti della sua prima regia, Rupert Everett realizza un’opera complessa con la sicurezza di un autore consumato. Il film moltiplica i piani del racconto, attraversando presente e passato, realtà e sogno, in perfetto equilibrio tra stilizzazione, struttura teatrale e realismo più crudo.

L’ispirazione è chiaramente Morte a Venezia e il cinema di Luchino Visconti, ma non esclude l’utilizzo ricorrente della macchina a spalla, delle luci naturali e i piani ravvicinati, che rimandano a Dogme 95 e i film dei fratelli Dardenne.

Oscar Wilde/Rupert Everett è anche la voce narrante del film. Naturalmente, non si dedicherà banalmente ai fatti, ma ai versi del De Profundis, La ballata del carcere di Reading e la favola de Il principe felice: magnifico e dolente contrappunto alla bruttura della realtà, mentre la fine si fa ineluttabile.

 

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde (prodotto con il contributo determinante di Palomar e Carlo degli Esposti) è al cinema da Giovedì 12 Aprile grazie a Vision Distribution.

“Some love too little, some too long,
Some sell, and others buy;
Some do the deed with many tears,
And some without a sigh:
For each man kills the thing he loves,
Yet each man does not die.”

Oscar Wilde, The Ballad of Reading Gaol

*Trovate questa recensione anche sul sito: www.lindiependente.it

IO SONO TEMPESTA. La recensione in anteprima del nuovo film di Daniele Luchetti, con Marco Giallini ed Elio Germano

di Marta Zoe Poretti

A trent’anni esatti da Domani accadrà, primo lungometraggio prodotto da Nanni Moretti e Sacher Film, Daniele Luchetti presenta Io sono tempesta: un’opera che dichiara apertamente la sua appartenenza alla storia della commedia all’italiana, ma non rinuncia a un impianto contemporaneo e qualche incursione in territorio non-sense.

Protagonista assoluto è Marco Giallini, alias Numa Tempesta: spregiudicato finanziere, celebre per il suo fondo da un miliardo e mezzo di euro. Praticamente un piazzista a cinque stelle, che si distingue per l’assoluta assenza di scrupoli. La sua ultima trovata è costruire una nuova Dubai tra desolate montagne del Kazakistan. Mentre è impegnato a circuire un pool di investitori internazionali, la giustizia italiana torna a bussare alla sua porta. Per Numa Tempesta è arrivato il momento di scontare una vecchia condanna per frode fiscale: per evitare il carcere, dovrà svolgere 12 mesi di servizi sociali.

E’ così che un uomo abituato al lusso più estremo si trova a servire pasti caldi in un centro d’assistenza, gestito con pugno di ferro dall’irreprensibile Angela (Eleonora Danco). Con grande disappunto, Numa scoprirà che la donna è impossibile da corrompere: se non dimostra empatia verso gli utenti del centro, può dire addio al passaporto e tutti i mirabolanti progetti kazaki. Almeno, finché un ragazzo-padre senza tetto, Bruno (Elio Germano), si rivela il suo improbabile alleato. La sua trovata è semplice ma anche geniale: per conquistare le simpatie di Boccuccia, Slavo, l’Ingegnere e gli altri disagiati del centro, perché non provare col denaro?

Io sono tempesta di Daniele Lucchetti è un film dallo scopo preciso: raccontare la povertà da una prospettiva inedita, priva di accenti drammatici e (vere o presunte) analisi sociali. Il risultato è una commedia iperrealista e agrodolce, dove (per una volta) sono i buoni che diventano cattivi.

La sceneggiatura (scritta da Luchetti con Sandro Petraglia e Giulia Calenda) prende spunto da un noto fatto di cronaca: la condanna di Numa Tempesta ai servizi sociali è ovviamente ispirata a quella di Silvio Berlusconi dopo il processo Mediaset. Ma questa volta non erano l’attualità né il realismo a interessare il regista de Il portaborse (1991), La scuola (1995), Mio fratello è figlio unico (2007) e La nostra vita (2010). Lo spunto reale cede presto al desiderio di realizzare una tragicommedia, una autentica “opera buffa”, che gioca costantemente col limite del grottesco e strizza l’occhio al caro vecchio Don Giovanni di Tirso De Molina, ingannatore che non mostrerà alcun accenno al pentimento.

Completano l’aura iperrealista la superba fotografia di Luca Bigazzi – fidato D.O.P. di Paolo Sorrentino da L’amico di famiglia (2005) al nuovo, attesissimo Loro (in arrivo il prossimo 24 Aprile) – il montaggio di Mirco e Francesco Garrone e le musiche di Carlo Crivelli.

Certo, mentre Luchetti moltiplica riferimenti e citazioni (da I soliti ignoti di Mario Monicelli ai perturbanti scenari alberghieri, omaggio a Shining di Stanley Kubrick), il film risente forse della divisione in tre atti, che ritarda il pay-off e un finale che non sembra convincere buona parte della critica.

In compenso, Marco Giallini regala una delle interpretazioni più folgoranti della sua carriera, per una commedia brillante e un protagonista impossibile da resistere.

Io SonoTempesta, prodotto da Cattleya e Rai Cinema, arriva al  cinema domani, Giovedì 12 Aprile.

 

 

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IL MISTERO DI DONALD C. (The Mercy) La recensione del film con Colin Firth e Rachel Weisz

di Marta Zoe Poretti

In un’epoca dominata dalla retorica dell’eroismo, riassunta dalle molte variazioni della formula “non mollare mai”, James Marsh (regista de La teoria del tutto) sceglie di portare sul grande schermo una storia vera: quella di Donald Crowhurst, velista inglese rimasto prigioniero del suo stesso mito.

1968: Mentre Unione Sovietica e Stati Uniti si sfidano a colpi di viaggi nello spazio, nel Regno Unito le prime pagine dei giornali sono occupate dalle imprese di Francis Chichester, diventato un autentico eroe nazionale dopo aver circumnavigato il globo in solitaria. Sull’onda del clamore il Sunday Times sponsorizza la Golden Globe Race. Se l’imbarcazione di Sir Chicester si era fermata solo una volta, la nuova sfida non è solo una regata intorno al mondo, ma un viaggio in solitaria senza alcun genere di sosta, doppiando i 3 grandi capi del globo terrestre (Capo di Buona Speranza, Leeuwin e Horn).

Inizia così l’avventura di Donald Crowhurst, affidato a un perfetto Colin Firth: ingegnere di provincia, appassionato di elettronica e di vela, che dalla piccola cittadina di Teignmouth partirà a bordo di un Trimarano di sua stessa invenzione.

La favola del dilettante, pronto a lanciarsi nell’impresa senza aver mai solcato le acque dell’oceano, non manca di sedurre l’opinione pubblica. Grazie a uno scaltro addetto stampa, Rodney Hallworth (David Thewlis, Remus Lupin nella saga di Harry Potter), prima ancora che la barca sia ultimata Donald diventa l’uomo del momento, circondato da sponsor e giornalisti. Anche sua moglie Clare (Rachel Weisz) diventa oggetto delle insistenti attenzioni della stampa: madre di 3 bambini, ben consapevole dei rischi, sosterrà suo marito fino all’ultimo (e oltre).

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James Marsh costruisce Il mistero di Donald C. come un viaggio nei recessi più oscuri di una favola che può solo volgere in tragedia.

Fin dall’inizio, nessun dettaglio risulta edulcorato: dopo che Donald annuncia pubblicamente la sua partecipazione alla Golden Globe Race, aspettative e pressioni si stringono come una morsa. Il suo principale sponsor, Stanley Best (Nen Scott), lo costringe a ipotecare tutto quello che possiede: la sua piccola impresa e anche la casa. Durante la costruzione del Trimarano Teighmouth Electron si moltiplicano i costi e anche gli imprevisti. Allo scadere dei termini, il 31 Ottobre del 1968, Donald Crowhurst prende il mare su una barca che non è neanche terminata. Il volto dolente di Colin Firth diventa così il protagonista di un’avventura spogliata di ogni romanticismo. Dopo una serie innumerevole di difficoltà, Donald inizia a mentire, comunicando via radio risultati strabilianti, mentre i diari di bordo registrano la realtà, insieme alla deriva inesorabile della sua mente.

Il mistero di Donald C. è un film racconta con coraggio la verità di un eroe triste, cui la vittoria è negata dall’inizio. Rachel Weisz e Colin Firth sono interpreti solidi, autentici, mentre il regista James Marsh sembra interrogarci sulla natura più labile dei sogni, ma anche sul subdolo potere dei Media.

Benché appartenga alla fine degli anni ’60, la parabola di Donald C. parla al presente, dove l’ascesa dei mezzi comunicazione si fonda (oggi come allora) sulla fame inesauribile di miti, celebrati e consumati nella più assoluta indifferenza, come non avessero niente di umano.

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A QUIET PLACE – UN POSTO TRANQUILLO. La recensione in anteprima dell’horror di John Krasinski

di Marta Zoe Poretti

Presentato come l’horror più terrorizzante dell’anno, A quiet place – Un posto tranquillo mantiene al 100% le sue promesse.

Il film scritto, diretto e interpretato da John Krasiski, accompagnato da Emily Blunt (sua moglie sul grande schermo e nella vita) è un thriller ad altissima tensione, capace di inchiodare letteralmente lo spettatore alla poltrona. Il segreto di tanto terrore si chiama silenzio, e intendiamo davvero silenzio assoluto: un’esperienza così anomala da essere di per sé perturbante. Preparate il pelo sullo stomaco: A quiet place è pronto a soddisfare anche i più intransigenti cultori del genere.

Il film si apre sul più tipico scenario post-apocalittico: una famiglia si aggira in un supermercato deserto, recuperando scorte di cibo e medicinali. Padre, madre e tre bambini comunicano solo con il linguaggio dei segni: una delle bambine (Millicent Simmonds) è sordomuta, ma in pochi minuti capiremo che la regola del silenzio nasconde altre, terribili ragioni. Fuori del supermercato la città è completamente vuota: l’umanità è stata già massacrata da orribili creature anfibie, prive di vista ma ipersensibili al suono. Quel che resta della famiglia Abbott continuerà a vivere nella sua fattoria, senza scarpe, in punta di piedi, dialogando con lo sguardo, attenti al più piccolo errore: un rumore di appena 20 decibel è sufficiente a scatenare l’inferno. A breve, Evelyn e Lee dovranno escogitare soluzioni ancora più creative, se vogliono sperare di sopravvivere: riuscirà uno scantinato e una culla insonorizzata a nascondere la nascita di un nuovo bambino?

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Forte di una sceneggiatura impeccabile, capace di tessere una tensione senza tregua, A quiet place di John Krasinski (star della serie The Office, che nel 2007 firma la sua prima regia con l’adattamento di Brevi interviste a uomini schifosi di David Foster Wallace) è un film solido, dalle invenzioni essenziali e sottili, che rilancia la posta senza tradire le premesse.

Il risultato è l’apoteosi del thriller al cardiopalma, perfetto per chi desidera un’esperienza insolita nel classico tracciato del genere Horror.

Arrivate preparati: in un’ora e mezza dominata dal silenzio, spaventa anche il suono dei nostri pensieri.

 

A quiet place – Un posto tranquillo è al cinema da Giovedì 5 Aprile grazie a 20th Century Fox.

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La recensione in anteprima di READY PLAYER ONE. Quando gioca Spielberg, non ce n’è per nessuno.

di Marta Zoe Poretti

La novità più attesa della settimana è senz’ombra di dubbio Ready Player One: il film che segna il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza e l’intrattenimento puro.

Non poteva che essere Spielberg a dirigere l’adattamento cinematografico del bestseller di Ernest Cline. Ready Player One è infatti un sontuoso, debordante mash-up della cultura Pop degli anni ’80: una storia dove presente, passato e futuro si fondono in un’epica battaglia, nel nome della più sacra tra le libertà, quella dell’immaginazione.

Siamo nel 2045: l’umanità del futuro è duramente provata da crisi economica, rivolte e carestie. Ammassate in sterminate periferie di baracche e rottami, le persone sopravvivono a una realtà decisamente ostile grazie al videogioco che ha cambiato il mondo: Oasis.

Quello di è Oasis è un autentico universo parallelo, dove la vita può ancora essere splendida e avvincente. Il suo inventore, John Hallyday (Mark Rylance), è venerato come un dio. Di certo, è il nume tutelare e l’unico punto di riferimento per Wade Watts (Tye Sheridan): rimasto presto orfano dei genitori, costretto a vivere in condizioni decisamente precarie, nel mondo di Oasis il ragazzo diventa Perzival, eroe senza macchia e senza paura.

Alla sua morte, Halliday ha lanciato la più grande delle sfide: chi riuscirà a conquistare le 3 chiavi e accedere al mitico Easter Egg prenderà il totale controllo di Oasis, ereditando anche un’immensa fortuna.

L’umanità intera è impegnata in questa rocambolesca caccia al tesoro, ma negli ultimi 7 anni nessuno ha trovato una sola chiave. Naturalmente, vincere è anche l’obiettivo di una potente multinazionale: La IOI, diretta dal perfido Sorrento (Ben Mendelshon), vecchio assistente che non ha mai conquistato la fiducia Halliday. Sorrento ha già ridotto in schiavitù un vero e proprio esercito di player: se vincessero, il mondo di Oasis non sarebbe mai più lo stesso.

Nella lunga strada verso la vittoria, il solitario Perzival/Wade Watts troverà l’aiuto di preziosi alleati (gli “Altissimi Cinque”), tra cui l’intrepida Art3mis / Samantha (Olivia Cooke), un incontro che costringerà Wade a raccogliere la più terrorizzante delle sfide: quella dell’amore.

Ready Player One è una grande giostra, ma anche un viaggio di formazione, una storia di rinascita e riscatto e un film sulla scoperta dei sentimenti più veri. Soprattutto, è la grandiosa celebrazione di come l’immaginazione possa salvare una vita: in pratica, la quintessenza del cinema di Steven Spielberg.

Da notare che il cineasta di E.T. L’extraterrestre, Indiana Jones e Jurassic Park è riuscito in un’impresa che ha del miracoloso: non citare mai se stesso. Eppure, con Ready Player One, Spielberg ha realizzato il perfetto sussidiario degli anni ’80, attraversando una folla di icone, immagini e suoni, senza perdere stupore e spirito che sono il cuore della sua poetica: quelli di un ragazzo innamorato del cinema.

Per affiancato nell’impresa, Spielberg ha scelto due storici collaboratori: il montatore Micheal Kahn e il direttore della fotografia Janusz Kaminski, entrambi premiati con l’Oscar per Schindler’s List (1993) e Salvate il Soldato Ryan (1998). Un mito in carne e ossa è il garante della colonna sonora: Alan Silvestri, già al fianco di Robert Zemeckis per Ritorno al futuro (1985) e Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988); premio Oscar per Forrest Gump (1995)

Il risultato è esattamente quello che vi aspettate: impeccabile, perfetto, per 2 ore di piacere puro.

 

 

Ready Player One vi aspetta al cinema da Mercoledì 28 Marzo grazie a Warner Bros.

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#ReadyPlayerOneIT

PACIFIC RIM 2 – LA RIVOLTA. La recensione in anteprima

di Marta Zoe Poretti

Sembrava quasi impossibile pensare a Pacific Rim senza il tocco magico di Guillermo Del Toro – attualmente impegnato come cineasta più celebre al mondo, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia, del Golden Globe e degli Oscar per la Miglior Regia e il Miglior Film con The Shape of Water – La forma dell’acqua.

Eppure, dopo innumerevoli difficoltà produttive e cambi di rotta, i robottoni di Pacific Rim sono tornati… E anche stavolta, sanno come offrirci due ore d’intrattenimento puro, totalizzante e sfrenato.

Nuovo il regista (Steven S. DeKnight, produttore televisivo e showrunner alla sua prima prova da grande capo), nuovo il protagonista: John Boyega, giovane star inglese, molto apprezzato per Detroit di Kathryn Bigelow (2017) e l’interpretazione di Finn in Star Wars : Il Risveglio della Forza (2015).

John Boyega è Jake Penecost, figlio dell’eroe che ha sacrificato la sua vita per chiudere la breccia e fermare l’attacco dei Kaiju nel primo capitolo di Pacific Rim.

Sono passati 10 anni da quel giorno, l’umanità è ancora faticosamente impegnata nella ricostruzione. Il ricordo dei Kaiju, mostri dalle dimensioni titaniche, improvvisamente giunti sulla terra per seminare morte e distruzione, non sono un ricordo lontano: sebbene il varco spazio temporale che attraversavano sia chiuso per sempre, nessuno conosce ancora le ragioni dell’attacco, né la prossima mossa dei Predictors, civiltà aliena evidentemente interessata a sterminare il genere umano.

I due irresistibili mad doctors del primo capitolo, il Dott. Hermann Gottlieb (Burn Gorman) e il Dott. Newton Geiszler (Charlie Day, ovvero la mente perversa di It’s always sunny in Philadelphia, la serie tv più irriverente mai trasmessa) hanno preso due strade molto diverse: il primo lavora ancora per l’esercito, ed è impegnato a rendere gli Jaeger ancora più potenti; il secondo ha scelto invece al settore privato, al servizio delle Shao Industries, pronte a lanciare sul mercato una nuova generazione di Jaeger, un autentico esercito di robot e droni, che non necessitano la presenza fisica di un pilota umano.

In questo scenario, il figlio di Pentecost ha scelto di non seguire le orme del padre: abbandonato l’addestramento da pilota, vive ai margini della società, tra espedienti, rottami e piccoli e grandi furti. Un giorno, impegnato come sempre a trafugare e rivendere pezzi di Jaeger, incontra Amara (Cailee Spaeny): un’hacker che a soli 15 anni è riuscita a costruire il suo piccolo Jaeger non autorizzato, di nome Scrapper. Il loro arresto si rivelerà un autentico colpo di fortuna: mentre la ragazzina riceverà l’addestramento da pilota che ha sempre sognato, Jake Pentecost si vedrà costretto a tornare al suo ruolo di Ranger.

Nonostante l’atteggiamento sprezzante e quell’aria da sbruffone, Jake non può rispondere alla richiesta di aiuto di sua sorella Mako Mori (Rinko Kikuchi), figlia adottiva di Pentecost, eroina della battaglia per la chiusura della breccia.

Di lì a breve Jake, Amara e la nuova leva di piloti saranno chiamati a una battaglia senza precedenti: quella di Pacific Rim 2, infatti, non è più una guerra tra Jaeger e Kaiju, ma tra Jaeger e Jaeger, dove fa la sua comparsa la più terrificante delle creature, perfetta fusione tra la migliore tecnologia robot e la struttura genetica dei Kaiju.

Ritmo senza tregua, scontri epici, colpi di scena e (ovviamente) un’apoteosi di mirabolanti effetti speciali sono gli ingredienti di Pacific Rim 2 – La Rivolta: un sequel che non delude, anzi rilancia la posta, preannunciando nuove avventure, per la gioia di tutti gli amanti di cinema e robottoni.

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Pacific Rim 2 – La rivolta è un film Universal Pictures, vi aspetta in sala da domani, Giovedì 22 Marzo.

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HOSTILES di Scott Cooper. La recensione in anteprima del western con Christian Bale e Rosamund Pike

di Marta Zoe Poretti

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2017, Giovedì 22 Marzo arriva finalmente in sala Hostiles di Scott Cooper: la novità più interessante della settimana, e forse dell’intera nuova stagione cinematografica.

Hostiles è un western puro, dal realismo sottile, crudo e implacabile, capace di riscrivere la classica struttura del genere.  Parliamo anche di un film struggente, dove non manca la tensione del thriller, ma soprattutto le emozioni quasi violente che appartengono a un superbo film drammatico.

Fin dalla prima sequenza, il film dichiara la sua appartenenza alla secolare storia del Western: quello che per letteratura e cinema Made in U.S.A. è il genere popolare per eccellenza, nonché il più autentico mito di fondazione.

La mitologia della frontiera e il viaggio dell’eroe restano anche oggi una riserva inesauribile di storie, ambientate in un tempo lontano, ma che ovviamente parlano al presente.

Il senso profondo resta illuminato da un celebre saggio del 1973: Regeneration Through Violence. The Mythology of the American Frontier di Richard Slotkin.

E’ probabile che non esista una migliore introduzione alla cultura americana, l’immaginario che Hollywood riflette, racconta e ridefinisce dal ‘900 a oggi. 

L’idea di Regeneration through violence è semplice e diretta: non esiste rigenerazione se non passando attraverso la violenza. La guerra non è solo ineluttabile: è necessaria a ristabilire giustizia e pace. Se pure la violenza è inaudita, paradossalmente è il mezzo più nobile che un uomo usare, l’unica premessa di compensazione e rinascita.

Non a caso, il western è il genere che l’industria cinematografica sceglie fin dal primo giorno: dalla letteratura alle immagini in movimento, personaggi, topos e strutture restano quasi immutate. Il western è anche il protagonista della rinascita: tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’60 un manipolo di intrepidi autori decideranno di ridefinire il genere, e così il Cinema Americano stesso.

Se John Ford, il volto di John Wayne e Howard Hawks rappresentano icone classiche, di lì a breve il western è destinato a diventare un mega genere, diventando “western realistico”, “western psicologico”, “western revisionista” e una miriade di altri sotto-generi, tutti dalle profonde implicazioni estetiche, morali e perfino politiche.

Per citare i pionieri della nuova generazione servirebbe un capitolo a parte: Nicholas Ray, Sam Peckinpah, Samuel Fuller, John Huston e molti altri ancora.

La storia si divide nettamente in due: prima gli indiani cattivi e gli americani eroi; poi gli indiani vittime di una violenza brutale, privati della terra e della dignità, sterminati e infine confinati nelle famigerate Riserve.

Per la nostra generazione, quello del “western revisionista” è ormai l’unico e solo punto di vista: quello che ci riporta a Clint Eastwood e Gli Spietati, Kevin Costner e Balla coi lupi.

Hostiles di Scott Cooper è ambientato nel 1892, ma resta un western fortemente contemporaneo. Fin dalle primissime immagini, sceglie un punto di vista totalmente inedito: la brutalità delle due parti è speculare, orrenda e senza speranza. Il circuito dell’affronto e dalla vendetta è un circuito di morte, di cui tutti sono vittime e protagonisti.

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Il film di Scott Cooper non ha buoni e cattivi, mentre resta immune da citazioni e cliché postmodern.

Merito soprattutto dei suoi protagonisti: il Capitano Joseph Blocker (Christian Bale, straordinario interprete della Trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, ma anche American Psycho e American Hustle) e Rosalee Quaid (Rosamund Pike, già candidata all’Oscar per Gone Girl) non corrispondono ai classici stereotipi del genere, eppure sono perfette icone di quella Regeration through violence.

Tradizionalmente, nel western le figure femminili sono sempre subalterne, prigioniere di un ruolo preciso: interpretare la voce cristiana del perdono, un appello che l’eroe ha il dovere di ascoltare, rispettare, quindi rifiutare con fiero coraggio. Anche per questo, Hostiles è un film che non ha niente di prevedibile: l’eroina che porta il volto di Rosamund Pike è un’autentica protagonista, il cui desiderio di vendetta è pari, forse più profondo dell’uomo che cavalca al suo fianco.

Questa la storia.

Il Capitano Blocker riceve un ordine insolito, che arriva diretto dal Presidente degli Stati Uniti: ricondurre alla Valle degli Orsi un anziano capo Cheyenne, Falco Giallo (Wes Studi), al quale va riconosciuto il diritto di morire nella sua terra, accompagnato da moglie, figli e nipote. L’odio che il Capitano Blocker prova per quell’uomo è proporzionale agli anni che ha trascorso in battaglia. Il suo dolore è quello che oggi chiameremmo PTS (Sindrome da Stress Post-traumatico), ma le sue parole sono più semplici e cariche di rabbia: “Non conosci la guerra. Non sai cosa può fare a un uomo.”

Per Blocker quell’ordine è un insulto alla sua intera esistenza, quello per cui ha combattuto, per cui non troverà più pace. Eppure esegue, come si conviene a un Capitano dell’Esercito Americano. Appena partito con la sua truppa, sulla sua strada trova Rosalee: al fianco della donna il marito e tre figli, brutalmente sterminati dalla tribù indiana dei Comanche.

Il resto è la storia di uno splendido film di guerra, il cui realismo parla al presente, senza perdere l’aura della più pura epica western, forte di due eroi dolenti e indimenticabili.

Alla Festa del Cinema di Roma, l’anteprima del film (presenti Rosamund Pike, il regista Scott Cooper e Wes Studi) si è chiusa con un applauso scrosciante, così insistente che sembrava quasi interminabile.

Da Giovedì 22 Marzo, Hostiles vi aspetta al cinema: un’esperienza che vi consigliamo sinceramente di non perdere.

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MARIA MADDALENA di Garth Davis. La recensione in anteprima del film con Rooney Mara e Joaquin Phoenix

di Marta Zoe Poretti

A pochi giorni dalla Domenica di Pasqua, Giovedì 15 Marzo arriva in sala Maria Maddalena: il film che racconta da una prospettiva inedita una tra le figure più enigmatiche e controverse nella storia del cristianesimo.

Per altro, non è questo il dato più significativo del secondo lungometraggio di Garth Davis (già autore nel 2016 di un melodramma di incredibile successo, Lion – La strada verso casa). Chi si aspetta uno scaltro blockbuster, in linea con l’adattamento de Il codice Da Vinci di Ron Howard (2006), o magari con l’esaltazione acritica e la brutalità audiovisiva de La passione di Cristo di Mel Gibson (2014), è destinato a restare totalmente spiazzato.

Maria Maddalena è un film di lunghi silenzi, dove la narrazione è affidata quasi esclusivamente alle immagini, i primi piani che indagano il volto di Rooney Mara e Joaquin Phoenix. Difficile immaginare due interpreti diversi: in un film fatto di sguardi, costruito sull’equilibrio costante tra cinema di poesia e realismo più crudo, i protagonisti diventano l’incarnazione, l’espressione fisica del tormento e della devozione.

Il riferimento del film di Garth Davis è chiaramente Il Vangelo secondo Matteo (1964): ma a differenza del capolavoro di Pier Paolo Pasolini, le poche parole di Gesù di Nazareth e i suoi apostoli non sono tratte dalle sacre scritture. Se l’impianto narrativo è di natura lirica, al contrario i dialoghi sono l’elemento cardine di un realismo scarno, prosaico, perfettamente coerente alla realtà dell’epoca.

Tra i suoi molti pregi, Maria Maddalena è anche un film capace di rappresentare la Galilea, la Palestina e il contesto reale della vita di Cristo: la povertà delle colonie vessate dai Romani, pronti a depredare interi villaggi dei già miseri raccolti. E’ in questo contesto che Maria di Magdala, Pietro e Giuda decideranno di seguire il Cristo: tre discepoli che rappresentano tre interpretazioni della fede diametralmente opposte.

Le parole del profeta sono evocative, ma anche misteriose. Per Giuda (Tahar Rahim), il Regno dei Cieli è la promessa di incontrare di nuovo sua moglie e sua figlia, uccise dalla fame e la carestia. Si tratta essenzialmente di una questione privata, e quando sarà stanco di attendere, crederà di riscuotere la sua promessa consegnando il maestro alla morte. Per Pietro (Chiwetel Ejifor), la rivolta contro i romani è il cuore della questione: la sua è una visione politica, che interpreta nei termini di una ribellione (anche violenta) contro gli oppressori. Fin dal primo momento, entrerà in aperto conflitto con la visione spirituale della Maddalena: il suo Regno dei cieli è infatti inequivocbilmente un progetto di Chiesa sulla terra.

L’ultimo e il prediletto dei discepoli è proprio lei, Maria di Magdala (Rooney Mara): una ragazza che ha il coraggio di sfidare i pregiudizi di tutti (discepoli compresi), in un contesto dove alle donne non è concessa la benché minima libertà individuale.

Il film di Garth Davis riflette le dichiarazioni di Papa Francesco, che nel 2016 ha messo ufficialmente fine a secoli di ambiguità e mistificazioni, descrivendo Maria Maddalena come un apostolo, nonché la prima testimone della resurrezione. Non una prostituta redenta, meno che mai una moglie o un’amante: quella di Maria è la figura di una giovane donna di grande coraggio, capace di sfidare ogni convenzione, rifiutare l’inevitabile matrimonio combinato, abbandonare la famiglia e seguire il profeta e i suoi discepoli. La sua visione della fede, fatta di amore e totale devozione all’altro, ne farà “l’apostola degli apostoli”: una figura rivoluzionaria, scomoda anche a secoli di distanza, icona di una femminilità ribelle e folle, che rifiuta di sottomettersi a ricatti e doveri.

In modo davvero sorprendente, il lirismo delle immagini e l’umanità degli interpreti fanno di Maria Maddalena un film contemporaneo, intenso e sottile, capace di emozionare a prescindere dal credo, anche da una prospettiva estranea a qualunque appartenenza religiosa: una delle novità più interessanti di questa stagione cinematografica.

#thelovingmemory

 

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